Il loro sogno, come accade spesso, è quello di raggiungere altre terre, magari di riabbracciare i propri familiari. Questo il desiderio più grande, una volta arrivati in Italia, di tanti migranti. Come quello di Giona e di sua moglie Quisanet, due dei quattro profughi trasferiti dalla nave "Diciotti" prima a Rocca di Papa e poi nella diocesi di Frosinone. Insieme ad Hagos ed Eden, tutti e quattro eritrei e giovanissimi, dai 20 ai 25 anni, erano stati accolti in Ciociaria. Ma da ieri sono spariti.
I loro nomi sono tra quelli dei migranti che risultano irreperibili. La notizia è stata diffusa ieri pomeriggio direttamente dal Viminale. Le due coppie di sposi sono uscite ieri mattina dal loro appartamento, tenuto sempre top secret dalla Diocesi, dove erano stati collocati, dicendo di voler trascorrere una giornata a Roma. Ma dalla Capitale, fino alla serata di ieri, non hanno fatto ritorno. E il desiderio di raggiungere l'Olanda, in particolare una zia, lo aveva ribadito Giona, uno dei quattro eritrei ospitati in Ciociaria, in una intervista rilasciata alla giornalista di Internazionale, Annalisa Camilli, il 31 agosto.
Proprio alla fine del mese scorso è arrivato nel capoluogo ciociaro, insieme alla moglie Quisanet e all'altra coppia di sposi, Hagos ed Eden. Sono stati accolti dalla Caritas che aveva dato da subito disponibilità ad ospitare alcuni migranti della nave Diciotti.

La notizia
Nel primo pomeriggio di ieri la nota del Viminale che ha dato la notizia dell'allontanamento dei migranti maggiorenni affidati alla Cei o al centro di Messina. Il primo dato parlava di 36 migranti irreperibili. Con il passare delle ore è aumentato a 40, ma si tratterebbe di un dato ancora in aggiornamento. «Ricordiamo che, per la legge queste persone hanno libertà di movimento e quindi non sono sottoposte alla sorveglianza dello Stato», le parole dei sottosegretari agli Interni Stefano Candiani e Nicola Molteni. Hanno poi ironizzato: «Erano così disperati che hanno preferito rinunciare a vitto e alloggio garantiti per andare chissà dove. È l'ennesima prova che chi sbarca in Italia non sempre scappa dalla fame e dalla guerra, nonostante le bugie della sinistra e di chi usa gli immigrati per fare business». Le persone che si sono allontanate si erano limitate a «manifestare l'interesse per formalizzare la domanda d'asilo. Tutte erano state identificate con rilievi fotodattiloscopici e inserite in un sistema digitale europeo».

L'allontanamento
Avevano deciso di andare a Roma molto probabilmente per raggiungere la grande comunità eritrea. E così, Giona, Quisanet, Hagos ed Eden, ieri mattina hanno lasciato l'appartamento dove erano stati accolti e ospitati dalla Caritas pochi giorni fa. Avevano assicurato che sarebbero rientrati in serata. Poi la notizia dell'allontanamento di alcuni migranti della nave Diciotti e con il passare delle ore quella che sembrava essere una notizia che riguardava Messina e Rocca di Papa, ha interessato anche la provincia di Frosinone. Perché ieri sera, nella loro "nuova casa" i quattro eritrei non hanno fatto ritorno.
E così, Marco Toti, direttore della Caritas diocesana, ha allertato il vice questore Cristiano Bertolotti, informandolo che, dal mattino, i quattro ospiti della Diocesi non erano rientrati da Roma.

Le parole di Marco Toti
«Noi li abbiamo accolti e abbiamo subito iniziato a spiegare il contesto legale e sociale in cui sono arrivati - ha dichiarato Marco Toti, direttore della Caritas diocesana - grazie ad una mediatrice culturale eritrea che parla il tigrino, unica lingua conosciuta da tutti e quattro, che vive da tempo a Frosinone. I ragazzi, raccontando la storia dei due anni di viaggio con violenze subite di ogni tipo, hanno anche parlato di parenti (fratelli, zii, cugini) che hanno in Germania, Olanda e Norvegia.
È possibile che vogliano raggiungerli con l'aiuto della folta comunità eritrea che vive a Roma, in Italia e in Europa, non avendo nessuno legami personali in Italia. Loro fino ad oggi, in Italia, non erano soggetti a nessuna restrizione dei movimenti e dei contatti».

Sognando l'Olanda
Il sogno di raggiungere sua zia in Olanda e di poter celebrare di nuovo il matrimonio insieme a una parte della sua famiglia lo aveva dichiarato Giona, 24 anni, come il desiderio di trovare un lavoro per aiutare i suoi cari. «Voglio lavorare per aiutare la mia famiglia in Eritrea a ricomprare la casa che ha dovuto vendere per permettermi di arrivare in Europa». E nella lunga intervista pubblicata sulla rivista Internazionale, Giona ha raccontato gli anni in cui ha temuto di rischiare la vita. Ha raccontato l'orrore di cui è stato vittima e testimone: estorsioni, torture, compravendita di esseri umani, stupri, bambini nati morti in un carcere sotterraneo. Giona e sua moglie, scrive Camilli, hanno attraversato il Sahara a bordo di un camion insieme ad altre 150 persone, i mezzi erano stracarichi, alcuni uomini sono morti per asfissia, schiacciati dai corpi ammassati dei compagni. Ci sono voluti tre giorni da Khartoum per arrivare a Cufra, in Libia. A Cufra sono stati rinchiusi in un carcere insieme ad altre quattrocento persone.

«Mio padre ha dovuto vendere la casa - ha detto Giona. Per il dispiacere e la preoccupazione i genitori di alcuni nostri compagni di viaggio sono morti». Dopo i primi mesi di reclusione, e il riscatto pagato, i due giovani sposi, pensavano che si sarebbero imbarcati per la traversata del Mediterraneo, invece sono arrivati in un carcere sotterraneo. «Era come un bunker», hanno raccontato alla giornalista Camilli. In quella prigione erano in quattrocentotré, non entrava la luce, le persone erano ammassate e ricevevano un pasto al giorno da dividere. E poi il viaggio verso l'Italia. «Ci siamo imbarcati di notte su una barca di legno, abbiamo navigato due giorni e due notti. I trafficanti ci hanno dato una bussola e indicato la direzione e ci hanno dato un telefono satellitare e dei numeri da chiamare», il racconto di Giona sulla rivista Internazionale.
«Dopo due giorni è arrivata una nave molto grande, ci hanno distribuito dei salvagenti e il cibo, ma non ci hanno soccorso, se ne sono andati». Poi l'arrivo delle motovedette italiane che li hanno soccorsi e portati a bordo della Diciotti. Dopo dieci giorni hanno toccato terra. Sono stati accompagnati nelle varie diocesi che avevano dato la loro disponibilità. Quattro di loro accolti a Frosinone. Ma da Frosinone sono andati a Roma e da ieri si sono perse le loro tracce.