Cerca

Il focus

Mura poligonali: tra mito e realtà

La storia, le leggende e la tecnica di costruzione. Alla scoperta delle maestose opere con Daniele Baldassarre

Mura poligonali: tra mito e realtà

Sorvegliano dall’alto le città in cui sorgono e raccontano una storia antichissima. Le mura poligonali sono un miracolo architettonico che attraversa i millenni, tra storia, mito e ingegneria. In questa intervista, Daniele Baldassarre, architetto e fondatore del Centro Studi sull’opera poligonale, propone un excursus su queste imponenti e affascinanti strutture megalitiche, diffuse soprattutto nel Lazio meridionale.

Architetto Baldassarre, cosa l’ha spinta a fondare il Centro Studi sull’opera poligonale?

«Il Centro studi è nato circa venti anni fa perché il nostro territorio, il Lazio meridionale, è una delle aree nel mondo, probabilmente, e sicuramente nell’area del Mediterraneo, dove c’è più alta densità di architetture in opera poligonale. Mura di questo tipo si possono trovare anche in Giappone, a Kyoto per esempio, nei giardini imperiali, ma sono di epoca successiva, del 1600. Si possono trovare anche sull’Isola di Pasqua, si trovano in Sud America, come sappiamo, in Perù e comunque in tutta l’area mediterranea. Ma ciò che con il Centro studi volevamo e vogliamo mettere in evidenza è la particolare ricchezza di presenze in quello che era il Latium antico, cioè nella Regio I della definizione regionale augustea».

Quando si parla di mura ciclopiche, in Ciociaria si pensa ai centri fortificati di Alatri, Anagni, Arpino, Atina e Ferentino, ma ce ne sono altre?

«Nella Regio I, Latium et Campania, troviamo le famose cinque città di Saturno, ma in questo ambito territoriale ci sono centinaia e centinaia di siti. Per cui, con la collaborazione di archeologi, architetti e di molti appassionati di storia locale, ognuno dei quali ha contribuito con informazioni sul proprio paese, abbiamo avviato un grande lavoro di raccolta dati».

Quindi è stata fatto una sorta di censimento delle mura poligonali?

«È stata fatta una mappatura delle mura. Conosciamo bene Alatri e Ferentino, ma, come dicevamo, nel Lazio ce ne sono molte di più. Il Lazio arcaico partiva dal Tevere e arrivava fino a Liris, l’attuale Liri-Garigliano, quindi il “vero” Lazio corrisponde oggi alla parte meridionale della regione, mentre a nord del Tevere c’era la Tuscia. Già a Roma si trova un breve tratto di mura con blocchi di forma poligonale in tufo ma di piccole dimensioni. Invece un primo esempio emblematico di opera poligonale che mi viene in mente è a Palestrina. Oggi Palestrina e Castel San Pietro sono comuni distinti, ma un tempo formavano un’unica città, Preneste, con Castel San Pietro come acropoli. Le mura, quindi, cingevano l’intero monte e raggiungevano un’estensione enorme. A Palestrina le mura sostenevano anche i terrazzamenti del grande santuario della Fortuna Primigenia e delimitavano l’intero territorio tra la città e l’acropoli. In questo modo garantivano difesa e organizzazione del territorio urbano e agricolo, proteggendo sia gli edifici sacri sia le aree circostanti».

Quindi la funzione delle mura non era soltanto difensiva?

«Esatto. Esistevano mura urbane, mura di acropoli e mura che fungevano da terrazzamenti o da sostruzioni. Il nostro territorio è prevalentemente montuoso e collinare. In periodo repubblicano, nel primo millennio avanti Cristo, sorsero centinaia di ville rustiche, vere e proprie fattorie. Per livellare il terreno si costruivano grandi terrazzamenti in opera poligonale, perché questo tipo di muratura ha una resistenza molto alta».

Dal punto di vista tecnico e strutturale, cosa le rende straordinarie?

«I massi sono perfettamente incastrati tra loro senza l’uso di leganti. Si parla di “opera poligonale” proprio perché ogni blocco ha una forma poligonale. Ad Alatri, per esempio, su un singolo masso si contano fino a dodici spigoli. Questo tipo di incastro non solo crea un disegno armonioso, ma conferisce alle mura un’elevata resistenza, appunto, e un’ottima capacità antisismica. Sono strutture così solide che, come dimostra l’acropoli di Alatri, hanno superato nei secoli numerosi terremoti. Quello che sorprende non è soltanto la loro stabilità, ma anche la precisione e la complessità del mosaico di blocchi che le compone».

Sulla loro costruzione resta un alone di mistero: come potevano essere realizzate all’epoca opere con blocchi così grandi e senza l’uso di leganti?

«Come facevano? In parte resta un mistero. Architetti come Leon Battista Alberti e Palladio se ne sono occupati. Palladio ipotizzava l’uso di un regolo di piombo, che poteva essere piegato, per ricavare dalla pietra già posizionata la forma esatta del blocco da inserire. Ma resta il fatto che queste maestranze dovevano essere altamente specializzate. C’è poi un aspetto interessante: i blocchi più grandi venivano posizionati per ultimi in alto, creando una precompressione. Oggi usiamo lo stesso principio nelle travi dei ponti autostradali. Con queste grandi pietre superiori, visto il peso, le mura diventavano difficili da scardinare. Spesso le cave venivano aperte direttamente sulla cima dei monti, come ad Alatri, e i blocchi venivano fatti scendere a valle. È un’opera di vera e propria paleoingegneria».

Troviamo le mura poligonali anche nella letteratura di viaggio...

«Tra i viaggiatori del passato, Goethe è sicuramente uno dei più noti. Ne fece un disegno abbastanza fedele durante il suo viaggio tra Roma e Napoli, lungo i Monti Lepini. Ancora prima, Ciriaco d’Ancona aveva già parlato delle mura poligonali, mentre come già detto grandi architetti quali Leon Battista Alberti e Palladio ne studiarono le tecniche. Il Grand Tour porta tanti personaggi nel Lazio. Anche se molti passavano sulla via Appia per andare a Napoli, alcuni, quelli che il professor Vincenzo De Caprio, uno dei padri della letteratura di viaggio in Italia, definisce viaggiatori di scoperta, si staccavano dai percorsi abituali del Grand Tour e venivano verso l’interno, e quindi arrivavano appunto ad Alatri, a Ferentino, fino ad Atina. Anche scrittori come Andersen e Dumas ne parlano. Il primo nel suo romanzo “L’improvvisatore” racconta di briganti che si rifugiavano tra queste rovine, il secondo nel libro “Da Napoli a Roma” descrive con entusiasmo le mura di Arce, ancora oggi poco conosciute».

Perché si parla di mito legato alle mura?

«Per il legame con il mito di Saturno. Virgilio stesso nell’Eneide fa riferimento a questa terra e alla presenza del dio. E afferma che il Lazio si chiami così dal suo latitare nel nostra territorio, perché, cacciato dall’Olimpo dal figlio Giove, trovò rifugio qui e insegnò ai popoli dei monti l’agricoltura e a costruire mura. Quella delle cinque città di Saturno, invece, è leggenda medievale, perché i testi classici non parlano di Arpino, Atina, Ferentino, Anagni e Alatri, ma di terra di Saturno».

Dal punto di vista strutturale, in cosa si assomigliano e in cosa si differenziano le mura?

«Tradizionalmente si parlava di quattro maniere dell’opera poligonale, secondo la classificazione di Giuseppe Lugli. La prima è abbastanza rustica, la seconda più lavorata, e la terza, come osservavano, meravigliati, i viaggiatori dell’Ottocento, è quella fatta in maniera tale che non si riesce a infilare neppure un foglio di carta tra un blocco e l’altro. Un esempio è il cosiddetto Ierone dell’Acropoli di Alatri, il basamento che sta sotto la cattedrale. Su queste mura nel tempo sono cresciute altre architetture ed è proprio questa stratificazione che rende affascinante il Lazio antico. Le mura in terza maniera sono abbastanza diffuse e molto simili, tanto che a volte si può confondere una città con un’altra: ad Amelia, in Umbria, proiettando immagini di Alatri, l’assessore alla cultura mi chiese se fossero le mura della sua città perché la somiglianza era sorprendente, nonostante la distanza di centinaia di chilometri tra i due centri».

Invece per quanto riguarda i materiali?

«Un archeologo che si è occupato moltissimo di questo tema, Francesco Maria Cifarelli, parla di “Lazio del calcare”, perché prevalentemente le mura sono costruite con esso. Anche nel resto dell’area mediterranea il materiale principale rimane il calcare: pensiamo alla Grecia, a siti come Micene o Tirinto, e alla Turchia. Dove non c’è il calcare, invece, si possono trovare mura poligonali in tufo. Ai Castelli Romani, per esempio, ci sono tratti di mura in opera poligonale, e lì, essendo una zona vulcanica, il materiale non è appunto calcareo».

Come è iniziato il filone di ricerca sulle mura poligonali e quali figure sono state fondamentali?

«Dall’inizio dell’Ottocento si registra una vera esplosione di studi sulle mura poligonali, grazie soprattutto all’abate francese Petit-Radel. Durante la Rivoluzione francese si rifugiò a Roma e, su indicazione del duca Caetani, salì sul Monte Circeo, dove scoprì mura poligonali in terza maniera. Da quell’esperienza nacque una grande passione, e rientrato in Francia, con l’appoggio di Napoleone, lanciò un appello ai sapienti d’Europa affinché documentassero le mura incontrate nei loro viaggi. Questo stimolò l’interesse di molti studiosi anche nel nostro territorio. Tra loro Marianna Candidi Dionigi, che realizzò un grande album con incisioni e testi dedicati alle cinque città di Saturno. Frequentando Ferentino, a cui era legata per motivi familiari, visitò poi anche Alatri, Arpino, Atina e Anagni. Proprio ad Anagni, non trovando mura in opera poligonale, espresse dubbi sulla sua fondazione saturnia. In effetti la cinta urbana è in opera quadrata, ma nella campagna ci sono terrazzamenti in opera poligonale. C’è da dire che Anagni, città sacra degli Ernici, fu distrutta dai Romani che ne ricostruirono le difese. È quindi possibile che le mura poligonali originarie siano state eliminate. Ma questo riapre l’annoso tema su chi furono i primi costruttori».

Edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione