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Frosinone

Referendum, le ragioni del no

Confronto con i magistrati Antonio Gavino Falchi Delitala e Massimo Lisi. All’incontro di ieri pomeriggio ha preso parte anche l’avvocato Luca Esposito

Referendum, le ragioni del no

A Frosinone scende in campo il Coordinamento per la democrazia costituzionale che sostiene il “no” al referendum del 22 e del 23 marzo. Negli spazi dell’associazione “Oltre L’Occidente”, in Largo Paleario 7, si sono confrontati sul tema Antonio Gavino Falchi Delitala, giudice penale a Cassino e segretario della giunta esecutiva sezionale di Roma dell’A.N.M., Massimo Lisi, giudice del lavoro, e Luca Esposito, avvocato. All’incontro ha preso parte anche Francesco Notarcola del “Comitato per il no”.

Ad aprire la discussione è stato il giudice Antonio Gavino Falchi Delitala, che ha spiegato: «La riforma Nordio nasce già con qualche problema di merito. Il progetto di legge di revisione proposto dal governo, è stato approvato dal Parlamento. Le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate due volte da ciascun ramo del Parlamento a distanza di non meno di tre mesi l’una dall’altra. I passaggi sono stati rispettati ma è stato proposto come un pacchetto, un prendere o lasciare. In Parlamento è stato approvato senza confronto o compromesso, l’esatto opposto di quello che fecero i padri costituenti. E questa mancanza di confronto si è spostata al referendum. Si tratta di un referendum di blocco, di posizione, di stop, di una riforma che è passata in Parlamento. Ci sono una serie di conflitti e problematiche. Dietro la riforma si affaccia un problema culturale. L’obiettivo di questa riforma è quello di controllare la magistratura. Si articola su tre punti principali: la spaccatura del consiglio della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri; il sorteggio dei componenti di questi organi e l’istituzione di un giudice speciale, disciplinare, l’Alta corte, un nuovo ente che eserciterebbe la funzione giudicante nei confronti dei magistrati. L’obiettivo è sempre quello di esercitare un potere di controllo sulla magistratura».

Il giudice Massimo Lisi ha approfondito ulteriormente la questione: «Da parte dei sostenitori del sì, la riforma viene presentata come riforma della giustizia ma si tratta di una definizione non corretta. Non è infatti una riforma che mira a ridurre le problematiche del sistema della giustizia. Dunque la riforma non è della giustizia, bensì della magistratura. Viene poi presentata come la riforma della separazione delle carriere. Il pubblico ministero in un processo penale è colui che sostiene l’accusa e fa le indagini, mentre il giudice nel processo giudica. Sono figure già distinte. Queste due figure hanno posizioni diverse e pongono l’avvocato difensore su un piano paritario al pubblico ministero. La separazione di queste due figure esiste anche nella realtà: un magistrato che si occupa di un’indagine non può mai occuparsi di quella questione come giudice. Il rischio che quello stesso soggetto vesta prima una toga e poi l’altra, non è mai possibile. Il passaggio da una funzione all’altra nella carriera è previsto solo passando da una regione all’altra e i pm che diventano giudici è inferiore allo 0,5% dei magistrati. E se anche il governo avesse voluto eliminare questa piccolissima possibilità, sarebbe stato possibile agire con una legge ordinaria». Lisi, ancora, ha spiegato: «Con questa riforma non vogliono allontanare giudici e pm sul piano del processo ma sul piano della giurisdizione. I dati ci dicono che nel 40% dei casi la decisione del giudice non è conforme alla richiesta del pubblico ministero. Non c’è questo appiattimento – dei giudici sulle richieste dei pm – del quale si parla. Inoltre la riforma vuole spaccare in due il CSM e creare due ordini superiori della magistratura. La nuova componente dei magistrati non sarebbe più eletta da noi professionisti. Verrebbe introdotto il sorteggio: tra tutti i 9.000 andrebbero presi dunque alcuni e diventerebbero parte del Consiglio superiore della magistratura. I membri laici dell’attuale CSM vengono eletti dal Parlamento a maggioranza qualificata in modo che anche l’opposizione venga rappresentata: non è chiaro come sarebbe invece con la riforma. Non è specificato. Inoltre si parla di creare un’Alta corte che giudichi i magistrati ma già oggi vengono sorvegliati ed eventualmente giudicati».

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