Il 23 settembre del 1939 moriva, a Londra, uno dei personaggi più significativi e controversi del XX secolo: Sigmund Freud.
Lo psichiatra Vittorino Andreoli ha deciso di pubblicare un interessante saggio ("Freud"– Marsilio, 126 pagine) che si pone l'obiettivo di valutare, a distanza di oltre un secolo dalla loro formulazione, le rivoluzionarie teorie del celebre neurologo austriaco, che scardinarono ataviche convinzioni nel campo delle patologie mentali, e determinarono il successo planetario della psicoanalisi quale metodo terapeutico di alcune sofferenze psichiche. Andreoli chiarisce subito che il suo non è affatto un lavoro teso alla mera e semplicistica confutazione delle geniali teorie freudiane, bensì «un viaggio immaginario nella testa di Sigmund Freud», ed evidenzia che «la psicoanalisi, avendo introdotto un'ottica assolutamente rivoluzionaria di valutazione del comportamento umano, rappresenta una delle più grandi scoperte del secolo scorso.

Ha cambiato il volto della psicologia, la disciplina che affronta lo studio della personalità, di come essa si struttura nei diversi soggetti, dando origine a dinamiche specifiche... Freud intesse, come in un gioco splendido e creativo, un mondo tra il cervello e l'atto di coscienza...inventa dunque un meccanismo, ma è egli stesso a ricordare anche che un giorno esso verrà superato, ammettendone pertanto la provvisorietà». Per prima cosa Andreoli aiuta il lettore a conoscere e comprendere gli elementi fondamentali delle principali teorie freudiane: «Ciascuno di noi ha in sé delle pulsioni, che tendono a manifestarsi a prescindere dalla nostra volontà»; tra di esse, quelle esperienze che la coscienza ha cancellato, ma che giacciono in questa sorta di "sgabuzzino"della psiche, da dove condizionano i comportamenti coscienti... una sorta di "luogo geografico", in cui vanno a depositarsi le esperienze conflittuali che sono state dimenticate.

Non perché abbiano poca importanza; ma, al contrario, perché è tale il loro potere che il soggetto non è in grado di tenerle allo stato cosciente, per la sofferenza che producono». Assai conosciuta è anche la rilevanza che Freud attribuiva ai sogni. Egli sosteneva che essi richiamassero alla memoria alcune esperienze sgradevoli del passato, e che fossero «il linguaggio dell'inconscio... di quella parte di sé che ciascuno ha rimosso». Il sogno, quale «processo di rimozione –evidenzia Andreoli – consente di cancellare dallo stato di coscienza le esperienze distruttive, al punto che non si ricordano più, ed è come se non fossero accadute. Tuttavia, ed è qui la portata rivoluzionaria del pensiero di Freud, il fatto che non secondo Freud, ve ne sono due, che sono antitetiche: l'una, «l'istinto di vita, la libido», e l'altra, invece, «quella di morte». Il saggista veronese evidenzia che «nella tematica della conflittualità, che struttura l'intera teoria psicoanalitica, un'importanza primaria spetta alla sessualità... Freud ritiene che la vita sessuale incominci all'atto della nascita.

Fino a quell'epoca, al contrario, la convinzione dominante era che essa prendesse avvio con la pubertà, contestualmente alla maturazione degli organi sessuali; secondo Freud il comportamento sessuale matura attraverso un vero e proprio sviluppo, che si articola in tre fasi: nella prima, presente già nel neonato, domina l'elemento orale; nella seconda diventa prevalente quello anale...–che si fonda sul rituale di trattenimento e di espulsione delle feci –...e, in seguito, si ha il dominio della sessualità fallica» (che trova invece la sua principale estrinsecazione nella copulazione). La rilevanza dell'elemento sessuale è poi, secondo Freud, il principale presupposto del cosiddetto "complesso di Edipo"(una sorta di competizione che ciascun figlio nutrirebbe inconsciamente per il padre, e che sarebbe dovuto alla inconscia proiezione amorosa che egli ha nei confronti della madre). Tale complesso, quando non viene risolto attraverso l'uccisione simbolica del genitore antagonista, sarebbe in grado di condizionare le scelte dell'adolescente, inducendolo, in alcuni casi, addirittura alla omosessualità (condizione che, all'epoca, era considerata una vera e propria patologia).

Altro elemento fondamentale delle teorie freudiane è "l'inconscio", entità che si situa tra il cervello e la vita cosciente.
«È qui che, a parere di Freud, vengono depositate ve ne sia memoria non significa che non abbiano importanza, ma soltanto che passano dallo stato conscio all'inconscio». Sulla base di tali teorie, il geniale neurologo austriaco ebbe l'intuizione di trasformare la psicoanalisi da semplice «spiegazione del comportamento umano» a vera e propria terapia.
La quale andrà attuata attraverso un «processo di proiezione sull'analista, da parte del paziente, di emozioni, affetti, memorie... che consente a quest'ultimo di accedere al materiale rimosso nell'inconscio» (il cosiddetto "transfert").
Andreoli, nella seconda parte del saggio, si dedica ad una valutazione critica delle teorie freudiane, soprattutto alla luce della più moderna pratica psicoanalitica. Lo fa chiarendo che «la psicoanalisi non è una scienza», ed evidenziando che «la fissità insita nella psicoanalisi freudiana è inadeguata come il sistema tolemaico lo era rispetto alla teoria copernicana».

Lo psichiatra veronese rivela anche che «confrontando gli scritti lasciati dallo stesso Freud, capita sovente che manchino tratti indicati come cruciali nella descrizione dei casi, quasi Freud li avesse, inconsciamente, manipolati per far quadrare la propria teoria». Ma al tempo stesso ammette di «provare grande ammirazione per un uomo di enorme intelligenza, brillante nella scrittura, e dotato di uno speciale carisma... egli è entrato nella nostra cultura, portando un'immensa ventata di ispirazione nel cinema, nell'arte, nella letteratura, ma anche nella psicologia, scardinando, ad esempio, il concetto che legava ogni azione alla volontà...ha offerto un'idea capace di sconvolgere il modo di pensare di un'epoca. Per questo va collocato tra tutti quei grandi pensatori che hanno fatto la storia dell'uomo».