L'intervista
19.03.2026 - 08:30
A pochi giorni dal referendum sulla giustizia, il dibattito si accende tra sostenitori del sì e del no. Per provare a fare chiarezza sui contenuti della riforma e sulle sue possibili conseguenze, abbiamo intervistato il professor Giovanni D’Alessandro, docente di diritto pubblico, che analizza nel merito tecnico i quesiti referendari, soffermandosi su criticità, rischi e possibili alternative per migliorare il funzionamento della giustizia italiana.
Professore, tra poche giorni gli elettori saranno chiamati a esprimersi sul referendum sulla giustizia. Perché lei ritiene che la scelta del “No” sia la più opportuna?
«Tengo anzitutto a precisare che non esprimo opinioni ideologiche, che non mi appassionano, ma soltanto tesi interpretative del testo normativo sottoposto al voto referendario. Io ritengo che la revisione costituzionale che si propone sia gravemente lacunosa e contraddittoria in punti fondamentali del suo contenuto. Si declina una c.d. “separazione delle carriere” unicamente come separazione del Consiglio superiore della magistratura in tre organi distinti, tra cui un’Alta Corte disciplinare che, se varata così come prevista, non potrà funzionare per difetti tecnici del testo approvato».
Uno degli argomenti dei sostenitori del referendum è che queste riforme renderebbero la giustizia più efficiente e più equilibrata. Secondo lei quali rischi concreti comporterebbero invece queste modifiche?
«Non credo che i sostenitori della riforma ritengano che essa possa rendere la giustizia più efficiente e più equilibrata. Non lo sostiene il Ministro Nordio, non lo sostiene la Presidente Meloni. Non è, infatti, una riforma della giustizia (che è un servizio) ma una riforma organizzativa della magistratura, con la quale si ridimensiona il peso di quest’ultima rispetto alla politica. Ci sono indici testuali che dimostrano questa conclusione: ad esempio, nell’Alta Corte disciplinare si prevede una proporzione tra componenti di estrazione laica e componenti togati non di un terzo e due terzi, ma di 40% e 60%, con 6 membri laici su 15 membri complessivi dell’organo. Dunque, l’aritmetica dice che la politica “guadagna” un componente in più rispetto alla disciplina attuale del CSM. Inoltre, nei 15 membri sono inclusi soltanto 3 pubblici ministeri e, dovendo comporre almeno 2 collegi (uno di primo grado e uno di appello), si avrà almeno un collegio in cui la maggioranza sarà dei laici sulla componente togata. Insomma, essendo solo 3 pm, in un collegio avremo 2 pm e 1 laico e in un altro 1 pm e 2 laici. E questo certo riequilibra il peso della politica nei confronti della magistratura requirente, con il rischio di danneggiare l’indipendenza dell’ordine giudiziario».
Molti cittadini percepiscono il sistema giudiziario come lento e poco efficace. Se il referendum non è la soluzione, quali interventi ritiene realmente necessari per migliorare il funzionamento della giustizia?
«Esiste uno sola grande e semplice riforma da attuare. Con legge ordinaria, senza scomodare la Costituzione. Prevedere maggiori risorse finanziarie per la giustizia, in modo da assumere magistrati e superare il sovraccarico di lavoro, così da assicurare un servizio (giustizia) effettivo ed efficace. Su questo c’è un impegno formale del Governo nei confronti delle istituzioni europee, a fronte del finanziamento del PNRR in questo comparto».
Il dibattito pubblico spesso contrappone politica e magistratura. Il referendum rischia di accentuare questa tensione oppure può essere un’occasione di chiarimento istituzionale?
«Il correntismo ha certamente danneggiato l’immagine della magistratura, che dev’essere un potere (un ordine) che applica la legge e garantisce la tutela effettiva dei diritti dei cittadini. Il correntismo ha distolto complessivamente la magistratura da questo suo compito naturale, oltre che costituzionale. D’altra parte, la riforma che si propone non riuscirà a risolvere il problema, giacché il sorteggio di magistrati che per la stragrande maggioranza è iscritta all’Associazione nazionale dei magistrati non potrà produrre quella rivoluzione culturale necessaria per ristabilire la neutralità della gestione autonoma della categoria. Si ricordi che all'ANM sono iscritti circa 9.149 magistrati su un totale di 9.657 previsti nel ruolo organico, rappresentando una larghissima maggioranza della categoria. Il sorteggio renderà soltanto casuale il peso relativo delle varie correnti interne all’ANM, ma non le eliminerà affatto».
Guardando alla partecipazione dei cittadini, quanto è importante che gli elettori si informino nel merito dei quesiti e quale messaggio si sente di rivolgere a chi è ancora indeciso su come votare?
«Il referendum costituzionale non ha quorum strutturale e, dunque, prevarrà la maggioranza tra i votanti, qualunque sia il suo numero. Siccome si tratta della modifica della nostra Costituzione repubblicana, che ci ha garantito numerosi diritti fondamentali per quasi 80 anni, sarebbe auspicabile che tutti i cittadini esercitassero il diritto di voto inteso anche come dovere civico nei confronti della collettività. Rimane in gioco l’idea dell’individuo non come monade isolata ma come parte di una comunità con dei valori condivisi, i valori costituzionali repubblicani appunto. Con l’orgoglio di essere cittadini italiani».
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