Obiettivo salute
23.01.2026 - 14:00
La nutrizionista Alice Del Vecchio
Con l’approvazione del disegno di legge 1483, l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica, progressiva e recidivante. Un cambio di paradigma che sposta lo sguardo dal giudizio alla cura e alla prevenzione. Ma cosa rappresenta questa novità nella pratica clinica e nella vita quotidiana delle famiglie? Come cambia l’approccio all’obesità e, in particolare, a quella infantile? Ne abbiamo parlato con la nutrizionista Alice Del Vecchio.
Dottoressa Del Vecchio, cosa cambia con il riconoscimento dell’obesità come malattia?
Quali sono oggi le terapie disponibili?
«Esistono diversi livelli di trattamento. C’è innanzitutto la terapia ambulatoriale, con il supporto di medici dietologi, dietisti e biologi nutrizionisti. Nei casi più complessi si può arrivare alle terapie ospedaliere, fino alla chirurgia bariatrica, che rappresenta l’ultimo step e prevede la riduzione chirurgica dello stomaco. Negli ultimi anni, però, si parla sempre più di terapia farmacologica. Quando ho iniziato a studiare, questi farmaci erano presenti solo nei trial clinici, oggi, invece, stanno entrando nella pratica clinica».
Negli Stati Uniti se ne parla da tempo, ma ora anche in Italia cresce l’interesse per un farmaco a base di semaglutide: di cosa si tratta?
«Negli Usa il dibattito è molto acceso intorno alla semaglutide, un principio attivo che “imita” un ormone che il nostro corpo già produce. È un ormone anoressizzante, cioè che regola il senso di fame e di sazietà. Il primo effetto è che il paziente si sente più sazio. Quindi mangia meno e ciò favorisce il dimagrimento. Ma l’aspetto più interessante è un altro: questo farmaco agisce sull’infiammazione cronica tipica dell’obesità, riducendo il rischio di malattie cardiovascolari, ictus, infarti e alcuni tumori. Anche quando il paziente non raggiunge il peso ideale, infatti, si osserva comunque una riduzione del rischio cardiovascolare».
Quindi non è solo una questione estetica?
«Assolutamente no. Da fuori sembra solo una perdita di peso, ma internamente il corpo si sfiamma. Ridurre l’infiammazione significa diminuire il rischio di sviluppare molte patologie croniche. Questo è fondamentale, soprattutto considerando che l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica e recidivante. Mantenere uno stile di vita sano non è semplice e le ricadute sono frequenti. Il farmaco aiuta a controllare l’infiammazione anche nei periodi in cui il peso non è perfettamente stabile».
In Italia questi farmaci sono già disponibili?
«Sì, sono disponibili, ma al momento il costo è interamente a carico del cittadino. Si parla di diverse centinaia di euro al mese e di terapie prolungate nel tempo. Una delle sfide future sarà rendere queste cure più accessibili dal punto di vista economico».
Come si assume questo farmaco?
«Di solito tramite iniezioni periodiche, spesso settimanali o quindicinali, ma i protocolli possono variare. Molti setting devono ancora essere definiti con precisione e dipendono anche dal piano alimentare associato».
C’è il rischio che venga percepito come una “pillola magica”?
«È un rischio reale e il messaggio deve essere chiaro: l’obesità non si cura solo con un farmaco. Il farmaco è un supporto che facilita i cambiamenti fisici, ma deve essere accompagnato da un cambiamento dello stile di vita. Non è come prendere una pillola per il mal di testa. Senza un percorso strutturato, i risultati non sono duraturi».
Esistono percorsi multidisciplinari?
«Sono fortemente raccomandati. L’obesità è una malattia multifattoriale. Entrano in gioco fattori genetici, ambientali e psicologici. Spesso l’obesità è la manifestazione visibile di un disagio più profondo, come un disturbo del comportamento alimentare. Un lavoro di equipe tra medico, nutrizionista e psicologo aumenta le possibilità di successo e di mantenimento dei risultati nel tempo».
Parlando di prevenzione, è centrale il tema dell’obesità infantile...
«Sì, perché il nostro sistema sanitario si fonda sulla prevenzione. I dati mostrano che i bambini, in Italia e nel mondo, sono oggi più obesi rispetto a dieci anni fa. Un report di Unicef ha evidenziato che i casi di malnutrizione per eccesso hanno superato quelli per difetto. In Italia circa il 27% dei bambini è in sovrappeso e il 10% è obeso. Un bambino obeso è esposto a rischi per tutta la vita, con maggiori probabilità di sviluppare patologie cardiovascolari, metaboliche e oncologiche».
Va considerato anche l’impatto psicologico?
«Certamente. Un bambino obeso può sviluppare problemi di autostima, isolamento sociale e stress psicologico, soprattutto in un’epoca dominata dai social e dall’estetica. Questo può alimentare ulteriormente i disturbi del comportamento alimentare».
Quali sono le principali abitudini scorrette nei bambini?
«Fra le abitudini scorrette ci sono sicuramente il saltare la colazione, mangiare troppi zuccheri semplici e poche verdure e fare poca attività fisica. Molti bambini, infatti, conducono una vita sedentaria e questo incide non solo sul peso, ma anche sullo sviluppo muscolare, osseo e sulle capacità relazionali».
Come si può intervenire concretamente?
«Con l’educazione alimentare. Progetti come il “NutriPiatto” aiutano a spiegare in modo semplice come comporre un pasto equilibrato. E in questo è importante coinvolgere tutta la famiglia. Il bambino dovrebbe mangiare ciò che mangiano gli adulti, senza diete separate. Ai genitori consiglio di non lasciare al bambino la scelta totale, ma di offrire alternative sane. E spesso funziona anche “nascondere” le verdure, per esempio preparandole in forma di polpette. Educare all’alimentazione significa educare alla salute, fin dall’infanzia».
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