L'intervista
24.02.2026 - 10:00
Francesca Cerquozzi, vicesindaco e assessore alla cultura, turismo e commercio del Comune di Veroli
La stella polare è la cultura, intesa non soltanto come arricchimento sul piano della conoscenza, ma anche come volano di sviluppo. È questo concetto che Francesca Cerquozzi declina quotidianamente e “scarica a terra”. Esperienza, passione politica ed entusiasmo non le mancano. È stata candidata alla Camera nel 2018, nel Pd di Matteo Renzi. Da 9 anni amministratrice del Comune di Veroli. In passato ha svolto un ruolo come quello della collaboratrice in Senato, dal 2025 è assistente dell’europarlamentare Dario Nardella. Ma resta costantemente concentrata sulla cultura. Lo dimostra il lavoro nella sua città, nella squadra dei sindaci di Simone Cretaro prima e di Germano Caperna adesso. Veroli è stata la sede degli Stati Generali della Cultura, oltre ad essere una delle 10 città finaliste, con Anagni, Alatri e Ferentino, con il progetto Hernica Saxa, per il titolo di “Capitale Italiana della Cultura 2028”. L’abbiamo intervistata.
La cultura viene spesso raccontata come intrattenimento o programmazione di eventi. Qual è, secondo lei, la sua funzione reale per un territorio?
In una provincia che vive lo spettro della deindustrializzazione, la cultura può davvero rappresentare una risposta alternativa concreta?
«La deindustrializzazione rischia di lasciare non solo vuoti economici, ma anche sociali e identitari. In questo contesto la cultura non sostituisce l’industria, ma aiuta i territori a costruire nuove filiere di sviluppo. Penso al turismo culturale, alle imprese creative, alla rigenerazione dei centri storici, alle opportunità per i giovani. La politica deve avere il coraggio di leggere i cambiamenti e di costruire alternative credibili. La cultura può essere una leva concreta perché tiene insieme economia e comunità».
A Veroli avete promosso gli Stati Generali della Cultura. Che significato hanno avuto?
«Sono stati un passaggio importante perché hanno segnato un cambio di metodo. Oltre 70 amministratori si sono confrontati non per celebrare ciò che già esiste, ma per costruire una visione condivisa. Abbiamo scelto di parlare di cultura come leva di sviluppo territoriale e di cooperazione tra amministrazioni. Questo è il punto politico più forte: superare la frammentazione e costruire strategie comuni, capaci di guardare oltre i confini dei singoli Comuni».
Si parla tanto di “egemonia culturale”. Poi però spesso la politica, soprattutto a livello locale, si occupa poco di cultura.
«La politica sbaglia se continua a considerare la cultura come un aspetto marginale, quasi ludico. Occorre iniziare a pensarla come una politica pubblica strategica. Significa lavorare su reti, programmazione, visione di lungo periodo. I territori hanno bisogno di scelte che guardino avanti, non di interventi episodici. Quando la cultura diventa uno spazio di collaborazione, diventa anche un modo nuovo di governare il territorio. Una delle cose che più mi rende orgogliosa della nostra amministrazione e del sindaco Germano Caperna è esattamente questo modo di intendere la cultura».
Dentro questa visione si inserisce anche Hernica Saxa. Quali prospettive?
«Hernica Saxa rappresenta un esempio concreto di questo approccio. È uno strumento attraverso cui città legate da storia e identità condivise sperimentano una strategia comune. La forza non sta solo nella candidatura, ma nel metodo: passare dalla logica degli eventi isolati a una visione territoriale più ampia».
Pensa che Veroli possa essere un esempio?
«No, questa provincia ha amministratori di straordinarie competenze e noi non vogliamo certo dire che siamo migliori; abbiamo dimostrato però che insieme si può fare più strada e che, dunque, è giunto il tempo di stimolare una rete diffusa: quante volte ci siamo detti di voler fare squadra? Ecco ora ci sono davvero tutte le premesse».
Qual è la sfida più grande per territori come il nostro?
«La sfida è passare dalla gestione dell’esistente alla costruzione di una visione. Amministrare significa rispondere alle esigenze quotidiane, ma oggi serve anche la capacità di immaginare il futuro. La Ciociaria ha bisogno di un nuovo modello di sviluppo, che porti ricchezza, che parli di futuro e di innovazione, che affianchi settori come la produzione industriale, la logistica, il terziario. Quello spazio è tutto nel solco della valorizzazione di ciò che abbiamo. Se la cultura diventa uno spazio di progettazione condivisa, può aiutare i territori a ritrovare fiducia e direzione».
Insomma, potremmo vivere di cultura e turismo?
«Aggiungo di arte, storia, ambiente. Perché se altri territori ce l’hanno fatta, noi dobbiamo sempre pensare di non essere abbastanza? Con tutto questo non potremmo solo sopravvivere, potremmo trovare tante risposte di lavoro e benessere. Ma ve la ricordate la Puglia prima della valorizzazione della taranta? O Matera prima dell’esplosione del suo brand? Possiamo farcela anche noi. Ma dobbiamo crederci e lavorare».
E dunque?
«Il punto non è soltanto organizzare eventi o inseguire riconoscimenti, ma lasciare un metodo: perché i progetti finiscono, mentre le visioni continuano a guidare i territori».
Lei ha anche un profilo politico. Domenica si chiude una lunga e tormentata stagione congressuale del Pd. Quale ruolo dei Dem sul territorio?
«Il compito del Pd e di tutte le forze progressiste oggi è tenere insieme sviluppo e coesione sociale nei territori. In questo senso vedo come elementi di garanzia l’attivismo del segretario regionale Daniele Leodori, del presidente Francesco De Angelis del prossimo segretario provinciale Achille Migliorelli, perché è importante riuscire a mantenere aperto un dialogo concreto tra livelli istituzionali diversi. E penso che il Pd, con la sua propensione ad un riformismo che viene dal basso, sia l’unico soggetto politico in grado davvero di cambiare le cose affinché si torni ad immaginare che il futuro possa essere migliore del presente».
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