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Cassino

Stellantis, nuova ondata di fermi produttivi

Febbraio segue le orme del mese di gennaio che ha visto i lavoratori sulle linee solo quattro giorni. Ieri la comunicazione di ulteriori stop, il montaggio rientrerà il 18. Politiche europee, parla la Fim Cisl

Stellantis, nuova ondata di fermi produttivi

La linea di montaggio interna al plant dove si producono Giulia, Stelvio e Grecale

Ancora un’ondata di fermi produttivi colpisce lo stabilimento Stellantis di Cassino, allontanando di fatto la tanto attesa ripartenza annunciata dopo il 6 febbraio. La comunicazione è arrivata nella giornata di ieri ai lavoratori: le attività di lastratura e verniciatura torneranno a pieno regime soltanto dal 16 febbraio, mentre le linee di montaggio riprenderanno a muoversi non prima del giorno 18.

Un nuovo stop che pesa come un macigno sul potere di acquisto degli operai, già messo a dura prova da settimane di inattività e dal ricorso agli ammortizzatori sociali. Ma l’effetto domino si estende ben oltre i cancelli della fabbrica: l’intero indotto della componentistica vive una fase di profonda sofferenza, con commesse ridotte al minimo e una produzione che procede a singhiozzo, aggravando una crisi che appare ormai strutturale.

La decisione di Stellantis riacutizza il pressing sindacale. Le organizzazioni dei lavoratori sono sulle barricate e chiedono risposte chiare e immediate sul futuro del sito produttivo. Al centro delle rivendicazioni c’è soprattutto il tema dei nuovi modelli, considerati l’unica vera leva per restituire prospettiva e continuità a uno stabilimento che, negli ultimi anni, si è sentito progressivamente marginalizzato dalle strategie della multinazionale.

In assenza di certezze industriali, cresce il timore che Cassino resti intrappolata in una lunga fase di transizione, fatta di stop and go produttivi, incertezza occupazionale e impoverimento del tessuto economico del territorio. Una situazione che, secondo i sindacati, non è più sostenibile e richiede scelte nette, non ulteriori rinvii.
Mirko Marsella, segretario provinciale Fim Cisl non ci gira intorno: «Si lavora ormai a singhiozzo, con una media di quattro o cinque giorni al mese. Anche a febbraio si rientra il 18, ma non sappiamo quanto durerà l’attività produttiva. Chiaramente ci aspettiamo ulteriori fermi: sarà una costante di tutto il 2026. Già il confronto con il 2025, su questi primi due mesi, è peggiore e il trend purtroppo è evidente.

Il dramma, quindi, sarà ancora più marcato per lo stabilimento, per l’indotto e per tutto il territorio. Speriamo che anche da Bruxelles inizino a capire che servono risposte concrete, politiche industriali e investimenti sul settore».
In Europa
Netto sulle politiche europee Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl: «Per noi oggi è un momento importante, perché segnala l’attenzione della politica europea e del nostro Paese verso le organizzazioni sindacali che quotidianamente si confrontano con i temi del lavoro, dell’occupazione e dell’industria». Così Uliano rivolgendosi parlamentari europei italiani che hanno accolto i sindacati italiani ieri in presidio con i sindacati europei dell’industria fuori il Parlamento Europeo a Bruxelles.

«L’Italia - ha detto il leader Fim rivolgendosi ai parlamentari europei - segna il segno negativo da 36 mesi sul fronte della produzione industriale, nonostante la presenza di uno strumento straordinario come il Pnrr. Dal 2026, però, questo strumento non sarà più disponibile e la situazione rischia di peggiorare ulteriormente. Il settore metalmeccanico - sottolinea - vive una fase di forte difficoltà, come confermato anche dall’indagine Sindex per conto di IndustriAll Europe: mentre il comparto aerospazio e difesa registra buoni risultati, tutti gli altri settori sono attraversati da profonde trasformazioni e da crisi rilevanti. Viviamo - dice Uliano - in un sistema economico profondamente diverso dal passato recente: il libero mercato, di fatto, non esiste più. I conflitti internazionali, le politiche dei dazi e l’intervento diretto degli Stati nelle rispettive economie hanno cambiato radicalmente il contesto globale. In Europa, però, gli unici investimenti che possono superare i vincoli del Patto di Stabilità sono quelli legati alla difesa e alle spese militari. Questa situazione non è tollerabile.

È indiscutibile la necessità di rafforzare l’autonomia europea in materia di difesa, ma è altrettanto prioritario - sottolinea Uliano - difendere l’industria e l’occupazione. Il Patto di Stabilità non risponde più al contesto economico attuale: Stati Uniti e Cina investono massicciamente nei settori industriali strategici, mentre l’Europa continua a seguire una linea eccessivamente rigorista, che spesso interviene in modo penalizzante nei processi industriali. Basti pensare ai limiti imposti alle aggregazioni industriali attraverso l’antitrust, che in un contesto globale potrebbero invece garantire efficienza, produttività e prospettive industriali.
È legittimo quindi chiedersi - dice Uliano ai Parlamentari - perché la politica europea non riapra il negoziato sul Patto di Stabilità o, quantomeno, non introduca deroghe per consentire investimenti anche nell’industria civile. Questo è un punto centrale dell’azione europea».

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