Tra le immagini fotografiche che sono legate al mare, ce ne sono alcune che riescono ad attirare in particolare modo la mia attenzione: quelle che ritraggono i fari. Quegli edifici spesso colorati a tinte forti, tradizionalmente isolati rispetto al resto del mondo, ed in genere immortalati in balìa di enormi onde e terribili tempeste, hanno infatti sempre suscitato in me profonde emozioni e mi hanno sovente indotto a malinconiche riflessioni.

Forse anche per questo motivo mi sono determinato con piacere a leggere un interessante ed originale libro di Jazmina Barrera, da non molto pubblicato per "La Nuova Frontiera", ed intitolato "Quaderno dei fari" (127 pagine). Non è un romanzo, non è un saggio, né – tanto meno – è un memoriale di viaggio; è tutto questo contemporaneamente, ed è forse proprio questa la sua principale forza "narrativa". La lettura accompagna con garbo, e con levità, nella sensibile intimità dell'autrice, che sin da subito ammette: «Quando visito i fari, quando leggo, o scrivo di fari, mi allontano da me stessa… smetto di pensare a me stessa… vado in luoghi remoti… quando li vedo, a volte, mi pare davvero di potermi pietrificare e godere la pace assoluta delle rocce… mi allontano anche nel tempo, verso un passato che so di idealizzare, in cui la solitudine era più semplice…».

Ed in effetti, guardando l'immagine di un qualsiasi faro, quasi sempre il primo stato d'animo che viene in mente è proprio la solitudine. Forse proprio per questo motivo il grande pittore statunitense Edward Hopper (che amava dipingerli e che probabilmente è l'artista figurativo che meglio di chiunque altro è riuscito a "descrivere" nei suoi quadri l'ingombrante condizione emotiva dell'isolamento), una volta disse: «Il faro è un individuo solitario che affronta con stoicismo gli attacchi della società industriale».

Tale battaglia, però, pare oramai irrimediabilmente perduta, tenuto infatti conto che qualsiasi marinaio, con l'avvento delle comunicazioni satellitari, per trovare la via di casa o evitare una pericolosa secca, si affida quasi esclusivamente al conforto della tecnologia, senza avere più bisogno di scrutare l'orizzonte, verso terra. È il senso dei tempi e del tempo che passa. Anche per i fari. Nell'antichità, del resto, illuminavano grazie alla legna; successivamente si scelse di utilizzare prima il carbone e poi la pece. Più recentemente ci si affidò alle lampade a gas ed a petrolio. Sino ad arrivare all'energia elettrica ed alle lampadine che sono in grado di amplificare la loro luce grazie alle cosiddette "lenti di Fresnel", soluzione tecnologica che la Barrera descrive come «…la più grande rivoluzione della storia dei fari.

La superficie zigrinata consente una grande apertura e una lunghezza focale ridotta, richiede meno volume, meno materiale… sono fantastiche teste vitree che sembrano mostri preistorici, capaci di portare la luce in mare a diverse miglia di distanza…». Nonostante ciò, i fari, nella loro granitica, statuaria immobilità, sembrano comunque elementi architettonici "senza tempo", e quasi sempre trasmettono, a chi li osserva, un romantico senso del passato. Probabilmente è proprio tutta questa loro straordinaria capacità di suscitare emozioni che ha costruito ed alimentato, nell'intimo della Barrera, la sua composta passione verso questo simbolo umano della forza, della luce e della salvezza. Inducendola tuttavia a precisare: «So che la mia passione non è originale, bensì diffusa quasi quanto quella di collezionare statuine di porcellana o francobolli. Mi discosto anche dai gusti del mio tempo perché oggi i fari sembrano figure romantiche e sublimi, due parole passate di moda. È difficile parlare degli argomenti associati ai fari: la solitudine o la follia…»..

Fascinazione simile, a dire il vero, emana anche – da sempre – la figura di colui il quale ha il compito di vivere e lavorare all'interno di queste isolate strutture. Osserva infatti a tal proposito l'autrice del libro: «Nel confino del faro, il guardiano è come una specie di naufrago. Naufrago per volontà propria. Che sia un uomo in fuga da un passato oscuro, da una delusione amorosa o ideologica, o in cerca di un rifugio nella solitudine fisica da quella che si porta dentro, il guardiano del faro sceglie il proprio esilio»; la Barrera ricorda anche che, nel passato, «spesso i guardiani dei fari erano abbandonati sulle isole senza neanche una barca, perché non se ne andassero a pescare, o si distraessero, lasciandolo spento… il mestiere dei guardiani è stato disumano sotto molti punti di vista: per l'isolamento, per la durezza della mansione in termini di forza fisica e di orari, perché li ha costretti a sopportare il rumore delle macchine, e a vivere in balìa del clima».

Domandandosi anche, malinconicamente: «Quale sarà l'ultima nave che giungerà in porto grazie alla luce di un faro? Chi sarà l'ultimo guardiano del mondo?». Ed in effetti, fare quella vita sacrificata, non deve essere stata (e non deve essere) cosa facile. Tanto è vero che uno di loro, e precisamente l'ex guardiano di Lampione, a largo di Lampedusa, in occasione di un'intervista, disse: «Fare quel mestiere è un dovere, una responsabilità. Bisogna essere predisposti. Le difficoltà sono moltissime, i gabbiani, i topi, l'isolamento in cui trascini anche la famiglia. Con mia moglie e le mie tre figlie abbiamo passato anni interi vedendo pochissima gente. Ma almeno io la solitudine non la sentivo. A volte mi incanto pensando a quanti miliardi di occhi mi hanno visto senza che io li vedessi». Ed un suo collega ritenne opportuno osservare che «sui fari bisogna essere elettricisti, motoristi, effettuare le manutenzioni. Devi saper fare tutto. Incluso andare per mare: tra scogli senza attracco».

Quasi a voler dar ragione, in fondo, ad un'arguta ed esilarante battuta di Gene Gnocchi: «Il guardiano del faro sta tutta la notte a pensare… chi glielo ha fatto fare»…