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L'intervista

L'ingegnere meccanico che ha scelto... le mucche

Caterina Maceroni, Master 2° livello in sistemi di trasporto spaziale, dirige ora l’azienda di famiglia e modernizza le ricette della nonna

Storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale. Fabrizio De André definiva così il percorso di vita di uno dei più importanti intellettuali del ventesimo secolo. Anche quella di Caterina Maceroni è una storia comune per gente speciale, anzitutto per l’originalità di una scelta e poi per la feroce volontà ed il grande acume attraverso i quali l’ha difesa e portata avanti. Proviamo a farcela raccontare, allora.

Di cosa parleresti inizialmente se dovessi scrivere un libro sulla tua vita?

«Parlerei del mio amore per la campagna, un amore che nasce da bimba. Quando ancora frequentavo le elementari e passavo per “Prato di Rosa” guardavo le querce e rimanevo incantata dinanzi allo spettacolo della natura. Sembrava di essere in un disegno: gli alberi, i prati, il cielo, non pensavo potesse esserci niente di più bello e di più vero della campagna e dei suoi mille colori».

Nasci da una famiglia di allevatori e ti affascina la vita a contatto con la natura e gli animali?

«Sì. Mio padre, che io adoro, mi ha trasmesso l’amore per l’allevamento delle mucche. Posso dire metaforicamente che io nasco in una stalla, respiro quella vita e ne apprezzo le mille sfumature».

Non erano però tempi particolarmente fertili per le aziende agricole e zootecniche...

«Non lo sono neanche quelli attuali, in verità. Gli allevatori li hanno sempre trattati male. Nella fase storica della mia adolescenza c’erano però problemi che mettevano a rischio l’esistenza stessa dell’azienda e perciò dal papà arrivò una disposizione non derogabile».

Quale?

«Quella di completare un percorso di studi e di creare i presupposti per fare altro. Così, mia sorella maggiore si laurea in filosofia, io in ingegneria meccanica e la minore in matematica».

La tua passione per la campagna trova una potenziale concorrente in quella per gli studi ingegneristici?

«Il relatore della mia tesi mi ribattezzò “Vulcano”. Questo illustra con quanta forza di volontà e con quanta curiosità mi accostai a questa disciplina. Proprio in occasione della tesi cominciai a frequentare il CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali)».

La tua vita continua allora lontano dalla tua amata campagna?

«Sì. Lavoro al Blue Engineering, alla Città della Scienza, ma poi lascio tutto per il Master di secondo livello in Sistemi di Trasporto Spaziale a “La Sapienza” e penso di aver trovato la quadratura del cerchio quando comincio a lavorare in un’azienda aerospaziale».

Poi però lasci anche questo lavoro. Perché?

«Ero tutto il giorno davanti a un computer e a un certo punto i numeri li sognavo anche la notte. La luce del sole era la grande assente di quel periodo e decisi che non fosse quella la mia vita, non poteva esser quella. Si può prescindere da tante cose, ma non dalla luce del sole».

Torni così a pensare alla tua azienda?

«Sì, comincio a svolgere il mestiere di insegnante, inizialmente per periodi di tempo limitati, e torno contestualmente a concentrarmi sull’azienda di famiglia. Comprendo con quanto amore e con quanta cura i miei genitori abbiano portato avanti il lavoro e decido di aiutarli, anche se è difficile».

Cosa fai in concreto per imprimere una svolta all’attività della tua azienda?

«Con Lina Chianese, ordinaria di chimica alla Federico II di Napoli, studio e realizzo un progetto di caratterizzazione del latte, che la Regione Lazio finanzia. Il nostro latte ottiene altresì il certificato A1 Free ed è un significativo risultato».

Sul mercato ottenete risultati concreti?

«In quel periodo abbiamo iniziato a lavorare con supermercati locali e c’è stata una discreta risposta. Il lavoro pian piano è aumentato ma a quel punto ho capito che dovevamo cambiare. Così, acquistata una “polivalente elettronica”, abbiamo cominciato a produrre i formaggi artigiani mediante tecnologia moderna. Dalle ricette dei formaggi di mia nonna abbiamo ricavato un modello termico che li ha riprodotti in modo perfetto».

Come arrivi alla... conquista di Roma?

«Ho compreso presto che attraverso il solo mercato locale non fosse semplice restare in piedi e ho ritenuto necessario rivolgermi al mercato romano. Non ho difficoltà a riconoscere che in parte la decisione sia dipesa anche da alcuni no ricevuti nella nostra terra. Ma io non mi arrendo. Sapete, in Ciociaria noto una certa tendenza a scoraggiarsi, ad arrendersi anzitempo. Io invece credo che in tutte le attività si debba avere coraggio, abbinato alla buona volontà. Non bisogna temere il confronto, ma anzi le sfide vanno accettate con entusiasmo».

Arrivi così a rifornire gelaterie e gastronomie importanti della Capitale e c’è pure un gelato che porta il tuo nome...

«Sì, nella Capitale abbiamo trovato dei partner importanti ed entusiasti dei nostri prodotti. Senza elencarli tutti, perché non è questa la sede, posso però raccontarvi come si è arrivati ai gelati Caterina. Maria Agnese Spagnuolo, maestra gelatiera e fondatrice della gelateria “Fatamorgana”, si è subito innamorata dei nostri prodotti e ha scelto di creare una linea di gusti col mio nome per l’estate 2022. Così, con Francesco Simon ha elaborato la “Linea Caterina”, producendo, oltre agli otto già esistenti, altri tre nuovi gusti in speciale edition».

Quali sono le caratteristiche di questi gelati?

«Il nostro latte ha delle proprietà nutrizionali particolari, ben lontane dai prodotti più commerciali e in particolare è adatto ai bambini in fase di crescita, per le sue proteine, vitamine e grassi nobili. I gelati hanno una speciale etichetta dove figura una grande lettera C, colorata a macchie bianche e nere, per richiamare il pelo della mucca».

Una pubblicità piuttosto datata recitava letteralmente “se la mucca è più felice è migliore anche il suo latte”. Ma come si fa a rendere felice una mucca?

«Facendola vivere nel massimo comfort, regalandole passeggiate in prati verdi ed alimentandola bene, evitando mangimi e prodotti industriali. La nostra è una scelta precisa e non derogabile».

Fare l’allevatrice di mucche in luogo dell’ingegnere è scelta romantica o rivoluzionaria?

«Direi proprio rivoluzionaria. La scelta in me è nata anche da un rifiuto delle logiche di quest’era molto tecnologica e poco attenta ai paesaggi e a ciò che esiste da sempre. La vita agreste ti consente di liberarti dalle tensioni nel modo più naturale. Quando ho un momento no, mi siedo per terra, respiro con i miei alberi e i miei prati e torno in armonia col mondo. Dovremmo tutti imparare a riscoprire la nostra parte spirituale, perché è quella la nostra natura. Non siamo macchine, ma esseri viventi, in sintonia con ciò che ci circonda. Questa sintonia è offuscata dai rumori di fondo creati dalla vita frenetica, ma dobbiamo ritrovarla, è un esercizio utile».

Quanto è dura la vita in un’azienda zootecnica?

«È una vita dura dal punto di vista fisico e mentale. Io sono una piccola imprenditrice ma le mie responsabilità di organizzazione e pianificazione sono grandi. Non mi spaventano, però, perché la cultura del lavoro mi è stata trasmessa dai nonni e dai genitori. Ricordo che mio padre alle 5 e mezzo del mattino ci svegliava al suono di “ragazze, in piedi, è tardi”. A me piace lavorare, concepire, realizzare».

Quali sono i sacrifici connessi a una simile attività?

«Il primo, il più importante, è quello di non poter stare tutto il tempo che vorrei con mia figlia Gaia. Vorrei godermela di più, la mia bimba che è dolce e creativa. Poi ci sono tante cose belle cui inevitabilmente devi rinunciare. Da ragazza praticavo l’atletica leggera, correvo con la Fiat Sud di Papponetti. Ora non ho più tempo per allenarmi e un po’ mi dispiace, ma la vita è fatta inevitabilmente di scelte».

Nel tuo ruolo di insegnante ed educatrice quale messaggio ti preme recare ai tuoi alunni?

«Io allargherei l’ambito di coloro cui indirizzo i consigli e a tutti i giovani voglio dire che si deve uscire dalla logica del tutto e subito. Si deve avere pazienza nello studio e nel lavoro. Ognuno ha il proprio percorso di vita e le emozioni che il percorso suscita vanno opportunamente apprezzate e devono fare la differenza. Non cercate le emozioni nella trasgressione, cercatele nella vita».

Tra le mille attività legate all’azienda e all’insegnamento, trovi il tempo da dedicare alle letture?

«Devo trovarlo, leggere è essenziale. Le mie letture preferite sono legate alla fisica, mi piace tanto Federico Faggin, ma non disdegno la narrativa. Amo Oriana Fallaci, perché ha avuto il coraggio di dire esattamente quello che pensava. Non è una cosa così comune».

Gusti musicali?

«Ascolto tutto, soprattutto la musica classica. Quando ero in attesa di Gaia mi rilassavano i brani di Mozart. È in studio anche la possibilità di far ascoltare musica alle nostre mucche. La musica infonde energie, a uomini ed animali».

Qual è il senso profondo del tuo impegno quotidiano?

«Io dedico il mio impegno a tutti coloro che si adoperano affinché possa essere possibile ciò che all’apparenza può apparire impossibile».

Da adolescente avevi un eroe, un personaggio televisivo o di fantasia che popolava i tuoi sogni?

«In questo avevo gusti omologati a quelli delle mie coetanee. Anche adesso però, quando ho bisogno di una carica particolare, mi piace ascoltare la colonna sonora de “L’ultimo dei mohicani”».

Cosa occorre nella vita per riuscire a realizzare le proprie aspirazioni?

«Io credo che per riuscire a vivere la vita che si vuole, che è un po’ l’obiettivo di ogni individuo, occorrano necessariamente quattro cose: il coraggio, la passione, la determinazione e l’autodisciplina. È importante imparare a fare le cose anche quando non se ne ha voglia. Poi però, ora che ci penso bene, credo ci voglia anche un ulteriore ingrediente per rendere gradevole la quotidianità».

Quale?

«Un briciolo di follia. Talvolta uscire dagli schemi è essenziale, e lo dico io che sono una persona che ama programmare, organizzare, definire. Non siamo programmi, numeri o robot. Siamo uomini e la fantasia è necessaria per volare più in alto delle nuvole».

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