A tu per tu con l'avvocato Pierpaolo Dell'Anno
20.03.2026 - 12:33
Avvocato di lungo corso e professore di procedura penale all’università di Roma Tor Vergata, Pierpaolo Dell’Anno parla della riforma che gli italiani saranno chiamati a confermare o a respingere con il referendum di domenica e lunedì.
Qual è l’obiettivo principale della riforma della giustizia, secondo lei? Migliorerà la giustizia per i cittadini?
«L’obiettivo principale è di riassestare il nostro sistema sulla base di una parificazione delle parti e completare la riforma del giusto processo iniziata nel 1999 che si concluderebbe - se il sì vincesse - sotto il profilo ordinamentale attraverso la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice. Dico subito che il mio non sarà un intervento ideologico - io non faccio politica - mi interessano le questioni di sistema. Il nostro è un unicum in Europa: Francia, Germania e Inghilterra conoscono tutti la separazione delle carriere, perché chi formula la domanda deve essere necessariamente diverso di chi questa domanda la esamina. Questo vale per l’avvocato e il giudice, vale un po’ meno per il pm che appartiene alla stessa carriera di chi la domanda la esamina. Non è un problema di sfiducia, c’è massima stima per chi svolge la funzione di pubblico ministero. È evidente che la comunanza di carriera genera o può generare delle distorsioni, soprattutto nella fase delle indagini preliminari che non conosce il contraddittorio».
In un recente convegno sul referendum ha parlato di “riforma necessaria”.
«Secondo me sì, perché completerebbe il percorso per cui il processo accusatorio vede il giudice terzo, soprattutto equidistante rispetto alle parti. E quindi equidistanza è anche non appartenenza al medesimo sistema di carriera. So bene quali siano le obiezioni che muovono gli avversari della riforma, rispetto ai quali c’è massima stima: in questo modo il pubblico ministero si allontana dalla giurisdizione. Ma il pubblico ministero non è un giudice, sarebbe un guaio se lo fosse. Il pm è una parte, persegue un interesse, certamente notevole e meritevole di tutela qual è quello dell’accertamento, ma è un interesse di pari livello costituzionale rispetto alla difesa. E questa parità implica la necessità di un giudice equidistante».
Uno dei punti più controversi della riforma è il sorteggio dei magistrati per accedere al Csm. Tutta colpa del sistema correntizio?
«Il sorteggio è la risposta alla degenerazione delle correnti. Abbiamo assistito a un fenomeno - e ne abbiano le prove - secondo il quale le promozioni e gli avanzamenti di carriera avvenivano sulla base di segnalazioni correntizie e questo mi sembra innegabile. L’abbiamo scoperto in maniera lampante nel 2019, in sette anni la magistratura non è stata capace di offrire un’alternativa al sistema del sorteggio che può essere considerato discutibile. Che, ricordo, è il sistema che garantisce i giudici del tribunale dei ministri che vengono giudicati da giudici sorteggiati, che garantisce i giudizi di attentato e alto tradimento alla Costituzione del presidente della Repubblica, che garantisce nei giudizi di omicidio la nomina dei giudici popolari. Non credo che il sorteggio fra pari, fra soggetti tutti legittimati sia deleterio. Il Csm non è un organo politico, ma di amministrazione della carriera dei magistrati. D’altronde qual è il meccanismo che, fino a oggi, ha immaginato il costituente quando si eleggono i membri del Csm? Non credo che siano dotati di maggiore preparazione rispetto a quelli non eletti, l’unica differenza è che sono iscritti a una determinata corrente che orienta i voti e li fa eleggere. Questo è innegabile. Nel sorteggio non c’è nessuna diminutio: è un sorteggio su 7.00 giudici e 2.000 pubblici ministeri. È una platea piuttosto limitata. Poi si possono immaginare, in sede di attuazione, dei correttivi rispetto alla riforma che rimane aperta».
Dell’Alta corte di disciplina che ne pensa? C’è chi fa notare - tra i magistrati - che il ministro Nordio ha impugnato pochissime assoluzioni nei procedimenti disciplinari.
«Non credo sia il problema delle impugnazioni delle sentenze. Il problema è un altro, ancora una volta l’attribuzione della potestà disciplinare ai membri del Csm, come oggi è, che possono soffrire delle medesime degenerazioni, fa immaginare che chi è membro di una corrente che poi è giudicato da quell’appartenente alla corrente possa godere di una maggiore, come dire, presunzione di innocenza rispetto a chi non è membro di quella corrente».
Qualche osservatore ha ipotizzato due scenari differenti se passerà la riforma: un pubblico ministero condizionato dalla politica o un pubblico ministero superpoliziotto. È una preoccupazione esagerata?
«Il primo scenario è oggi in contrasto con la lettera della Carta costituzionale. La riforma mantiene volutamente, in maniere forte, l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati e dei pubblici ministeri, esattamente com’è oggi. Se passasse la riforma, il processo all’intenzione è possibile, ma è un processo all’intenzione. E non credo in nessun modo che il pubblico ministero possa soffrire di una deriva verso l’esecutivo. Il problema del superpoliziotto anche questo è un falso problema. Il pubblico ministero è un magistrato che, come tale, gode delle guarentigie dell’ordinamento giudiziario, evidentemente si tratta di immaginare, nel nuovo scenario, solo ordinamentale perché le norme del codice di procedura penale rimangono invariate. Il pubblico ministero ha una visione di parte, certamente parte ordinamentale, e il fatto del superpoliziotto si potrebbe verificare anche con questo sistema e mi pare che non si sia verificato. Una cosa che ci tenevo a dire non credo che sia una guerra di religione: il 24 marzo, comunque andrà a finire, io continuerò a fare l’avvocato, il pubblico ministero il pubblico ministero. È necessario che tutti quanti teniamo presente che siamo parti di un medesimo sistema: che il cittadino fruisca di una giustizia di cui si fida è una necessità assolutamente comune. Qualunque sia l’esito del referendum».
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