Obiettivo salute
20.02.2026 - 19:30
Il dottor Bruno Cappella, otorinolaringoiatra
L’ipoacusia, cioè la riduzione o la perdita dell’udito è un problema che può colpire persone di tutte le età, dai neonati agli adulti, con conseguenze significative sulla comunicazione e sulla qualità della vita. Per comprenderne meglio cause, prevenzione e possibili trattamenti, abbiamo intervistato l’otorinolaringoiatra Bruno Cappella.
Dottor Cappella, quali sono le cause più comuni della perdita dell’udito?
Quali sono questi farmaci?
«Mi riferisco soprattutto ai farmaci amminoglicosidici, che sono usati soprattutto nelle gravi infezioni delle vie urinarie, come la gentamicina e l’amikacina, che causano un danno alle cellule ciliate esterne della coclea, che sono i recettori delle onde sonore che trasformano l’impulso meccanico in impulso nervoso. Poi ci sono altri farmaci di uso abbastanza comune come i diuretici dell’ansa, la furosemide, i chemioterapici come il cisplatino, il carboplatino, che purtroppo provocano un danno irreversibile. Ma bisogna considerare anche farmaci di uso comune come i Fans, l’ibuprofene o l’acido acetilsalicilico, cioè la semplice aspirina, che se presi per lungo tempo potrebbero creare dei danni a livello cocleare. È chiaro che quando il danno del nervo è conseguente all’assunzione di farmaci in sostituibili bisogna sempre cercare di dare la dose minima efficace per contenere il più possibile questo danno».
In che modo l’esposizione al rumore incide sulla salute dell’udito?
«L’esposizione prolungata a rumori intensi è una delle principali cause di ipoacusia nell’adulto. Chi lavora in ambienti molto rumorosi, come le fabbriche, è certamente a rischio, anche se oggi le normative impongono ai datori di lavoro di fornire adeguati dispositivi di protezione, come cuffie o tappi auricolari. Diverso è il caso dei giovani che frequentano abitualmente le discoteche o ascoltano musica ad alto volume per diverse ore consecutive: in questi ambienti l’intensità sonora supera spesso i 100 decibel. Questi ragazzi sono soggetti a dei traumi acustici molto importanti che all'inizio possono essere anche reversibili, ma se questa abitudine persiste è chiaro che il danno poi diventa grave e irreversibile».
L’ipoacusia, quindi, può essere anche temporanea?
«Sì, proprio in relazione all’esposizione a un forte rumore ambientale, come, appunto, avviene in discoteca, esiste il fenomeno della “fatica uditiva”. Il paziente esce dall’ambiente in cui c’era il rumore intenso frastornato, con acufeni o con vera e propria perdita uditiva. Un’altra causa frequente di ipoacusia temporanea, soprattutto nei bambini ma possibile anche negli adulti, è l’otite catarrale, dovuta alla presenza di catarro nell’orecchio medio. Questo accumulo ostacola la trasmissione del suono e provoca un calo uditivo reversibile. Oggi possiamo distinguere, poi, le forme catarrali in era pre e post Covid, perché si è visto che in era pre pandemia le forme catarrali dell’adulto avevano durata abbastanza limitata. Si parlava di 10 giorni: un ciclo di insufflazioni endotimpaniche, che sono una delle terapie più accreditate per l’otite catarrale, dura 12 giorni. Oggi invece si assiste al fatto che queste forme catarrali sono aumentate come frequenza e come durata. Non di rado mi capita di trattare persone che non riescono a risolvere il problema anche per due o tre mesi. Un’altra forma di ipoacusia reversibile è legata alla sindrome di Meniere, che è caratterizzata, appunto, da ipoacusia, vertigini e acufeni».
A quali esami bisogna sottoporsi per diagnosticare un problema uditivo?
«Spesso sono i familiari ad accorgersi per primi del problema, notando che la persona alza molto il volume della televisione o chiede di ripetere le parole. In questi casi il primo esame da eseguire è l’audiometria: un test semplice, non invasivo e della durata di pochi minuti, che permette di valutare la soglia uditiva e di distinguere un’ipoacusia lieve (20-25 decibel), media (40-45 decibel) o grave (oltre i 75-80 decibel). Se si sospetta invece una forma catarrale, è utile affiancare l’impedenzometria. A differenza dell’audiometria, che richiede la collaborazione del paziente ed è quindi eseguibile in modo attendibile dai 6 anni in su, l’impedenzometria è un esame oggettivo, che fornisce informazioni precise sulla funzionalità del timpano e della catena delle ossicina e consente di individuare eventuali ostacoli alla trasmissione del suono».
Come può essere trattata l’ipoacusia?
«Il trattamento dipende dal tipo di ipoacusia. La prima distinzione fondamentale è tra forme trasmissive e neurosensoriali. Le ipoacusie trasmissive sono dovute a un ostacolo nella trasmissione delle onde sonore, che può essere un tappo di cerume, un versamento di catarro nell’orecchio medio o patologie come l’otosclerosi. In questi casi la terapia è spesso efficace e può essere medica o chirurgica. Se il problema è legato a un versamento catarrale, ad esempio, è essenziale ristabilire la corretta funzionalità della tuba di Eustachio, permettendo all’aria di entrare nell’orecchio medio e favorendo la risoluzione del catarro. Le ipoacusie neurosensoriali, invece, dipendono da un danno alla coclea o al nervo acustico. Si tratta spesso di lesioni irreversibili, poiché le cellule nervose non si rigenerano. In questi casi l’obiettivo è stabilizzare la situazione, prevenire ulteriori peggioramenti e, quando necessario, ricorrere a soluzioni riabilitative per migliorare la qualità della vita del paziente».
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