Frosinone
31.01.2026 - 12:00
La sala giochi Terrybell, sulla Monti Lepini a Frosinone
Rapina alla sala slot, una condanna e un’assoluzione. Così come aveva chiesto il pubblico ministero Samuel Amari e così come era emerso dopo la decisione del tribunale del Riesame di scarcerare uno dei due indagati, accusati di aver messo a segno il colpo il 19 marzo 2023 sulla Monti Lepini.
Ieri, il gup Antonello Bracaglia Morante ha chiuso il procedimento con il rito abbreviato. La rapina, così come ricostruito dalla questura, aveva fruttato 16.000 euro, l’incasso della sala slot Terrybell, a due passi proprio dal tribunale. Secondo i calcoli, si trattava del ricavato delle giocate dei giorni precedenti, mentre il denaro nelle casse e frutto delle giocate della mattinata sarebbe stato completamente ignorato.
Il giudice ha stabilito una pena di sei anni e mezzo per il frusinate Giovanni Magale, 42 anni, per il quale l’accusa aveva chiesto otto anni e quattro mesi, e l’assoluzione per l’albanese Enea Muca, 33 anni, residente a Frosinone. Quest’ultimo era ritenuto l’ideatore del colpo, mentre l’altro è considerato l’autore materiale della rapina consumatasi, tra l’altro, ai danni della madre dell’albanese, che lavorava come cassiera nel locale. Tuttavia, per Muca, difeso dall’avvocato Riccardo Masecchia, il Riesame aveva annullato gli arresti, scattati nel maggio successivo.
Il rito abbreviato, su richiesta della difesa, è stato condizionato alla testimonianza della donna rapinata e a una perizia genetica sul casco del rapinatore, ritrovato dalla polizia insieme allo scooter in un fosso nella zona di via Vado del Tufo. Quando è stata sentita, peraltro, aveva dichiarato di non ver riconosciuto dalla voce l’amico del figlio. La ricostruzione della procura è basata sugli accertamenti condotti dalla squadra mobile della questura di Frosinone, sulla videosorveglianza interna della sala slot e sulle dichiarazione di un testimone che aveva visto una persona disfarsi di uno scooter, poi lanciato nel rio che scorre lungo via Vado del Tufo. Da dove era stato recuperato dai vigili del fuoco. Secondo gli accertamenti era proprio il motociclo usato dal rapinatore. La procura aveva disposto due consulenze tecniche, una antropometrica e l’altra genetica. Questo perché lungo il percorso gli agenti avevano ritrovato un giaccone blu, una busta per la spesa e un casco integrale, secondo le accuse impiegati durante il colpo. Sui resti genetici rinvenuti sul casco per i quali Magale, che dice di non averlo mai indossato, si è sottoposto all’esame del Dna, sono emerse quattro tracce. Per la difesa, che ha contestato l’interpretazione dei risultati del Dna sui profili dell’identità e dell’inclusività, il rapinatore sarebbe più alto di almeno 4-5 centimetri rispetto all’accusato.
Il ciclomotore, uno Scarabeo, era senza targa. Ma la polizia era risalita ugualmente all’intestatario dal numero di telaio. Questi aveva dichiarato agli investigatori di averlo portato il mese precedente a farlo riparare da un conoscente, il quale, dopo un po’, gli aveva proposto di venderlo a un terzo, risultato poi essere Magale. L’autore del colpo era stato notato aggirarsi con il casco indossato anche prima di entrare in azione. Un’azione fulminea, durata poco meno di 45 secondi.
Erano contestate le aggravanti dell’uso della pistola, del volto travisato e dell’aver approfittato della circostanza che, in quel momento, verso l’ora di pranzo, nella sala slot ci fosse solo la donna alla cassa.
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