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L'intervista

Migrazione di ritorno: la ricerca di Guido D’Elia sulla rotta Canada-Lazio

Ricercatore alla York University, studia il fenomeno della migrazione di ritorno. Dagli anni Cinquanta al Duemila: i racconti di chi è tornato indietro dopo essere emigrato anni prima

Migrazione di ritorno: la ricerca di Guido D’Elia sulla rotta Canada-Lazio

Il ricercatore Guido D’Elia

Guido D’Elia ha le radici in Italia. I suoi genitori, calabresi, hanno lasciato il Belpaese nel 1988 per trasferirsi in Canada e cercare un futuro migliore. Lui, qualche decennio dopo, ha fatto il percorso inverso. Dal 2015, infatti, Guido D’Elia vive in Italia, prima in Ciociaria e ora a Roma. Nonostante non avesse alcun legame con il Lazio, Guido è approdato proprio in Ciociaria e in particolar modo a Frosinone, dove è arrivato per lavorare, insegnando inglese in una scuola. Ed è stato il legame con il Lazio, nato per caso, che lo ha spinto a ideare la sua ricerca di dottorato.

Guido, dottorando alla York University di Toronto, in co-tutela con L’Orientale di Napoli, sta studiando il fenomeno chiamato “migrazione di ritorno”, ovvero il flusso di rientro dal Canada al Lazio, tra gli anni Cinquanta del Novecento agli anni Duemila.
Lo abbiamo intervistato per saperne di più. Su un fenomeno che ha caratterizzato un’epoca.

In cosa consiste la tua ricerca?
«Io studio il fenomeno di ritorno dal Canada al Lazio tra gli anni Cinquanta e Duemila. Sto cercando di intervistare e conoscere persone che hanno vissuto per un periodo, anche breve, in Canada, e che poi hanno deciso di tornare qui. Il caso Lazio è molto particolare: soprattutto in Ciociaria nel secondo dopoguerra tante persone hanno lasciato la propria terra per ragioni economiche. Non abbiamo però notizie su chi ha deciso di tornare e perché. Vorrei evidenziare questo rientro per contribuire alla storiografia attuale».

Quali sono le ragioni che hanno portato queste persone a scegliere di tornare nel Lazio?
«Ci sono tantissime motivazioni. A queste persone, lì, mancava qualcosa. Forse proprio il richiamo di casa, la nostalgia, la famiglia. Queste sono le motivazioni principali che li hanno portati a tornare. Ho conosciuto anche persone che si sono trasferite in Canada quando erano bambini e che poi sono tornate con i genitori per loro scelta. Le motivazioni sono tante».

Come si cambia dopo un’esperienza di vita all’estero? Come li ha arricchiti il Canada?
«Io chiedo sempre: ti senti italiano o canadese? O italo-canadese? Quasi sempre mi rispondono italo-canadese, perché l’esperienza ha lasciato un segno in queste persone. Poi chiedo se continuino a festeggiare qualche festività canadese e loro mi dicono spesso di sì. Una signora di Ceccano mi ha detto che continua a preparare il tacchino il giorno di Natale perché in Canada si usa così. Questa identità ibrida si sente molto forte in queste persone. Si è creata una sorta di comunità. Io sto girando il Lazio: qui è pieno di persone che dopo alcuni anni hanno deciso di tornare e questa comunità è molto unita».

Hai trovato dunque persone che sono rimaste in contatto tra loro?
«Sì, assolutamente. A volte le persone tornavano in Italia proprio con amici e parenti. Era un viaggio comune. Per questa ragione fanno ancora comunità. Io stesso ho creato un gruppo su Facebook per far tenere in contatto queste persone. A volte ci riuniamo anche, organizziamo dei pranzi».

Anche tu hai un legame forte con l’Italia…
«Sì, io sono nato a Toronto, in Canada. Ma i miei genitori sono italiani. Ho scelto di trasferirmi in Italia dieci anni fa. Una mia carissima amica di quel periodo, che viveva con me in Canada, mi ha chiesto di trasferirmi con lei in Italia, perché a Frosinone c’era bisogno di un posto a scuola per insegnare inglese. Sono passati dieci anni. I miei genitori hanno lasciato l’Italia nel 1988, dalla Calabria. Non ho legami con il Lazio, ma mi sono innamorato di questa regione e in particolar modo questa zona».

Hai mai avuto la curiosità, da bambino, di conoscere il Paese dei tuoi genitori, l’Italia?
«Sì. Io avevo un forte legame con mia nonna, che abitava in Calabria. I miei genitori ci portavano spesso, ogni due anni tornavamo in Italia, anche per sviluppare un legame con la famiglia, che è importante. Io non conoscevo nessuno in Ciociaria quando mi sono trasferito. All’inizio ero un po’ spaesato, non capivo. Ci sono magari usanze diverse rispetto alla Calabria, un modo di parlare differente. Ma una volta arrivato mi sono ambientato pian piano, anche se ho notato come fosse diverso il Lazio rispetto alla Calabria che conoscevo».

Credi che la tua ricerca possa aiutare a valorizzare il Lazio?
«Assolutamente sì. Ci sono tanti paesi che hanno vissuto questo esodo qui in Ciociaria. Queste persone che hanno deciso di tornare indietro sono adulte e non vivranno per sempre. Per questo ho deciso di intervistarle. Io voglio ridare indietro qualcosa a questa terra che mi ha accolto. Voglio raccontare una storia diversa, di speranza. Spesso pensiamo alla migrazione come un fallimento. Ma non è così. Queste persone hanno vissuto per alcuni anni fuori, magari hanno acquisito competenze linguistiche e lavorative e poi le hanno applicate qui, nel loro Paese. Sono storie bellissime, che nonostante le difficoltà dell’Italia nel dopoguerra, si sono realizzate».

Tu hai scelto di dar valore non solo ai numeri ma anche alle storie. C’è qualcuna che ti ha colpito in particolare?
«Mi colpiscono tutte. Ogni storia è diversa anche se ha un filo comune. Poi dipende dal narratore. Chi ha vissuto l’infanzia in Canada ha dei ricordi bellissimi, molto nitidi. Racconta di case calde, con la moquette. O i divani ricoperti di plastica, perché si usava così. In Italia invece ancora non era diffuso il riscaldamento quindi le case erano freddissime. Tante persone mi hanno raccontato proprio di aver vissuto un cambiamento una volta tornate in Italia. Magari sono partite nel dopoguerra e sono tornate negli anni Ottanta o Novanta e hanno trovato un Paese cambiato, molto più moderno, avanzato. Secondo me è molto interessante. In tanti mi dicono “Se avessi saputo, non sarei partito, perché qui si sta bene”. Ma ovviamente nel secondo dopoguerra non era così, non c’era l’Italia che poi hanno ritrovato più avanti. Sono storie belle, che mettono in risalto anche il cambiamento che c’è stato nel Paese».

Se qualcuno volesse raccontarti la sua storia, come può fare?
«Chi vuole può testimoniare il suo percorso dal Canada al Lazio contattandomi sui social o alla mia mail. Sarei felice di ascoltare le loro storie per arricchire ancor di più la mia ricerca e fornire una testimonianza ancora più accurata di questo fenomeno con il rientro dal Canada alla regione Lazio».

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