Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Il referendum non è un’elezione politica. Anche se hanno fatto di tutto per trasformare il voto in un giudizio (politico!) sul Governo. E se è vero che con la vittoria del sì la maggioranza sarebbe uscita rafforzata, è altrettanto vero che l’affermazione del no non può (e non deve) essere considerata una bocciatura del Governo Meloni.
Quindi tutto come prima? Non proprio. Il centrodestra cercherà di continuare a fare quello che sta facendo. Lo ha detto chiaro e forte Giorgia Meloni: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia». Non fa una grinza. Ma è chiaro che qualcosa è cambiato. E che adesso comincia un’altra partita, una fase diversa. Più complessa se vogliamo. Il risultato del referendum apre infatti uno spazio che fino a ieri sembrava inesistente. Il centrosinistra, che per tre anni e mezzo non ha toccato palla, ha l’occasione per riorganizzarsi, ridefinire una linea e tornare a parlare a un elettorato che negli ultimi anni si è progressivamente allontanato. Insomma, non è una vittoria, ma è un segnale. E in politica i segnali, se colti per tempo, possono diventare occasioni.
Perché è vero che il Governo può tirare dritto. Ma fare finta che non sia successo niente potrebbe essere pericoloso.