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La presentazione

Piano rifiuti: il cambio di passo

Rocca e Ghera: «Due ambiti ottimali, più autosufficienza. Basta viaggi della disperazione, non sarò ostaggio dei Nimby»

Strade invase dai rifiuti. E i randagi fanno festa

Il Lazio prova a uscire definitivamente dalla logica dell’emergenza e ad avviare una nuova fase nella gestione dei rifiuti. Il nuovo Piano regionale 2026-2031, un documento imponente che supera le mille pagine, rappresenta nelle intenzioni della Regione una svolta strutturale: per la prima volta si punta a chiudere il ciclo dei rifiuti all’interno dei confini regionali, riducendo la dipendenza da altre regioni e dall’estero. A presentarlo è stato il presidente della Regione Francesco Rocca, insieme all’assessore Fabrizio Ghera e alla dirigente del settore rifiuti, Wanda D’Ercole. «Stiamo scrivendo una pagina importante del Lazio: finalmente la Regione è in condizione di chiudere il proprio ciclo dei rifiuti», ha dichiarato Rocca, rivendicando un cambio di passo rispetto al passato. Il nodo principale resta quello dei trasferimenti fuori regione, una pratica che negli anni ha comportato costi elevati e criticità ambientali. Ogni anno circa un milione di tonnellate di rifiuti viene infatti smaltito o trattato altrove. È su questo punto che il governatore ha insistito con maggiore decisione: «L’obiettivo è chiudere il ciclo e fare in modo che non ci siano più questi viaggi della disperazione che trasportano i rifiuti in altre parti d’Italia, se non all’estero. Basta con questo spreco di denaro pubblico».

I traguardi da raggiungere

Il piano fissa traguardi ambiziosi che si collocano in linea con le direttive europee. Entro il 2031 la raccolta differenziata dovrà raggiungere il 72,3 per cento, con una riduzione della produzione complessiva dei rifiuti e un drastico ridimensionamento del ricorso alla discarica, destinata ad accogliere solo una quota residuale. Un cambio di paradigma che richiederà però un forte sviluppo della rete impiantistica, storicamente il punto debole del sistema laziale. In questo quadro si inserisce anche la riorganizzazione della governance, con il superamento dei cinque ambiti territoriali ottimali e la creazione di due macro aree: una dedicata a Roma Capitale e una al resto della regione. Una scelta che tiene conto delle profonde differenze tra la Capitale e le altre province, dove i livelli di raccolta differenziata risultano già più avanzati. Proprio le province saranno chiamate a svolgere un ruolo centrale nel nuovo assetto, contribuendo alla distribuzione degli impianti e alla costruzione di un sistema più equilibrato. Non a caso Rocca ha puntato il dito contro la gestione precedente, parlando di un fallimento evidente delle giunte Zingaretti che ha richiesto l’intervento del governo nazionale e denunciando come in passato non siano state coinvolte adeguatamente le province nella individuazione dei siti. Parole a cui il Pd Lazio ha prontamente replicato sostenendo che quello di Rocca «un piano superficiale che di fatto rinuncia a qualsiasi gestione pubblica degli impianti, affidando ai privati la realizzazione e la gestione delle nuove discariche».

I nuovi impianti

Uno dei passaggi più delicati resta quello legato alla realizzazione degli impianti. Sul tema il presidente ha assunto una posizione netta: «Non sarò ostaggio dei ‘Non nel mio giardino’», ha affermato, facendo riferimento alle resistenze locali che spesso rallentano o bloccano le opere. Allo stesso tempo, però, ha ribadito la volontà di aprire un confronto con i territori, chiarendo che quello approvato è solo l’atto che avvia il percorso. Il nuovo Piano regionale introduce criteri più stringenti per individuare le aree idonee agli impianti, che Province e Città Metropolitana dovranno recepire entro un anno. La selezione si basa su fattori escludenti, che vietano o limitano la realizzazione, elementi di attenzione progettuale che richiedono verifiche tecniche e fattori preferenziali, come aree industriali dismesse o ben collegate. Stabilite anche distanze minime da luoghi sensibili: fino a 1.500 metri per impianti più impattanti e 500 per quelli meno critici. Maggiore flessibilità per i centri di raccolta comunali e possibili deroghe nelle aree industriali per favorire l’economia circolare.

Un confronto partecipato

«Questo non è il piano definitivo ma la delibera che apre la discussione. Il piano vero sarà quello adottato al termine delle consultazioni, perché si tratta di una procedura partecipata», ha spiegato Rocca, indicando anche i tempi: l’approvazione dovrebbe arrivare entro sei-otto mesi. Si tratta dunque di una fase di transizione, in cui alle linee strategiche dovranno seguire scelte operative e decisioni concrete. Il nuovo piano rappresenta una sfida complessa, che richiederà equilibrio tra esigenze ambientali, sostenibilità economica e accettazione sociale. Dopo anni di emergenze, il Lazio tenta ora la strada della programmazione. Resta da vedere se sarà in grado di portarla fino in fondo.

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