Uno sguardo... all'acufene
20.03.2026 - 14:34
L’acufene è una condizione uditiva che può manifestarsi con fischi, sibili o altri suoni percepiti. In questa intervista, l’otorino Bruno Cappella esplora le principali cause e le possibili terapie, fornendo consigli pratici per prevenire e gestire questo disturbo, spesso fonte di disagio e riduzione della qualità della vita.
Cos’è esattamente l’acufene?
«L’acufene è un’allucinazione uditiva, ciò vuol dire che il paziente sente un suono che nella realtà non esiste. Qualcuno, romanticamente, l’ha definito il canto del cigno. Questo animale bellissimo, silenziosissimo, che prima di morire emette questa melodia. In un certo senso, anche il nervo acustico, quando subisce un danno, sembra “vendicarsi” producendo questo suono che crea molto disagio».
Come si manifesta?
«Quando il nervo acustico subisce un danno, indipendentemente dalla causa, può generare segnali anomali che il cervello interpreta come suoni. Nella maggior parte dei casi, questi suoni non sono rumori gravi, ma piuttosto fischi o sibili ad alta frequenza, generalmente compresi tra i 4.000 e i 6.000 Hertz».
Quali possono essere le cause?
«Si tratta di un disturbo che, come dicevamo, nella maggioranza dei casi, è associato a un danno delle strutture nervose dell’udito e può risultare particolarmente fastidioso e invalidante per chi ne soffre. Nell’80-90% dei casi l’acufene è correlato a danni del nervo acustico o delle vie cocleari, dovuti all’esposiozione ai rumori forti, a sostanze ototossiche o ad altri fattori. Tuttavia, esistono anche altre cause importanti, spesso più facili da trattare».
Per esempio?
«Esistono gli acufeni da disfunzione dell’articolazione temporo-mandibolare. Si è visto che questa disfunzione in genere è secondaria a una malocclusione dentaria. Non lavorando bene le articolazioni temporo-mandibolari, si crea un attrito che può generare l’acufene o aggravarne uno già presente».
In questi casi come si interviene?
«Se si tratta di una disfunzione dell’articolazione temporomandibolare ci dobbiamo avvalere di altri specialisti, come lo gnatologo, il fisioterapista e, in qualche caso, anche del chirurgo maxillofaciale».
Rispetto alla malocclusione, si può fare prevenzione?
«Certamente. La malocclusione spesso nasce dopo l’estrazione di uno o più denti, soprattutto molari o premolari, che tendiamo a sottovalutare perché non comportano un problema estetico. In realtà il problema esiste: quando si eliminano uno o più elementi, l’intera arcata dentaria si sposta. Basti pensare che, se dopo alcuni mesi si volesse reinserire il dente estratto, questo non troverebbe più spazio, perché le arcate si modificano naturalmente per colmare i vuoti. Di conseguenza, l’assetto dell’arcata non combacia più correttamente con quella opposta. Si creano linee di forza anomale a livello dell’articolazione temporo-mandibolare, che possono causare infiammazione, artrosi precoce e danni degenerativi. Si tratta di in problema rilevante soprattutto perché progressivo. Può iniziare già intorno ai 30-40 anni e diventare molto più grave con il tempo. Per questo è importante intervenire rivolgendosi al dentista e, se ci sono disturbi dell’occlusione, allo specialista gnatologo. Il chirurgo maxillo-facciale rappresenta invece l’ultima opzione, non preventiva, quando il danno è già strutturato e richiede un intervento chirurgico».
L’acufene può avere anche origine psicologica?
«Sì, esistono poi gli acufeni psicogeni, la cui diagnosi è difficile perché magari ci si arriva soltanto per esclusione, una volta che si è sicuri di poter eliminare tutte le altre cause. È una condizione che si può comprendere anche studiando il paziente, cercando di capire il suo carattere e la sua psiche in genere. Solitamente si tratta di persone che somatizzano delle ansie, delle nevrosi e sviluppano questo disturbo».
Altre cause?
«Un’altra forma è legata alla malattia di Ménière. In questa patologia l’acufene compare insieme a ipoacusia e vertigini. Si tratta di una condizione più diffusa di quanto si possa pensare e spesso anche sottovalutata. La diagnosi, infatti, non è sempre semplice perché non si riesce sempre a far riferire correttamente tutti i sintomi e a inquadrarli nella Ménière. Esistono inoltre forme cosiddette menieriformi, in cui può mancare uno dei tre elementi, rendendo il quadro clinico meno evidente e talvolta fuorviante».
Esistono terapie per gestire l’acufene?
«Sì, ma per stabilire una terapia, innanzitutto bisogna capire quale sia la causa. In alcuni casi, l’acufene può essere determinato da un banalissimo tappo di cerume, il che rende il trattamento molto semplice. Tuttavia, più spesso l’acufene è legato a perdita uditiva, esposizione a rumori, stress, ansia, problemi cervicali o disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare. Di conseguenza, la terapia deve essere sempre mirata alla causa. Come ho detto prima, circa il 90% degli acufeni dipende da danni neurosensoriali, ed è proprio questa la forma più difficile da trattare. Possiamo ricorrere a terapie per mascherare il suono oppure, se il danno neurosensoriale è importante, utilizzare protesi acustiche: molto spesso l’acufene viene ridimensionato, anche se in alcuni casi può sorprendentemente amplificarsi, quindi bisogna procedere per tentativi. Altre possibilità includono supporto psicologico e terapie sonore a basso livello, simili al mascheramento, che aiutano il cervello a ignorare il suono. Tra le terapie psicologiche principali ci sono la cognitivo-comportamentale, la mindfulness e il rilassamento muscolare. In alcune persone il trattamento funziona abbastanza bene, mentre altri, i cosiddetti “no responders”, continuano a presentare un disturbo significativo. L’acufene resta quindi un problema importante sia per il paziente sia per il medico. Un altro approccio sempre più diffuso è la terapia con integratori. Personalmente la pratico perché ha una buona valenza. Questi trattamenti ostacolano il peggioramento funzionale del nervo e, se siamo fortunati, talvolta possono anche ridurre o eliminare l’acufene. Quando inizio una terapia di questo tipo, non do grandi speranze al paziente, ma spiego che vale la pena provare, poiché gli integratori non hanno effetti collaterali significativi. Nei casi di acufene di recente insorgenza, i risultati possono essere molto buoni».
Di che tipo di integratori si tratta?
«In genere si tratta di estratti naturali, come il Ginkgo biloba che favorisce la microcircolazione, poi magnesio, zinco, ferro. Una combinazione di sostanze che nutrono un po’ il nervo acustico. Se alcune cellule del nervo non sono ancora morte, ma in una condizione di necrobiosi, cioè tra la vita e la morte, questo apporto può favorirne il recupero. Poi ci sono anche altre sostanze, come neurotonici. L’acido valproico, per esempio, è molto usato perché dà un ottimo apporto trofico a tutti i nervi e in particolare al nervo acustico».
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