Il saggio
22.03.2024 - 19:00
La scrittrice Lucetta Scaraffia
Il sesto dei dieci comandamenti, che intima ai fedeli di "non commettere atti impuri", costituisce uno dei principali punti di riferimento dell'intera morale cattolica. E la prova indiretta della sua notevole importanza dottrinale si rinviene nel fatto che è l'unico, del decalogo biblico, ad aver modificato la sua denominazione nel corso del tempo. L'attuale formulazione è infatti diversa da quella originaria, che era di origine ebraica, e che invece invitava – più limitatamente e semplicemente – a "non commettere adulterio". Tale evidente "dilatazione morale", di fatto introdusse un nuovo concetto di "impurità comportamentale", che è spesso riferita alla sfera sessuale.
La ratio dell'ampliamento dell'ambito perimetrale di tale tipo di peccato si rinviene in molti testi sacri. San Paolo, ad esempio, riteneva che essendo il corpo del cristiano il "tempio dello Spirito Santo", gli atti immorali compiuti in spregio del sesto comandamento non facevano altro che condurre l'uomo ad uno stato di impurità che è incompatibile con la presenza di Dio. Perché sporcano l'anima. Una delle voci più autorevoli ed originali del mondo culturale di origine cattolica, la prof.ssa Lucetta Scaraffia, ha deciso di dedicare a questo spinoso e delicato argomento la sua ultima monografia, intitolata "Atti impuri", che è stata da poco pubblicata da Laterza (80 pagine).
Il breve saggio si pone l'ambizioso obiettivo di riuscire ad individuare, anche attraverso un'approfondita analisi storica, filosofica e religiosa, l'ampiezza che, nel corso del tempo, è stata attribuita al concetto di "atto impuro". Ma anche le ragioni che suggerirono alle autorità ecclesiastiche di utilizzare proprio quella sorta di "prototipo di peccato tipo" per controllare il più possibile – soprattutto attraverso la confessione ed alimentando i loro sensi di colpa – i comportamenti delle persone.
Osserva infatti a tal proposito la Scaraffia: «Questo controllo dei corpi, e in particolare della vita sessuale dei fedeli, si rivelò rapidamente uno strumento efficace per arrivare alla disciplina dell'anima...». Tale astuta strategia trovò la sua pietra angolare proprio nel nuovo testo del sesto comandamento, il quale «è al cuore del processo di disciplinamento individuale che coinvolge ogni fedele, e deve in un certo senso allenarlo a organizzare tutta la vita secondo il modello cristiano».
Soprattutto in tempi recenti, tuttavia, questa più ampia e severa imposizione morale si è trovata a dover fare i conti sia con quei comportamenti che sono ritenuti, dalla sola Chiesa cattolica, come più o meno peccaminosi (si pensi ad esempio all'omosessualità, alla masturbazione, ai rapporti prematrimoniali); ma, anche e soprattutto, con quelli che invece trovano, anche in ambito laico, generale riprovazione (come lo stupro, gli abusi e la pedofilia). L'autrice del saggio a tal proposito ritiene opportuno osservare che «negli anni Sessanta il successo pervasivo e rapido della rivoluzione sessuale, ha indotto la chiesa a ripensare la propria concezione di sessualità, ma sempre dal punto di vista del legame coniugale, senza mai volgere lo sguardo alle forme anche violente in cui la sessualità può presentarsi», per poi evidenziare che «nessuno studioso ha analizzato il modo in cui, nei secoli, il nodo della sessualità come sopraffazione, è stato elaborato nella tradizione cattolica, sempre considerato comunque trasgressione del sesto comandamento e mai atto contro un'altra persona.
È solo con lo scoppio dello scandalo degli abusi sessuali che questo nodo è emerso, rivelando tutti i limiti dell'impostazione tradizionale cattolica, evidenti soprattutto nel suo intreccio con il sistema giuridico del codice di diritto canonico». Questa stridente criticità è stata ulteriormente amplificata dalla rapida evoluzione dei costumi, che i tempi moderni stanno continuamente ed inevitabilmente determinando.
A tal proposito, evidenzia la Scaraffia, se è vero che le istituzioni ecclesiastiche, nel passato, si erano spesso comportate «come se le norme morali fossero eterne e immutabili, mai contraddette o modificate da nessun aggiornamento», ultimamente hanno invece mostrato di aver compreso che i tempi sono cambiati, e che una rivisitazione del concetto di "atto impuro" andava necessariamente fatta. Tanto è vero che, ad esempio, nel testo del Nuovo Catechismo, uscito nel 1992, non si rilevano più generiche ed indiscriminate condanne del piacere, ed addirittura si reintroduce la dizione originaria del sesto comandamento, e cioè quella che confinava il relativo peccato nel "semplice" divieto di "non commettere adulterio".
Ciò sulla base della considerazione che «la sessualità esercita un'influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell'unità del suo corpo e della sua anima. Essa concerne particolarmente l'affettività, la capacità di amare e procreare, e, in un modo più generale, l'attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con altri». In altre parole si fa lentamente largo, nella moderna visione morale, di stampo cattolico, l'intenzione di ritenere "atto impuro" soprattutto quello che, attraverso la violenza, l'abuso o la sopraffazione genera sofferenza e dolore nelle "vittime". Tuttavia la strada da percorrere è ancora molto lunga. Non può bastare, per riuscire a trovare il giusto compromesso tra la morale e la realtà, la semplice, diversa formulazione del sesto comandamento biblico.
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