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A tu per tu

Con Stefano Fiorletta vi raccontiamo il basket

Dai campi all’aperto dei primi anni ‘80 alle meraviglie della serie A. Le vicende della pallacanestro ciociara viste da un protagonista

Personaggio di primo piano del basket ciociaro e tra i principali artefici di quello che in tanti definirono il “miracolo Ferentino”, Stefano Fiorletta è il nostro gradito ospite della settimana.

Un “tuffo” nel mare della palla a spicchi, per navigare dall’era pionieristica a quella della serie A, condivisa addirittura da due realtà della nostra provincia.

Come sempre si parte dall’inizio e da una figura ben precisa, quella di Remo Fiorletta, papà di Stefano. È lui il “creatore” del basket ferentinate?

«Direi proprio di sì. La squadra di basket a Ferentino nacque nel 1977, quando mio padre si mise in testa di creare una squadra di pallacanestro per far sì che io mi dedicassi a questa disciplina e non al calcio. Avevo avuto un incidente automobilistico e lui voleva proteggermi dai rischi del calcio. Nacque così, e devo dirti, in tutta sincerità, che inizialmente il basket non mi piaceva granchè».

Il Ferentino comincia dalle giovanili e ovviamente sui campi all’aperto, all’epoca ancora molto diffusi?

«Ho un ricordo molto preciso e riguarda la prima partita del campionato juniores che dovevamo giocare in casa contro la Virtus Frusino. Il campo era quello del Liceo Classico e la domenica mattina ancora non c’erano le strisce. Ci adoperammo tutti, giocatori, dirigenti e appassionati della prima ora, affinché per le 17, orario della gara, fosse tutto a posto. L’impresa riuscì e fu quella la prima ideale vittoria».

Campi all’aperto e condizioni al limite della praticabilità erano un po’ la caratteristica del basket in Ciociaria in quei primi anni 80?

«Sì, i campi coperti rappresentavano un’eccezione nella nostra provincia. Noi giocavamo inizialmente all’oratorio Sant’Agata e poi al campo del Liceo Classico, ma anche le nostre “cugine” avevano per lo più campi all’aperto. Ricordo una partita giocata il 6 gennaio ad Alatri, nel famoso campo sotto “il Girone”, nell’ambito del campionato di Promozione. Tirava un vento terrificante, l’arbitro mi pare fosse Diana. Un mio compagno di squadra era talmente frastornato che partì deciso verso il nostro canestro. Per fortuna non riuscì a portare a termine l’azione, ma a volte si verificavano situazioni al limite del grottesco».

Come rispose la città di Ferentino alla chiamata di questo nuovo sport?

«Bene, con molto entusiasmo. Tanto in termini di pubblico che di giocatori la proposta fu importante e riuscimmo ad allestire squadre cadetti e juniores (allora si chiamavano così) abbastanza competitive».

Chi fornì i primi rudimenti ai volenterosi pionieri del basket amaranto?

«Ricordo due figure in particolare, Corrado Senia e Gianni Minnucci: maestri di sport, innamorati del basket e grandi amici di famiglia. Con loro crebbe una generazione di cestisti, non priva di eccellenze».

Hai qualche altro ricordo di quella prima fase della storia del basket ciociaro?

«Ne ho uno indelebile. Ad Atina una partita fu interrotta perché c’era un gregge di passaggio: tutti fermi e priorità agli ovini. È successo anche questo, credetemi. La passione era più forte di tutte le difficoltà, ma a volte c’erano questi singolari inconvenienti».

Rivalità e amicizia formavano un suggestivo connubio nella famiglia allargata del basket ciociaro?

«Proprio così. I derby erano sempre infuocati, quale che fosse la categoria. In campo la domenica mattina si era fieri rivali ma poi la sera spesso ci ritrovavamo a mangiare una pizza insieme. La comunità del basket ciociaro aveva quali regole inviolabili il rispetto e l’amicizia. Per questo ancora adesso, quasi quaranta anni dopo, questi legami esistono e sono la testimonianza più vera di come una passione comune possa generare rapporti di vera amicizia».

Di recente la famiglia del basket ha perso un personaggio di primo piano e anche un tuo amico, Fabrizio Iannarilli. Un tuo ricordo?

«È una ferita che non sarà mai chiusa quella della perdita di Fabrizio. Con lui ho condiviso momenti, pareri, entusiasmi, sensazioni su questa nostra comune passione. Ricordo che quando per la prima volta ebbe un malessere eravamo in Sardegna, io ero lì con l’Anagni, lui con il Veroli e appresi questa cosa con tanta preoccupazione. Fabrizio era un uomo intelligente e generoso, un amico vero. Si dice spesso bene di chi ci lascia, ma lui era davvero una persona speciale».

C’è poi una fase in cui a Ferentino eravate un po’ i nomadi della provincia, perché andavate a giocare nei palazzetti di Frosinone, Alatri e Anagni?

«Esatto. Avendo raggiunto categorie regionali, che prevedevano la necessità di un campo al chiuso e non avendo ancora un nostro impianto, abbiamo giocato un po’ dappertutto le nostre gare casalinghe, ospitati ora dall’una ora dall’altra delle nostre consorelle ciociare».

Poi però vi muniste di impianto autonomo?

«La Palestra Itis fu il nostro primo campo al coperto, poi grazie a un finanziamento ed all’aiuto delle casse comunali arrivammo a costruire il nostro Palazzetto».

E comincia una nuova era in cui il Ferentino e il Veroli fanno irruzione nel grande basket, quello della serie A2?

«Veroli ci precedette. Nel campionato che consegnò ai giallorossi le chiavi della serie A2 c’eravamo anche noi del Ferentino. Poi, dopo la General Tubi, arrivò il marchio FMC e con la presidenza di Ficchi anche a Ferentino coronammo il sogno della serie A2».

Cosa succede a Ferentino con la squadra in serie A?

«Succede quel che è normale quando un club raggiunge un livello importante. A vedere le gesta dei nostri ragazzi non era solo un pubblico di nicchia, ma ogni gara casalinga vedeva sugli spalti 6-700 presenze. Questo da una parte ci inorgogliva ed era uno spot per il nostro sport, dall’altra inevitabilmente portava anche a sentire ricostruzioni tecnico tattiche piuttosto ardite da parte di chi in verità mancava delle basi. Sono le controindicazioni dell’allargamento: ben vengano, ma sentire quanti coach improvvisati ci fossero su quelle tribune era una cosa quantomeno singolare».

Grandi giocatori, tante battaglie contro piazze storiche del basket italiano. Cosa si prova durante questo viaggio?

«Anzitutto la soddisfazione per tutti gli ostacoli incontrati e superati. Poi anche l’ammirazione per certi protagonisti. Gli americani che hanno giocato con noi, ma anche gli avversari, spesso erano dei veri fenomeni. Personalmente ho spesso riscontrato in loro una relativa voglia di sacrificarsi e un approccio quasi goliardico all’agonismo, ma le loro doti fisiche e tecniche a volte lasciavano sbalorditi. Su tutti cito Omar Thomas, giocatore incredibile».

Il titolo viene ceduto, sembra che tutto sia finito, ma tra quelli che ripartono ci sei anche tu. Come si trovano le motivazioni a competere in Promozione dopo aver giocato in serie A?

«Nel momento più brutto ci siamo guardati in faccia e abbiamo convenuto che valesse la pena ripartire. Abbiamo così rivinto la Promozione e la serie D e sembrava che potessimo andare ancora avanti, ma purtroppo adesso si è di nuovo arenato tutto. Sai, ormai la passione per il basket si era così espansa che ci siamo ritrovati ad avere quasi mille spettatori per gare di serie D. Passare dalle sfide con Trento, Treviso e altre piazze consimili a quelle in palestrine dei Castelli Romani è stato per certi versi traumatico. Però quando c’è la passione la categoria finisce con l’assumere un’importanza relativa. Diciamo che abbiamo portato in Promozione la professionalità della A ed è stata anche questa un’esperienza».

Ti abbiamo visto particolarmente radioso quando parlavi delle sfide con le altre squadre ciociare. È quella la pallacanestro che porti nel cuore?

«Hai visto giusto. Per me le imprese di tiratori come mio fratello Daniele e Massimo Pantano, la grinta e la lettura del basket di Capponi, Tremigliozzi, Giudici, e poi di Cantonetti e Iacoboni sono ricordi indelebili. Ricordo Sandro Rossi, Peppe Fiorini e tanti altri protagonisti di quel basket: amici, atleti e alfieri di un basket che fu la premessa per i traguardi raggiunti successivamente dal Veroli e da noi».

Il basket però ora sta perdendo terreno rispetto ad altre discipline. Ti cito tennis, volley e atletica leggera. Perché?

«Mancano i risultati della Nazionale a far da volano e la colpa principale è della Federazione edei regolamenti. Nelle squadre più importanti gli italiani sono rari e i nostri giovani faticano tantissimo a trovar spazio. Il basket peraltro è molto poco propagandato anche a livello televisivo. Basti pensare che alla Domenica Sportiva i servizi sul nostro sport vanno intorno alla mezzanotte e un quarto, una fascia oraria davvero improponibile. Bisogna investire sui settori giovanili e ridare concrete opportunità ai ragazzi che abbiano delle reali qualità. Ricordo quando il nostro Daniele Giorgi approdò alla Virtus Roma. Non chiedemmo alcuna contropartita, per noi la possibilità che lui potesse emergere nel basket che conta era già un premio sufficiente. I dirigenti romani, sorpresi, ci regalarono palloni e materiale legato alla nostra disciplina sportiva».

Sei appassionato del basket NBA?

«Non particolarmente. Sostanzialmente oltreoceano si privilegia lo spettacolo rispetto a tecnica e tattica, ci sono punteggi esagerati; a me piace un basket diverso, diciamo europeo. Mi piacciono la difesa, il sacrificio, gli schemi, cose che nel basket americano non sono prioritarie».

Quali allenatori tra quelli visti all’opera ti hanno impressionato?

«Tra tutti, Franco Gramenzi per come sapeva rapportarsi alle persone e anche come tecnico. Devo dirti però che ho un giudizio estremamente lusinghiero anche di Trinchieri. Una volta sono andato a seguire un suo allenamento e parlava in cinque lingue diverse ai suoi giocatori. Sono rimasto davvero stupito e lì ho capito cosa sia il professionismo. Occorre una preparazione globale, evidentemente».

Tra i giocatori invece chi era il tuo idolo?

«Mi piacciono molto i tiratori, perciò ti dico Bob Morse. Lui sbagliava di rado, un po’ come Oscar. Una volta con il mio amico Mario Villani andammo a vedere a Roma una sfida con Bologna. Danilovic fece 47 punti e fornì una prestazione mostruosa. Ecco, c’è anche lui tra i miei giocatori preferiti».

Ti piacciono altri sport?

«Seguo con molta passione il calcio e sono un tifoso piuttosto accanito della Roma. Poi mi piace il tennis e per anni ho fatto il tifo per Novak Djokovic. Ora che abbiamo un fenomeno fatto in casa però trovo assurdo che qualcuno si permetta di metterlo in discussione. Perciò anche quando gioca contro Djokovic, io ora faccio il tifo per Sinner. Speriamo che anche il basket trovi il suo Sinner. Servirebbe».

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