"Se ci fossi stato in quel momento l'avrei fermata, l'avrei spinta ed avrei salvato il bambino, purtroppo sono arrivato tardi". Parla il papà del piccolo Gabriel, Nicola Feroleto,  soffocato dalla mamma. Che aggiunge: "L'ho incontrata la mattina, siamo andati a fare l'iscrizione per il medico, l'ho lasciata all'una e mezza. Stava bene, tranquilla...". Un racconto pieno di particolari ma anche di incredulità per un gesto che nessuno a Piedimonte si sarebbe mai aspettato.

Sotto torchio da ore Donatella Di Bona, che è comparsa davanti ai giudici del tribunale di Cassino in merito all'uccisione del figlioletto Gabriel, di appena 30 mesi. Un omicidio di cui la donna, dopo aver tentato di depistare i carabinieri parlando di una morte dovuta ad un investimento da parte di una macchina poi fuggita, si è assunta tutte le responsabilità. E' infatti crollata nella notte tra mercoledì e giovedì ammettendo tutto. Ammettendo di aver ammazzato il figlio perché faceva i capricci, piangeva, voleva andare dalla nonna. E così lei lo ha afferrato per il collo stringendoglielo e tappandogli la bocca fino a soffocarlo. 

Di tutto questo, di quanto accaduto prima dell'omicidio, del tentativo di depistaggio, delle modalità dell'assassinio, deve rispondere ai giudici che vogliono definire nei dettagli la dinamica di una morte efferata e atroce. Da in discrezioni sembrerebbe che Donatella Di Bona abbia confermato la versione iniziale, ribadendo di aver ucciso lei il figlio in preda ad un raptus, lei che, stando a quanto emerso da mercoledì pomeriggio, avrebbe avuto seri problemi di natura anche psichica, essendo stata portata più volte, anche nelle ultime settimane e anche in ambulanza, al pronto soccorso dell'ospedale Santa Scolastica di Cassino. Una volta anche per una serie di ferite, sul viso e sulle braccia, di cui non ha saputo dare spiegazioni. E anche su questo dovrà rispondere agli inquirenti. 

In mattinata, intanto, si è svolta anche l'udienza di convalida dell'arresto, al termine della quale, in virtù di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, è stato disposto che resti dietro le sbarre. Da un momento all'altro la 29enne dovrebbe lasciare il Tribunale per essere riaccompagnata presso la sezione femminile del carcere romano di Rebibbia, salvo diverse decisioni dei magistrati. 

di: La Redazione

La tragedia si tinge di colori surreali misti a quella della Volla. Ha il profumo della sconfitta e si sente il silenzio sordo del Pegaso 44 che non riparte, immerso in un campo verdeggiante, con un vento che porta via la serenità da ogni cuore.
Per quegli occhi ancora piccoli e curiosi che scrutavano il mondo rendendo indietro le immagini gioiose tradotte in una vocina spensierata che chiede solo amore. Occhi di bambino che incrociano quelli dell'oggetto maggiormente amato. Una madre. Ritornano i colori surreali. Svaniscono i pastelli della tenerezza e della protezione di un seno materno, le braccia prodighe di aiuto e di fatica, i muscoli del sacrificio silente e devoto.

La scena si compone di tinte forti, di scatti, scatti di rabbia, del sentore di un raptus, dell'immagine traumatizzante di quelle mani che arrivano a uccidere la creatura generata. La comunità non si capacita. Resta senza fiato quando immagina la sequenza di morte. Provano a non far ascoltare ai pargoli ma nelle case, nelle strade, nei bar c'è il sussurro della tragedia su ogni bocca. La tragedia, per tutti, a Piedimonte, è doppia. C'è un corpo esamine, che giace in un gelido obitorio, lontano da plaid colorati rigirati due volte per coprire quel corpicino mentre intorno si perde la vista di giochi e ritagli colorati.

C'è una madre, giovane madre, ritenuta colpevole. Con il suo mondo, le sue paure, le sue speranze. Crollata. Diventata capace di soffocare quel bimbo che avrà pianto e non avrà trovato consolazione. I colori della tragedia si fanno sempre più cupi. Si scompone ogni appiglio di ragionevolezza e si entra in un tunnel. Anche per chi ascolta. Ecco perché la cittadina pedemontana è attonita. Perché la tragedia, in un piccolo centro, lambisce le case e le certezze di chiunque, si sente vicina e il dolore sembra più vivo. Gabriel lo conoscevano. Era sempre con Donatella. Spesso c'era la nonna. Scene familiari.

Una mamma, un bimbo. Un capriccio, un pianto, una disavvertenza, una parola dolce, un pizzicotto, una corsa per riprenderlo, un cappuccio in testa per la pioggia, un pupazzo che cade dalle mani, una spesa pesante e un piccolo che mormora: un mondo ordinario, che raccoglie uno sguardo di sfuggita tanto è ordinario. Un mondo che si compone anche di un'abitazione malandata. Qualche malessere personale. Sempre più insistente. Magari disagi economici. Racconti appena fuori dal solco dell'ordinario ma che non fanno immaginare di poter valicare il confine tra la vita e la morte.

Ecco dove la comunità crolla. Si sente appesantita da un fardello composto da dolore e sconcerto mentre arrivano le telecamere di una nazione insieme a quel dubbio: si poteva fare qualcosa in più? Ognuno sfoggia una versione, ognuno sviscera particolari, ognuno racconta verità o allarga il senso del "sentito dire". Ma tutti si fermano davanti a quel bimbo, a quegli occhi che si chiudono guardando la mamma.

di: Katia Valente

Una donna distrutta, incredula. Una nonna che non ha più un nipote, ma anche una madre che non crede che sua figlia possa aver compiuto un gesto del genere. Quando ieri mattina la signora Antonia è arrivata davanti al vialetto che porta alla casa in cui fino a ventiquattro ore prima viveva con la figlia e l'amato nipotino, il sole era alto in cielo. Antonia è una donna semplice, che si è sempre data da fare nella vita, i suoi vicini di casa, i conoscenti ne parlano come di una bravissima persona.

Quel maledettissimo mercoledì pomeriggio non era in casa, era lontana e non poteva sentire il pianto di Gabriel, non era lì per poter dare sostegno alla figlia e per prendersi cura di quel cucciolo di due anni. Non ci può credere nonna Antonia, si copre il volto con le mani: «Mia figlia è una brava mamma, il bambino la cercava sempre, ci giocava. I bambini fanno qualche capriccio ma non è mai stata violenta, non lo ha mai picchiato. Io non credo che possa essere stata lei. L'unica cosa che so è che non ho più mio nipote».

Per la donna non è possibile, nonostante la confessione rilasciata nella notte dalla figlia, che Gabriel possa essere morto per mano della sua mamma. Quell'angioletto di due anni adorava la sua nonna, trovava conforto nell'abbraccio avvolgente di Antonia e, forse, era proprio lei che chiamava a gran voce mentre veniva strappato alla vita. Attonita e frastornata la donna ha chiesto ai carabinieri di poter entrare per poter prendere qualche effetto personale.

Il tono della voce pacato, lo sguardo perso nel vuoto verso quella porta sigillata davanti alla quale c'era un triciclo pronto per essere "cavalcato" ma che, ora, resterà fermo nel tempo. «Eravamo tutti sereni - continuava a ripetere Antonia - non c'erano problemi. Mia figlia era tranquilla, era serena. Non si è mai arrabbiata col bambino. Siamo distrutti. Non capiamo il perché di un gesto del genere. Io ora non ho più un nipote». Gabriel non c'è più, questa è l'unica certezza. «Il piccolo amava la nonna raccontano i vicini nonostante le difficoltà quotidiane, era felice, un bimbo vispo e molto intelligente». Gabriel non aveva colpe ma ha pagato caro il "prezzo" della sua fanciullezza.

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di: Paola E. Polidoro