L’intervento
19.03.2026 - 08:00
Con Paolo Pulciani, avvocato, membro della commissione Giustizia della Camera, di Fratelli d’Italia, parliamo di referendum in vista del voto del 22 e 23 marzo.
Qual è l’obiettivo principale della riforma? Migliorerà la giustizia per i cittadini?
«Noi crediamo proprio di sì: l’obiettivo principale è portare a compimento ciò che fu iniziato con la riforma Vassalli del codice penale, previsto dall’articolo 111 della nostra Costituzione, un processo giusto, con un giudice terzo e indipendente tra le parti. La divisione della carriera farà sì che il giudice che giudicherà ogni cittadino non farà parte della stessa famiglia dell’organo che ci accusa, ma sarà equidistante. Diverse carriere, diversi ruoli, divisione anche del Csm, ovvero del loro organo che ne gestirà le carriere».
Andando più nello specifico, perché siete favorevoli alla separazione delle carriere?
«Partiamo da un dato: ai tempi di Tangentopoli la fiducia nella magistratura era all’80%, oggi è meno del 40%. Ovvero il 60% dei cittadini italiani non si fida o non ha alcuna fiducia nella magistratura e questo ci dispiace. Vogliamo tornare a far sì che i cittadini abbiano fiducia nella magistratura. Per noi questa riforma è centrale non solo per la divisione delle carriere, perché diamo la possibilità di riconoscere all’organo giudicante una terzietà. Ma anche perché istituiamo l’Alta corte di disciplina che farà sì che i giudici che fanno correttamente il loro dovere non avranno nulla da temere, coloro che fanno errori gravissimi, che vengono pagati sulla pelle dei cittadini, spesso pagati anche dallo Stato che li rifonde, invece subiranno come tutti i cittadini e le categorie professionali delle sanzioni».
Cosa ne pensa del doppio Csm e del sistema di sorteggio - fortemente contestato dai diretti interessati - per l’elezione al Csm previsto per i magistrati, mentre i membri laici verranno scelti da una lista predisposta dal Parlamento?
«La preoccupazione che i membri del Csm fossero eletti tra il corpo dei magistrati e che si potesse arrivare a un sistema correntizio era una preoccupazione di molti padri costituenti. In realtà le degenerazioni di quel sistema per cui chi deve giudicare sulle carriere e sulle sanzioni ai magistrati deve chiedere anche i voti per andare al Csm era un legame che andava spezzato. Chi ha letto i libri di Palamara sa bene che le decisioni sulle carriere dei magistrati non erano fatte sulla loro capacità e competenza ma unicamente sulla loro appartenenza politica. Vogliamo liberare i magistrati dal giogo delle correnti nonché dall’appartenenza politica per far carriera. L’unico sistema, previsto dalla Costituzione anche per altre occasioni, è il sorteggio fra persone altamente qualificate ovvero fra magistrati che avranno superato un triplo giudizio di idoneità positiva, con almeno 12 anni di carriera, e che potranno ben decidere sul curriculum e sulle carriere dei loro colleghi. Solo l’estrazione ci libera dall’obbligo di chiedere voti per essere eletti al Csm e essere da questi condizionati. L’eccezione che ci viene mossa è che i componenti laici non seguono un iter identico di estrazione. La componente laica è, e sarà dopo la riforma, minoritaria, che oggi viene scelta indicando ogni gruppo un proprio nominativo già scelto e di per sé eletto. Domani non sarà così, verrà fatta una lista di persone altamente qualificate, tra giuristi, avvocati e professori universitari. Tra questa lista che sarà composta almeno con due terzi del Parlamento e, dunque, con il contributo delle opposizioni perché lo dice la Costituzione, quelli che ne andranno a far parte saranno estratti a sorte. Si capisce che, in questo modo, il presunto vincolo tra politica e questi membri sarà molto più basso rispetto alla situazione attuale. Oltre tutto c’è da dire che la maggioranza del Csm, ora, e la maggioranza dei due Csm, domani, sarà composta da magistrati, la minoranza politica la vollero i costituzionalisti. Proprio perché la magistratura non deve essere un organo rappresentativo delle ideologie e del voto dei cittadini - per quello c’è il Parlamento - dissero, essendo un organo indipendente ma non eletto, è necessario che nei suoi organi di autogoverno ci sia anche qualcuno in rappresentanza non del Governo ma del Parlamento per garantire la democrazia. Crediamo che così tutte le garanzie costituzionali siano rispettate. Anzi di più, perché si svincolerà per la prima volta la magistratura dai condizionamenti della politica».
I detrattori della riforma pensano che così si limitino l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Voi siete di parere opposto. Perché?
«Siamo di parere opposto e contrario. Intanto non avremmo avuto interesse a farla. Chi fa un sistema dove la magistratura dipende dalla politica, sa che la politica è altalenante - oggi governi, domani stai all’opposizione - e non avrebbe interesse a farlo così deviato al punto da poter essere condizionato anche dai propri avversari. Oltre tutto questo aspetto non è scritto da nessuna parte nella riforma né deducibile. Dispiace constatare che questo programma di separazione delle carriere era già contenuto non solo nel programma del centro-destra ma anche in quello del 2022 del centro-sinistra, che questa riforma era teorizzata da Vassalli, noto partigiano socialista. Che nel 1988 introdusse il nuovo codice penale. Era contenuto nel progetto di riforma costituzionale della Bicamerale di D’Alema che non andò in porto e di tantissimi politici di centro-sinistra, magistrati, giuristi. Per cui, salvo che questo mondo abbia preso un abbaglio enorme e che ritenga che tutta questa riforma sia orientata a diminuire l’autonomia della magistratura, ritengo che queste motivazioni siano un pretesto politico e che quello che vogliono fare i detrattori della riforma non è bocciarla ma andare contro Giorgia Meloni».
Qualche analista sostiene che se la riforma passerà si potrebbero ipotizzare due scenari: i pm condizionati dall’esecutivo oppure al contrario il rischio di radicalizzare ancor di più lo scontro tra politica e magistratura?
«Sulla questione dei pm condizionati dall’esecutivo non ne trovo traccia nella riforma e non riesco a immaginare perché dovrebbe avvenire. Sui pm che possano uscire dalla logica della giurisdizione, dal fatto di non dover fare la medesima carriera dei giudicanti e di esser portati a fare la carriera del superpoliziotto, unicamente votato all’accusa e non alla ricerca della verità, anche su questo non ne vedo traccia nella riforma. Nessuno dice che il pubblico ministero che rappresenta l’accusa non debba, secondo scienza e coscienza e secondo la legge, fare il proprio lavoro e dunque non potrà e non dovrà inquisire persone che ritiene innocenti o nei confronti di cui non ci sono prove. Non muta nulla rispetto a quello che è adesso. La cultura della giurisdizione è la cultura della legalità».
Trattandosi di argomenti molto complessi e tecnici, non ritiene che gli elettori possano non votare sul merito della questione ma perché influenzati dalle posizioni di maggioranza e opposizione e dai loro convincimenti?
«Sì questo è vero. Dobbiamo riuscire a semplificare il messaggio della riforma. Noi per il sì diciamo una cosa molto semplice: cerchiamo di fare ciò che si è tentato e che si voleva già fare tanti anni fa. Ovvero mettere il giudice in una posizione di equidistanza, di terzietà, tra accusa e difesa. Vogliamo istituire una Corte disciplinare che sia davvero terza e indipendente anche questa e che sia in grado di sanzionare quei gravi fatti di cronaca di errori giudiziari e che oggi non vengono sanzionati e non lo sono stati in passato. Chi ha arrestato Enzo Tortora ha fatto una grande carriera e così in tanti altri casi di errori giudiziari. Noi vogliamo che chi sbaglia possa pagare almeno sotto il profilo della carriera. Questo vogliamo, non c’è altro intento nascosto o dissimulato. Non è una riforma di centro-destra ma appartiene a tutti i cittadini e che varrà per garantire la giustizia e la libertà non solo ai cittadini di oggi ma anche ai nostri figli domani».
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