L'intervista
23.02.2026 - 16:53
Una carriera lunga e gloriosa non ha consumato la sua voglia di competere sulle pedane dei campi di atletica. Ora in verità le gare le guarda dalla tribuna, ma la partecipazione emotiva è la stessa, perché Fabrizio Donato è diventato allenatore e tra i suoi allievi ci sono eccellenze assolute dell’atletica mondiale. Mentre la stagione indoor sta entrando nel vivo, lo abbiamo chiamato per farci raccontare, anche a beneficio dei lettori che non siano grandi intenditori di atletica, la sua storia di atleta, quella ancora in gran parte da scrivere di tecnico e soprattutto quella di uomo sognante e determinato.
Cominciamo dall’inizio. Quando hai capito che l’atletica sarebbe stata per te un lavoro e non una semplice passione?
«Non ricordo con precisione un’età, ma posso dirti che da giovanissimo, dopo aver provato calcio e pallavolo, ho percepito che lo sport individuale mi rendesse più felice. Generava in me più sogni, più intensità emotiva perché non c’era casualità, non c’erano fattori estranei a me e alla mia capacità di concentrarmi e di performare. Fin da allora, ed ero giovanissimo, ho immaginato, aiutato anche da risultati subito importanti, che quella potesse essere la mia strada».
Per diventare un campione quanto conta il talento e quanto il lavoro?
«Esistono varie forme di talento. C’è il talento fisico, c’è quello mentale e c’è il talento del campione che è a 360 gradi. Sovente dove non c’è talento fisico si può sopperire con la testa o viceversa. Non è detto che solo chi è particolarmente dotato di fibre bianche, per rimanere nell’ambito di una specialità come il salto, dove servono forza ed esplosività, possa diventar campione. Il talento aiuta, ma va a sua volta aiutato».
Fin dall’inizio hai dovuto rinunciare a qualcosa rispetto ai tuoi coetanei?
«Lo sport è compatibile con la vita normale dei giovani, ma è ovvio che a qualcosa bisogna rinunciare. Sono i sogni che ci spingono e ci fanno capire che una piccola rinuncia può aprire porte importanti. Questo concetto può essere applicato non solo allo sport, ma ad ogni ambito della vita. Non sono rinunce fini a se stesse, ma indirizzate a una soddisfazione successiva. Ci si sacrifica e si studia per prendere un voto più alto, si sta attenti all’alimentazione per poter essere in perfetta forma. Faccio un esempio, scherzoso, ma fino a un certo punto: quando Andy (Diaz ndr) vince una gara importante gli concedo di mangiare una carbonara, che non è proprio in linea con la dieta di un atleta di quel calibro, ma che due volte all’anno può rappresentare uno stimolo particolare. Mi sacrifico, vinco la gara e poi mangio la carbonara. Nella vita va così, prima di raccogliere devi seminare».
Quella notte all’Arena di Milano, il 17,60 del nuovo record italiano può essere considerata la svolta della tua carriera da atleta?
«Quello è il periodo della svolta. Io credo che non ci sia il giorno del miracolo, della prestazione che viene da sè. Io venivo da grandi cambiamenti fisici, atletici e mentali. Ero da anni in Fiamme Gialle, avevo cambiato allenatore ed avevo una nuova fidanzata che poi sarebbe diventata mia moglie. I cambiamenti non possono essere assorbiti in un attimo, c’è bisogno di tempo perché possano dare i frutti. Quella sera a Milano io raccolsi i frutti di tutto ciò che nella mia vita avevo migliorato e di tutti i sacrifici fatti per crescere come uomo e come atleta».
Il triplo è una specialità complessa ed anche molto traumatica, ma tu hai avuto una carriera lunghissima, per moltissimi anni oltre i fatidici 17 metri. Come hai fatto?
«Qui subentra il talento mentale. Devi avere la capacità di non buttarti giù, devi continuare a crederci, anche quando ci sono degli intoppi, degli incidenti di percorso. Io ho subito parecchi infortuni ma sono sempre ritornato forte come prima. Tanti lavori sono logoranti: fare il saltatore di triplo è indubbiamente traumatico, ma se ne sei a conoscenza e se hai accanto a te le persone giuste questo può non essere un problema. Chi ti è vicino deve aiutarti a superare le difficoltà e a continuare a sognare».
La tua conquista più prestigiosa è senza dubbio il bronzo olimpico, ma quella sera a Londra sembrava potessi fare addirittura di più. Concordi?
«Condivido il tuo pensiero. Quella sera sentivo di non avere limiti, benché il percorso di avvicinamento alla gara fosse stato tutt’altro che in discesa. Un atleta percepisce a livello di sensazione quel che può arrivare a saltare e devo dirti che speravo di fare addirittura meglio. Forse però era destino che vincessi proprio il bronzo, perché poi dodici anni dopo un mio atleta ripetesse l’impresa. Era scritto così, evidentemente».
Campione Europeo all’aperto e indoor, più volte vincitore in Coppa Europa e 23 titoli italiani, non solo nel triplo. Ci si abitua alla vittoria o la gioia è sempre intensa, come fosse sempre la prima volta?
«Non ci si abitua mai, quindi è un momento bello sempre, ma dal giorno dopo si riparte perché il più pericoloso nemico di un atleta è l’appagamento. Tutte le mie vittorie mi hanno dato gioia, non ci sono mai vittorie banali».
Nascono in pista amicizie vere o fuori dal campo ognuno per sé?
«Il nostro meraviglioso sport, l’atletica, regala spesso amicizie sincere e durature. Nel mio caso ha regalato addirittura l’amore, perché Patrizia l’ho conosciuta durante una gara con la maglia della nazionale. Lo sport sano regala cose uniche, esperienze belle di condivisione».
Sei stato tante volte capitano della nazionale italiano. Cosa si prova?
«Anche in questo caso devo dirti che non ci si abitua mai ed ogni volta è un’emozione vera, bella, da custodire nel cuore e nei ricordi. Ora da tecnico ho una responsabilità diversa, ma il filo conduttore è il messaggio che porti in giro per il mondo: onori la tua nazione, per essa ti batti con tutte le tue forze».
Soffrivi di più in pedana o adesso come allenatore?
«Si soffre più da allenatore, senza ombra di dubbio. Da atleta gestivo le tensioni emotive in prima persona; ora vorrei aiutare di più i miei ragazzi, ma non si può. Si fa più fatica a dominare l’emozione della competizione, perché avviene da un angolo meno conosciuto. L’esultanza dopo una vittoria invece è una sostanziale replica di quelle che erano le mie esultanze da atleta.
Diaz può far bene anche ai prossimi Giochi Olimpici? Sono per voi un obiettivo reale?
«Sono l’obiettivo principale del nostro percorso. A Parigi ci siamo fatti una promessa. Abbiamo convenuto che per Los Angeles avremmo puntato alla medaglia d’oro. Bisogna spostare il limite, nello sport è un elemento essenziale. Il nostro sogno è l’oro ai Giochi e lavoriamo quotidianamente perché si realizzi».
L’atletica italiana ha tanti giovani talenti, che nelle competizioni giovanili hanno già fatto benissimo. Si sta aprendo una nuova frontiera?
«Sì, decisamente sì. La nostra atletica sta mandando in giro per il mondo messaggi precisi, anche in specialità che per 30 anni nemmeno ci hanno visto in finale. Quello italiano è un popolo creativo, intelligente, capace. Siamo pertanto in grado di trovare soluzioni e strade percorribili anche in territori che sembrano ostici. Questo dipende in parte da una generazione con doti fisiche più marcate, ma anche dai giovani tecnici, che hanno elaborato metodologie di allenamento diverse e vincenti».
Il tennis sta scalando le vette della popolarità grazie a Sinner. Chi tra Furlani, Iapichino, Simonelli e Battocletti può essere l’ambasciatore dell’atletica, il Sinner della pista?
«Dico Nadia Battocletti, per i risultati straordinari e per il modo incredibile in cui li ottiene, con il sorriso. Lei è l’immagine dell’Italia che vince e che non ha paura. Sfidare le atlete africane in quelle specialità e mettersele alle spalle è una cosa che sarebbe stata inimmaginabile fino a poco tempo fa. É davvero una ragazza eccezionale, sposta i suoi limiti quotidianamente».
Andiamo ai giovanissimi. Chi pensi possa arrivare a vincere medaglie olimpiche e mondiali tra Succo, Pagliarini, Valensin, Inzoli, Doualla, Nappi?
«Doualla, Succo e Inzoli sono tre perle del nostro movimento. Davvero difficile indicare uno. Perché no tutti e tre allora? Abbiamo un vero esercito di giovani e giovanissimi in grado di fare molto bene, ma questi tre ci fanno davvero sognare in grande».
Quale ritieni sia la medaglia d’oro più sorprendente di quelle di Tokyo? I 100 piani o la 4X100?
«Sono state due imprese straordinarie, una impensabile e l’altra miracolosa. Dico però la 4x100, perché è una gara a squadre ed è ancor più clamoroso aver battuto giamaicani e statunitensi. Noi avevamo un uomo da -10”, loro l’intero quartetto. Se non puoi correre piu veloce degli avversari, devi almeno essere bravo a far correre più veloce il bastone, come dice Tilli. Queltestimone ha un elevato valore simbolico, una nazione intera vi era aggrappata, sognava e correva con lui».
Quale sport ti piace, oltre all’atletica ovviamente?
«La pallavolo, il tennis, la moto GP e la Formula 1 sono le altre discipline sportive che più mi affascinano».
Hai tempo per leggere? Se sì, cosa?
«Il tempo libero non è proprio esuberante nella mia vita. A volte mi capita di addormentarmi con un libro in mano. Mi piaccono le storie fantastiche, di avventura, quelle che ti regalano un sorriso, perché guardando la TV e leggendo i giornali di motivi per preoccuparsi ce ne sono già abbastanza».
Se non avessi fatto l’atleta, cosa pensi che avresti fatto nella vita?
«Non ho mai immaginato un lavoro fuori dallo sport. A scuola non andavo molto bene e allora mi sono concentrato sulla pratica sportiva».
Usavi la musica durante gli allenamenti?
«A periodi, però tutto sommato molto poco. Non ho mai avuto l’esigenza di una colonna sonora per i miei allenamenti. Al contrario sentivo il bisogno di stare solo con me stesso, con le mie emozioni e le mie paure».
Chi è stato per te l’atleta più iconico dello sport italiano?
«Alberto Tomba, che con le sue imprese e la sua goliardia ha segnato un’epoca. Oggi sarebbe meno “rivoluzionario” quel suo messaggio, ma per l’epoca fu davvero significativo. Un uomo simbolo, non solo attraverso le sue vittorie».
Il titolo della tua vita, se fosse un film?
«Lo titolerei “Fabrizio alla ricerca dell’infinito”, può rendere l’idea».
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