Il saggio
07.11.2025 - 14:00
Marco Tullio Cicerone riteneva che «una comunità dovrebbe poter contare su politici che non inseguono né ricchezza né potere per sé, ma cercano di provvedere al bene di tutti». Partendo da tale condivisibile principio la scrittrice Luigina Mortari ha pubblicato, per Cortina Editore, uno splendido saggio intitolato “La Sapienza politica – Grammatica dell’agire giusto” (156 pagine). Il libro ci accompagna – con notevole lucidità e una non comune chiarezza espositiva – nel cuore della più nobile (quanto meno in astratto…) delle attività umane. Che, essendo tesa per principio al miglioramento della qualità della vita comune, dovrebbe essere sempre improntata alla “regola del bene” ed all’illuminata azione del singolo al servizio della collettività. L’autrice evidenzia sin da subito che «per costruire un mondo dove sia possibile vivere una buona qualità della vita con gli altri, occorre una specifica forma di sapienza, cui è dato il nome di politica».
Tale visione complessiva si adagia, a ben vedere, su quella della filosofia platonica. Il grande pensatore greco, infatti, definiva la politica «la cura dell’insieme della comunità umana» e, coloro che la attuano, i «pastori degli esseri umani», ai quali è affidato il delicatissimo compito di coltivare e praticare il rispetto degli altri.
Stando così le cose, osserva la Mortari, ne consegue che la “buona politica”, per essere definita tale, deve essere sempre praticata «alla ricerca dei modi giusti per amministrare le cose pubbliche per il bene di tutti». L’autrice tuttavia opportunamente rileva che «noi non disponiamo di una perfetta grammatica delle cose buone e giuste da fare», perché la politica non è una scienza. Men che meno esatta.
Proprio al fine di riuscire ad onorare adeguatamente il senso civico che la permea, bisognerebbe perciò fondarla in primo luogo soprattutto sulla cultura, e sulle competenze che, quest’ultima, inevitabilmente, regala. La politica, in altre parole, «è un sapere architettonico, ossia un sapere secondo, in quanto si avvale di molti altri saperi»; questo avviene perché «l’agire (politico, ndr) obbliga a un pensare continuo, a un incessante processo di interpretazione degli eventi, a una continua riformulazione dei piani che informano l’agire, a una persistente valutazione critica degli esiti che ne conseguono». E ciò in ossequio all’arguta considerazione aristotelica che la politica è «il fare secondo ragionamento», avendo tuttavia sempre cura di ipotizzare ed immaginare, in anticipo, «le conseguenze delle azioni che si intraprendono».
Per riuscire ad ottenere questo prezioso ed ambizioso risultato, la politica dovrà necessariamente fondarsi sul dialogo (strumento comunicativo che, se adeguatamente coltivato, aiuta ad adottare decisioni giuste, sagge ed illuminate, e ad impedire i conflitti e le guerre). Il confronto dialettico, infatti, stimola l’apertura mentale delle persone, e consente di acquisire utili capacità valutative, di giudizio e di azione, che costituiscono poi il fondamento imprescindibile di qualsiasi “sana politica”. Questo perché, rileva la Mortari, «affinché l’altro accetti di sentirsi messo in discussione in modo radicale, ha bisogno di percepire che l’interlocutore tiene in considerazione le sue idee». Tale conclusione, a ben vedere, non fa altro che riconoscere valore al concetto di “centrismo”, nel senso che gli orientamenti politici troppo “schierati”, in genere arroccati su controproducenti pregiudizi e preconcetti, tendono inevitabilmente a svilire la nobiltà di qualsiasi confronto e di qualsiasi ideologia. Una più equilibrata collocazione politica, si badi, non va però semplicisticamente considerata come “di comodo”, semmai va invece intesa come il proficuo superamento della naturale fallacia di (buona) parte delle più intransigenti convinzioni ideologiche e “di partito”, di qualsiasi colore esse siano…
Osserva infatti a tal proposito l’autrice del saggio: «La politica ha necessità di un pensiero che sappia rimanere incollato alle cose così come accadono, senza lasciarsi inquinare da cliché e da teorie standardizzate» e, come sosteneva Sofocle, «quando le idee non risultano abbastanza solide, occorre saperle abbandonare, e accettare… è parte della saggezza anche il non vergognarsi a dismettere le teorie quando non risultano più valide». L’obiettivo finale è quindi «la politica quotidiana delle virtù», la quale, come sosteneva Aristotele, si pratica utilizzando «la giustizia, il coraggio, la grandezza d’animo, l’agire da persona libera, la saggezza e la sapienza», e che poi trova il suo più ampio e completo compimento nell’amicizia (virtù per eccellenza, disinteressata di natura, che «cerca il buono ed il giusto per l’altro senza cercare qualcosa per sé»). Osserva la Mortari che tale idealistica conclusione sembra purtroppo configgere con la realtà. Ciò a conferma di quanto a suo tempo posto in evidenza da Hobbes (il quale sosteneva infatti che fra gli esseri umani trovano accoglienza solo quelle verità che non si oppongono né alla ricerca del profitto né alla ricerca del piacere…), e dal già citato Cicerone.
Queste autorevoli valutazioni filosofico-morali, a ben vedere, sono di fatto fondate sul concetto di onestà. Il cerchio, in altre parole, si chiude: la “sapienza politica”, la “grammatica dell’agire giusto”, la “regola del bene” non possono pertanto prescindere da un’etica di fondo, da un disinteressato senso del sacrificio, da un civico istinto di generosità. Qualità che purtroppo, assai raramente, si rinvengono oramai in coloro che si sono offerti di rappresentarci.
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