C'è dentro mezza Italia, diciannove anni di cambiamenti, la capacità di guardare oltre le apparenze, quella di isolare tracce prima neppure percepibili. La possibilità di mettere per la prima volta in discussione un'istituzione tanto amata e importante come quella dell'Arma. Letta vent'anni fa, questa storia, poteva assomigliare più a una spy story, legata un genere fantastico, che un caso di cronaca nera. Aberrante nella sua realtà. Dentro c'è anche l'attesa di mezza Italia, non solo della famiglia Mollicone.

Che si voglia arrivare a una giustizia, ma non una giustizia a ogni costo, è l'auspicio più intimo di ogni mamma, papà, fratello o sorella che inevitabilmente si identificano in questa ricerca, che sentono nello stomaco questa attesa. Proprio oggi che l'Italia tutta seguirà col fiato sospeso l'udienza preliminare nei confronti dei cinque imputati per la morte della studentessa di Arce, papà Guglielmo non ci sarà, ricoverato allo Spaziani di Frosinone dopo il malore che lo ha costretto a un'assenza prima impensabile.

A raccogliere il suo testimone, suo fratello Antonio, oltre a diverse associazioni che hanno già annunciato la loro presenza in piazza Labriola. A rivendicare la propria innocenza, i cinque imputati: Marco e Franco Mottola insieme alla moglie Anna Maria, a Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano.

Le tappe del delitto
Per raccontare la storia di Serena Mollicone si deve partire dal 1° giugno del 2001: è questa la data in cui Serena non va a scuola, esce di casa per una radiografia ai denti a dieci chilometri da Arce e scompare nel nulla. Due giorni dopo viene ritrovata senza vita nel boschetto di Fonte Cupa, in località Anitrella. Mani e piedi legati, una busta sulla testa. L'Italia intera si interroga: possibile vittima di un maniaco? Parte la caccia all'uomo. Solo dopo si saprà che il decesso è avvenuto per asfissia: credendola morta, dopo una colluttazione - la ferita sul sopracciglio ne farà immaginare i contorni - è stata ferita e confezionata. Poi abbandonata nel bosco.

Un bigliettino del dentista, lo stesso tipo di buste del supermercato e un'informazione - quella resa agli inquirenti circa la presenza di Serena, peraltro errata - faranno di Carmine Belli il "mostro" da sbattere in prima pagina. Il trentacinquenne viene arrestato il 6 febbraio del 2003 con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere, in carcere per 17 lunghi mesi. Il pool della difesa - con il professor Lavorino, oggi consulente dei Mottola - rileva tutte le crepe dell'impianto accusatorio. Assolto in tutti i gradi di giudizio (7 luglio 2004 la prima sentenza, quella della Corte d'assise di Cassino verrà confermata in Appello e in Cassazione) ha presentato istanza di riparazione per ingiusta detenzione, con il ricorso ancora pendente a Strasburgo.

L'inchiesta torna allo start
L'inchiesta torna al punto di partenza. Guglielmo non si dà pace, traccia ancora una volta la direzione in cui guardare, non si arrende. Si parla di depistaggi. Intanto, l'11 aprile del 2008, il brigadiere Santino Tuzi - che per primo indica la presenza di Serena in caserma - viene trovato morto. Si apre un'inchiesta per omicidio, derubricata in suicidio. Poi un nuovo fascicolo per istigazione al suicidio. I due casi, a lungo separati, vengono riuniti. Il caso, però, rischia di restare nel cassetto.

C'è una richiesta di archiviazione a cui la famiglia si oppone. E il 15 gennaio del 2016 il gip Lanna si pronuncia: si riparte. Questa volta dalla caserma. Nuove importanti indagini, grazie alla volontà del procuratore D'Emmanuele e del colonnello Cagnazzo, portano a risultati impensabili. L'impulso viene dato dopo la riesumazione di Serena che viene trasferita al Labanof. Per la procura, Serena è morta in caserma.

Vengono indagati, oltre ai Mottola, altri due militari: Francesco Suprano e Vincenzo Quatrale. Tutti rinviati a giudizio, pronti a difendersi. Ma il 14 novembre scorso, nell'udienza tanto attesa dai familiari di Serena, viene tutto rinviato per un difetto di notifica. Guglielmo, intanto, accusa un malore e viene ricoverato. Oggi le difese torneranno a darsi battaglia: gli avvocati De Santis, Salera e Nardoni per i familiari; l'avvocato Germani per i Mottola; Candido e D'Arpino per Quatrale; Rotondi e Germani per Suprano; Castellucci per Maria Tuzi.