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L'intervista

Sara Battisti: perché votiamo no

La consigliera regionale: «Non è una riforma per i cittadini ma per condizionare la magistratura». E attacca: «Tolto l’abuso d’ufficio, riformata la Corte dei Conti, si vuole un potere senza controlli»

Sara Battisti: perché votiamo no

Il 22 e il 23 marzo si vota per il referendum sulla Giustizia. Ne parliamo con la consigliera regionale del Pd Sara Battisti.

Qual è, secondo voi, l’obiettivo principale della riforma della giustizia per la quale siamo chiamati a votare con il referendum? E soprattutto migliorerà la giustizia per i cittadini?

«Siamo convinti che non è una riforma che migliorerà il sistema della giustizia che avrebbe bisogno di altre riforme. Intanto a partire da risorse per l’aumento del personale. Ci sono tantissimi tribunali che, purtroppo, rallentano il corso dei processi perché c’è poco personale e ci sono anche poche risorse sulle quali si investe, ad esempio su strumentazioni nuove che possano accelerare i processi. C’è poi una cosa che non viene citata mai la giustizia penitenziaria e minorile. Anche lì abbiamo poco personale e risorse. Invece di raccontare una riforma costituzionale, provando a dire che si accelerano i tempi della giustizia e che ci sarà maggiore garanzia che la giustizia funzioni e che arrivi a livello massimo di ricerca della verità, tutto questo è uno specchietto per le allodole al quale, a poco tempo dal voto, non crede più nessuno».

Cosa ne pensa della separazione delle carriere? Tendenzialmente siete favorevoli o contrari?

«Assolutamente favorevoli. Per chi conserva una memoria storica è stata una battaglia del partito dal quale io provengo, anche prima della costituzione del Partito democratico. Chi prova a dire che noi abbiamo cambiato idea, si dimentica di dire che in questi ultimi vent’anni ci sono state diverse riforme che hanno, in qualche modo reso più difficile la possibilità che un giudice possa scegliere di svolgere un’altra funzione. Stiamo parlando di uno 0,4% di persone che hanno fatto questa scelta. Basta citare la Cartabia, non una legge di tantissimo tempo fa, perché appunto i criteri impongono a queste professionalità di fare delle scelte, anche di vita. Una di queste è l’imposizione del cambio di regione quando si sceglie di cambiare. Questa parte in questo referendum non c’è, non esiste. È un altro argomento utilizzato da chi sostiene il sì per provare a dare un’immagine distorta per cercare di attirare consenso».

Cosa ne pensa del doppio Csm, dell’Alta corte disciplinare? E di un altro punto controverso della riforma quello del sistema di sorteggio (tra circa 10.000 magistrati) per l’elezione al Csm previsto per i togati mentre i componenti laici verranno sorteggiati ma da una lista predisposta dal Parlamento?

«Come nasce il nostro ordinamento giuridico? Intanto in un percorso storico che parte da Atene e arriva alla Rivoluzione francese e poi segue in Italia con una guerra che ha devastato il mondo e che ha fatto conoscere in Europa il nazi-fascismo. La democrazia regge su un impianto costituzionale, in questo Paese, discusso per mesi e mesi da un’assemblea costituente formata da tutti i partiti politici che hanno avversato il nazi-fascismo. Dentro la costituzione ci sono gli anticorpi per evitare quanto successo durante il fascismo e cioè che il potere politico potesse sovrastare il potere giudiziario. Perché questa riforma va a ledere un primo potere? Perché questo governo non ha voluto mediare le posizioni. Perché la forza di maggioranza relativa che oggi guida il governo del Paese e che esprime il presidente del Consiglio comunque ha una matrice culturale che viene da quella forza politica che non sedeva in quell’assemblea costituente. E questo non ce lo possiamo dimenticare. Questa è la storia del nostro Paese. Tanto è vero che il potere legislativo è stato completamente azzerato in questa discussione: questa riforma è stata fatta a colpi di votazioni di maggioranza. Questo per dire che noi andiamo a costituire un secondo Csm con una serie di funzioni speciali che oggi il presidente della Repubblica non ha. Si è parlato di come evitare che la magistratura possa avere un imprinting politico. Né il sorteggio né le nomine dirette nè la scelta dei laici come viene compiuta in questa riforma possono scardinare questo meccanismo. Anzi, a mio avviso, lo vanno ad aumentare. Perché se devo entrare nella lista del sorteggio devo costruire le condizioni per entrare, se devo essere di gradimento per la nomina dal parlamento devo costruire delle alleanze con le forze politiche, se sono di indicazione del presidente della Repubblica è la politica a questo punto che sceglie. Al momento per come è costruito il nostro ordinamento c’è meno possibilità che si incida sulle carriere rispetto alla riforma».

C’è chi paventa il rischio di limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

«Sicuramente sì. È un disegno. È chiaro che si vuole condizionare la magistratura. Questa arriva dopo altre riforme: è stato tolto l’abuso d’ufficio, è stata riformata la Corte dei Conti che aveva una ragione di vigilanza e controllo su come viene speso il denaro pubblico. Adesso si limita il potere della magistratura. E chi fa tutto questo? Chi vuole incrementare il potere a scapito di tutti quegli organismi di controllo».

Se passerà la riforma c’è chi prospetta due scenari differenti: i pm finiranno per essere condizionati dall’esecutivo oppure, al contrario, saranno più autonomi con il rischio di radicalizzare ancor di più lo scontro tra politica e magistratura.

«È chiaro che ci sono dei contrasti con la Costituzione vigente. Ci sono rischi di ricorsi su profili di incostituzionalità. Se vincerà il sì, si troveremo in un limbo perché c’è una parte che dovrà essere scritta e non sappiamo come sarà scritta».
Trattandosi di argomenti complessi e molto tecnici, in pochi avranno la capacità e il tempo di informarsi a fondo. Allora è possibile che si voterà non tanto sul merito della questione ma perché influenzati dalla politica.
«Certo che c’è questo rischio. Non è vero che si doveva arrivare a un referendum confermativo, ma è un effetto di una discussione che non si è voluta fare nelle sedi preposte. C’è un elemento di storicità che i cittadini devono tener conto. Abbiamo avuto uomini e donne che sono morti per scrivere questa Costituzione. Sicuramente chi maneggia la materia capisce bene di cosa si sta parlando, ma è facilmente comprensibile che se anziché allegerire vai ad appesantire, perché lo fai? Lo fai con l’idea di controllare. Il referendum è uno strumento prezioso, credo sia un dovere non soltanto un diritto di informarsi prima del voto e di farlo con grande attenzione e di esercitarlo. Noi continueremo a batterci fino all’ultimo perché il no possa vincere questo referendum».

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