«Apritemi, sono della polizia. Sono venuto ad arrestare vostro figlio». Divisa da agente, forse troppo giovane. Forse addirittura suo coetaneo. Il giubbotto - però - era vero, con tanto di stemma. I genitori aprono, increduli. E' la tarda serata di martedì scorso. Apprendono in pochi minuti che il figlio aveva commesso qualche reato, che c'era forse un video che lo inchiodava: impossibile. 

Solo il tempo di alzare la cornetta e chiamarlo, ben consapevoli che poteva trattarsi soltanto di un brutto scherzo. Poi una violenza improvvisa, gratuita, senza sosta. Da uno sconosciuto che indossava una divisa, giovane come il figlio. Colpi al cranio, al volto. Colpi violenti pure alle braccia, alzate nel vano tentativo di evitare che quel martello, estratto velocemente dalla giacca da poliziotto, potesse ucciderli. E la paura che l'arrivo del figlio potesse far precipitare tutto.

Le urla dei due coniugi, di 74 e 71 anni, hanno permesso di evitare la mattanza. Tutto accade nel palazzo dove la coppia abita, in via Cellini, zona piazza Restagno, in pieno centro di Cassino. Un vicino di casa, terrorizzato, interviene: sangue ovunque. I coniugi a terra. Al finto poliziotto non rimane altro che tentare la fuga: salta sul balcone del piano rialzato della palazzina, lascia la giacca - quella che gli aveva permesso di ottenere il pizzico di credibilità per farsi aprire dalle vittime - impigliata nella zanzariera. E si dilegua.

Il figlio arriva. Trova la mamma e il padre agonizzanti in una pozza di sangue. L'intera contrada è attonita: nessuno riesce a immaginare. Famiglie tranquille, una zona senza particolari tensioni. Ma le ambulanze sono due, poi le sirene della polizia e l'arrivo della scientifica. In borghese.

LE IPOTESI E LE MANETTE
Come ricostruito dagli agenti del dottor Raffaele Mascia, il ragazzo al loro arrivo era già a casa, a Sant'Elia. Alberto Di Cicco, 31 anni, figlio di uno stimato agente della polizia penitenziaria di Cassino, nega. Viene condotto in Commissariato e interrogato per tutta la notte. Come verrà accertato dagli agenti, il trentunenne aveva sottratto il giubbotto del padre, in congedo. Poi si era diretto a casa dei genitori del giovane che riteneva essere il suo rivale in amore. E aveva perso ogni freno accanendosi sui due con il martello (poi ritrovato poco distante dall'abitazione teatro del fatto di sangue). 

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Il giovane nega ancora tutto, la polizia incalza. La ricostruzione è frammentaria. La pista passionale si fa strada e copre quella di un gesto nato da una improvvisa follia: il trentunenne, incensurato, in stato di fermo, è sotto torchio. Viene fuori con forza una passione (insana) per la compagna del figlio delle vittime della violenza: per gli agenti è l'elemento chiave. La scientifica ispeziona l'appartamento: sangue all'ingresso, sui muri, nel vano comune della palazzina. Un mozzicone di sigaretta, la giacca abbandonata nella fuga. Manca l'arma. Sarà il trentunenne, collaborando con gli inquirenti, a raccontare dove è finita: prima di tornare a casa, l'avrebbe gettata nel fiume in zona San Pasquale. È lì che la trovano. E viene arrestato, per tentato duplice omicidio, con la misura comunicata al pm D'Orefice.

I FERITI 
I coniugi, trasferiti nell'ospedale a Cassino, vengono trasportati a Roma nella notte. Prima la donna, più grave, con un importante ematoma alla testa, in eliambulanza. Poi, intorno alle due, il marito. Entrambi in prognosi riservata. Sono feriti e spaventati, il figlio sotto choc. Anche la compagna. Tutti vengono ascoltati. La settantunenne viene sottoposta a un intervento per ridurre l'ematoma. Ieri in serata arrivano buone notizie: non sembrerebbe esserci pericolo di vita. Ma la città è schiacciata da una violenza che non riconosce e non capisce.