Cerca

Cronaca

Morte Santino Tuzi, caso da riaprire

La figlia del brigadiere che per primo indicò la presenza di Serena in caserma spiega i dubbi. Per il consulente della famiglia ci sarebbero degli elementi importanti. Presto la richiesta di nuove indagini

Morte Santino Tuzi, caso da riaprire

Una serie di dubbi, di incongruenze, di anomalie tecniche. Sono stati questi dati a sostanziare ieri la conferenza stampa indetta da Maria Tuzi, figlia di Santino Tuzi, e che faranno parte - insieme ad altri elementi - della richiesta che verrà depositata presto in procura. Una istanza ben strutturata, vagliata anche dalla difesa rappresentata dall’avvocato Elisa Castellucci, per chiedere che il caso legato alla morte di Santino Tuzi venga riaperto.

Ieri, durante la conferenza stampa indetta a Pastorano (in provincia di Caserta), si sono riaccesi i riflettori sui tanti dubbi legati alla morte del brigadiere, che la figlia ha sempre “gridato”. «Ora, però, è diverso - spiega - c’è il supporto di dati tecnici».

Tuzi, che per primo indicò la presenza di Serena in caserma, venne ascoltato in procura su tali circostanze nel 2008, poi la “ritrattazione” e la “ritrattazione della ritrattazione”, prima di essere stato trovato senza vita in auto, tre giorni dopo essere stato ascoltato. Un suicidio a cui la famiglia non ha mai creduto. Il fascicolo, aperto come omicidio, venne derubricato a istigazione al suicidio. Poi chiuso come suicidio, nonostante le tante anomalie fatte rilevare.

Ieri, con il supporto del perito balistico Dario Sangermano, sono state affrontate in modo analitico le principali incongruenze emerse rispetto alla ricostruzione che ha ipotizzato finora una dinamica suicidaria. «Non possiamo essere certi che sia stato ucciso, ma neanche che si sia suicidato» è stato detto durante l’incontro. Per Sangermano Tuzi aveva un appuntamento con qualcuno «che potrebbe avergli puntato una pistola contro. Santino potrebbe aver spostato l’arma, per difendersi. Poi il colpo».
Traiettoria del colpo e assenza di sangue: gli elementi preminenti che porterebbero a ipotizzare che il brigadiere non si sia tolto la vita. Dunque un suicidio imperfetto? Per Maria qualcosa di più. «Papà è stato ucciso - afferma Maria - Ci tengo a dire che quanto emerso è ciò che ho detto in maniera non tecnica per tutti questi anni. Spero che gli elementi rilevati dal perito possano portare finalmente a una riapertura del caso. Attendiamo la fine delle relazioni e poi chiederemo alla procura se ci sia la possibilità o meno di far ripartire le indagini. Ci spero».

Una morte e troppi dubbi

Chi era Santino Tuzi? Questo il punto di partenza della conferenza stampa, in cui Maria ha ricordato anche gesti di generosità e aneddoti mai emersi. «La morte del brigadiere ha avuto la “sfortuna” di non essere subito collocata nel giusto contesto. Ovvero quello legato alla morte di Serena. L’assenza delle impronte sull’arma, l’assenza di sangue sulla pistola perfettamente adagiata sul lato passeggero sono solo alcune delle incongruenze. Ecco l’importanza di questa ricostruzione che il tecnico balistico è riuscito a far emergere - ha detto l’avvocato Castellucci - Non è un voler adattare il dato storico a quello che ci fa più comodo ma è una ricostruzione basata su evidenze tecniche, che ci consente di ridurre l’area di dubbio». Per il perito balistico la presenza di sangue fuori dall’auto (che venne trovata con la portiera aperta), sulle mani e sugli avambracci del brigadiere, sul volante, sul pianale dell’auto, sui tappetini e anche sulla parte interna della portiera, ma non sulla pistola, è anomala. Anche «la traiettoria non coincide con l’asse del braccio della vittima», come pure l’assenza di impronte sull’arma e la posizione non compatibile con una caduta autonoma della pistola rappresenterebbero degli elementi fortissimi, utili a indicare che sarebbe plausibile pensare a una dinamica omicidiaria più che suicidaria.

Analisi della scena del crimine

Per Sangermano sarebbero due gli aspetti preminenti (ma non gli unici): la traiettoria e le impronte. Si sarebbe trattato di un colpo sparato dall’alto verso il basso, da sinistra verso destra, come se qualcuno - e per far comprendere ai presenti quanto detto sono state proiettati i video degli esperimenti - avesse fatto fuoco colpendolo al cuore. Una dinamica che sembrerebbe descrivere un’altra scena: Tuzi prova a spostare la pistola pronta a ucciderlo, che non è quella che verrà trovata senza alcuno schizzo di sangue (un dettaglio ben visibile anche dai filmati dell’epoca sul ritrovamento del cadavere), adagiata con cura sul sedile del passeggero, distante dal corpo. Per il medico legale che eseguì le analisi, Tuzi avrebbe poggiato l’arma sul sedile prima di morire. «Ma conoscendo il tipo di arma e il rinculo che provoca l’esplosione, la stessa sarebbe dovuta cadere sul pianale o su Tuzi stesso». Arma invece linda, nonostante il sangue presente, e adagiata. «Non è stato fatto alcun esperimento balistico per dire che quella sia l’arma utilizzata per uccidere» continua Sangermano. E la prova dello Stub (per rilevare la polvere da sparo)? «Il colpo è stato esploso a bruciapelo: avremmo trovato comunque delle tracce su quelle mani». L’arma rinvenuta accanto a un cellulare e un paio di occhiali, l’assenza di sangue ma anche di uno o due colpi (mai ritrovati) così come delle impronte lasciano sullo sfondo molti interrogativi. Proprio in merito alle impronte il perito ha poi affermato che sarebbe stata isolata sulla pistola «una sola traccia che per soli 8 punti risulterebbe compatibile con l’impronta di Tuzi», (16-17 quelli di compatibilità minimi richiesti per una attribuzione). Traccia che farebbe pensare che «la persona che l’ha lasciata avesse un porro sulle mani». E Tuzi non lo aveva.

Edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione