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Il film

Qualcuno volò sul nido del cuculo. Cinquant’anni di libertà

Mezzo secolo fa l’uscita del film di Milos Forman che rivoluzionò il cinema mondiale. Cinque Oscar e un successo globale per un’opera simbolo del 900. Con un Jack Nicholson da antologia

Qualcuno volò sul nido del cuculo. Cinquant’anni di libertà

Il 12 marzo del 1976, e quindi esattamente cinquant’anni fa, uscì, nelle sale cinematografiche italiane, uno dei film più iconici e significativi del Novecento. Stiamo parlando di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, di Milos Forman. La pellicola, che è basata sull’omonimo romanzo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962, vinse ben 5 Oscar (i cosiddetti “Big five”, e cioè quelli per il miglior film, per il miglior regista, per la migliore sceneggiatura non originale e per le migliori interpretazioni protagoniste, sia maschile sia femminile) e racconta la storia di un gruppo di ricoverati in un ospedale psichiatrico statunitense degli anni cinquanta.

L’insolito titolo del romanzo si spiega con il fatto che “il nido del cuculo” è un’espressione gergale americana comunemente utilizzata per indicare il manicomio, la quale è peraltro richiamata in una filastrocca contenuta nel testo del romanzo: “Three geese in a flock/ one flew east/ one flew west/ one flew over the cuckoo’s nest” (“Tre oche in uno stormo, una volò verso est, una volò verso ovest, una volò sopra il nido del cuculo”). Non tutti sanno che questo tipo di uccello si comporta in maniera piuttosto bizzarra, e per di più è particolarmente spietato ed opportunista. Il cuculo, infatti, non costruisce il proprio nido, avendo l’abitudine di deporre le sue uova in quello di altri uccelli, per di più eliminando, senza alcuna pietà, quelle altrui. In questo modo affida il compito della cova dei suoi embrioni agli ignari simili, senza doversene fare carico.

Nella storia immaginata da Kesey i pazienti rappresentano le uova, il nido identifica il manicomio, mentre il cuculo è, in pratica, la società che ivi li colloca, per isolarli dal resto del mondo. Il protagonista della storia, tale Randle P. McMurphy, è invece quel “qualcuno” che, volando sopra il nido, incoraggia i pulcini a spiegare le ali ed a trovare la libertà.
Ad innamorarsi immediatamente di quella trama così inquietante e suggestiva, densa di simbolici significati, fu il grande attore Kirk Douglas, il quale decise di acquistare subito i diritti del romanzo per un possibile adattamento cinematografico; ciò con l’intenzione di interpretare lui stesso il ruolo del protagonista anche sul grande schermo (dopo che lo aveva fatto in una versione teatrale che era andata in scena a Broadway nel 1963). Tuttavia, il figlio Michael, ritenendo che il padre fosse già troppo in là con gli anni per impersonare quel personaggio così intenso e particolare, lo convinse a desistere. E, successivamente, dato che non si riuscivano a trovare adeguati finanziamenti per girare la pellicola, addirittura a cedergli i diritti di sfruttamento dell’opera.

In un primo momento, per interpretare Mc Murphy, si pensò ad attori del calibro di Marlon Brando, Steve McQueen, Gene Hackman, Jon Voight e James Caan. Ma, alla fine, si decise di affidare la delicata ed impegnativa parte del protagonista ad un talento emergente, quale era, all’epoca, Jack Nicholson. La scelta si rivelò azzeccata, non solo perché regalò al pubblico un’interpretazione che può definirsi memorabile, ma anche perché riuscì a calarsi perfettamente nel personaggio (un pregiudicato che era stato condannato per uno stupro ai danni di una minorenne, il quale, facendo credere di essere malato di mente, riesce a farsi ricoverare in un ospedale psichiatrico per ottenere condizioni detentive meno pesanti).

L’adattamento cinematografico del romanzo, a dire il vero, fu estremamente tormentato. In un primo momento, infatti, Kesey venne coinvolto nella stesura della sceneggiatura. Tuttavia, a seguito di insanabili divergenze con la produzione, si verificò una rottura insanabile tra le parti, che portò peraltro a lunghe controversie legali. Non meno complicata e faticosa fu la fase di produzione del film. Le riprese iniziarono nel gennaio del 1975 presso l’Oregon State Hospital, situato nei pressi di Salem. Non tutti sono a conoscenza del fatto che una parte delle comparse era composta da veri degenti di quella struttura sanitaria. Per Milos Forman, regista di origini cecoslovacche (che poi vinse l’Oscar per la migliore regia anche nel 1984 con lo splendido “Amadeus”), “Qualcuno volò sul nido del cuculo” era, in qualche modo, una sorta di metafora di quello che, negli anni sessanta, avveniva nel suo lontano Paese natìo. Tanto è vero che, in occasione di un’intervista, una volta ebbe a rivelare, con spietata franchezza: «Il Partito comunista era la mia infermiera Ratched. Decideva per me cosa potessi o non potessi fare, cosa fossi autorizzato a dire o meno, dove fossi o meno autorizzato ad andare, e persino chi o cosa fossi».

Nonostante l’argomento trattato fosse oggettivamente spinoso e delicato, il film riscosse un successo clamoroso, di critica e di pubblico, incassando oltre 160 milioni di dollari. Una curiosità: in Svezia detiene un record assoluto. In alcuni cinema del Paese scandinavo venne infatti proiettato ininterrottamente dal 1975 al 1987. Le ragioni di tale incredibile riscontro popolare sono diverse. Innanzitutto una sceneggiatura estremamente centrata. Poi una regia particolarmente ispirata. E, “last, but not least”, una recitazione complessiva dell’intero cast che, senza alcun dubbio, viene considerata una delle migliori dell’intera storia del cinema. E tutti i prestigiosi riconoscimenti prima richiamati (ai quali vanno aggiunti, tra gli altri, anche ben sei “Golden Globe”, altrettanti “Premi Bafta”, due “David di Donatello” ed un “Nastro d’Argento”) ne sono l’evidente, tangibile, meritatissima dimostrazione.

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