A tu per tu
19.04.2026 - 15:40
Nel calcio per una vita. E non è un modo di dire, perché Pietrino Tagliaferri è stato per breve tempo calciatore, molto più a lungo arbitro e per 22 anni appassionato dirigente all’interno della Federazione. Nonostante l’impegno calcistico a tutto tondo, ha potuto coltivare tante altre passioni, dal canto al cinema, senza trascurare altri sport che lo hanno coinvolto emotivamente e talvolta impegnato in prima persona. Abbiamo voluto invitarlo nella nostra redazione perché raccontasse ai lettori la sua vita di sportivo e di uomo.
Hai dato anche tu i primi calci al pallone in strada, come tutti i giovanissimi dell’epoca?
«Certamente. Ricordo che a Civita c’erano delle sfide tra ragazzi dei vari rioni, poi il primo tentativo agonistico vero e proprio l’ho compiuto all’interno di una squadra Allievi, “I Diavoli azzurri” di Villa Gordiani. Proseguii con “La Piccola Città Bianca”, ma la mia breve esperienza di calciatore ebbe in realtà una sua consacrazione quando fui tesserato con il Tecchiena, la cui prima partita ufficiale, in Terza Categoria, finì 2-0. Entrambe le reti furono segnate da me, che giocavo ala destra».
Allora non eri così male come calciatore?
«Una rondine non fa primavera. Ero abbastanza veloce ma fragile fisicamente ed ero piuttosto timoroso nei contrasti. Nel complesso, possiamo dire che non fossi un prospetto particolarmente interessante».
Il calcio però ti piaceva e volevi restarci. Per questo pensasti di poter rimanere nell’ambiente facendo l’arbitro?
«Se devo essere brutalmente sincero inizialmente lo stimolo fu quello di poter avere, in qualità di arbitro, l’ingresso per lo stadio. Lo dissi molto ingenuamente a Pellegrini, allora presidente AIA di Frosinone, e lui mi fece notare che la domenica sarei andato ad arbitrare e non a vedere le partite delle categorie superiori».
Il campo però ti diede ragione e dimostrasti una grande attitudine per l’arbitraggio...
«La mia fu una carriera davvero rapida. La prima partita da me arbitrata fu Castro dei Volsci-Ardeatina, ed era il 15 febbraio del 1970. La gara successiva la arbitrai a Ferentino ed il commissario espresse subito un giudizio lusinghiero sul mio conto. Così il 6 febbraio ’72, benché fossi formalmente solo aspirante arbitro, mi affidarono la partita di Promozione Marino-Gaeta».
Molte le gare arbitrate nei quadri interregionali. Tra le tante, puoi regalarci un tuo ricordo particolarmente incisivo?
Se devo citarti una partita che mi procurò in pari misura emozione e soddisfazione scelgo la finale nazionale Under 23 tra Sampdoria e Milan. Nelle fila doriane giocavano Lippi, Magistrelli, Salvi, Chiorri e Di Vincenzo. Nel Milan c’erano Pizzaballa, un fuori-quota, e poi Zignoli, Collovati, De Nadai, Calloni, Villa e Guadino. Ricordo il cronista Rai Gianni Vasino che intervistò Bersellini, lo scenario sicuramente suggestivo del Ferraris e le attenzioni dei media su quel match».
Come tutti avrai dovuto affrontare anche situazioni ambientali un po’ al limite e degli eccessi di qualche tifoseria. Come si fa a mantenere la calma in quei frangenti?
«Partite particolarmente calde capitano a tutti. Si deve essere bravi a non subire condizionamenti e credo che sia una dote un po’ innata, perché sarebbe stupido dire che non ci si fa caso, per quanta capacità di estraniarti possa avere. Comprendi di essere in una situazione di potenziale pericolo ma devi essere lucido. Certamente anche quando si commette un errore non si deve pensare di rimediarvi attraverso una sorta di compensazione. Un arbitro ha il compito di commettere meno errori possibili. Quella è la missione».
Quando esci dai quadri interregionali per raggiunti limiti di età pensi di smetterla con l’arbitraggio, ma qualcuno ti convince a restare nei quadri AIA...
«Sì, in effetti la mia prima reazione quando mi comunicarono che non avrei più arbitrato gare nazionali per raggiunti limiti di età fu quella di smettere. Fu Sbardella a pregarmi di mettere la mia esperienza ancora al servizio del comitato regionale e sebbene inizialmente fossi un po’ titubante, decisi di accettare. Compiendo un’analisi retrospettiva devo dirti che probabilmente feci bene, perché arbitrare era una mia passione».
E veniamo al tuo insediamento presso il Comitato Provinciale FIGC . Dal giugno del 1993 a quello del 2025 sei presidente e delegato provinciale. Più di 30 anni dedicati all’attività di base, a quel calcio genuino e primigenio che racconta storie particolari, passione vera e campioni potenziali cui nessuno dedica titoli e rubriche tv...
«È un calcio fatto di passione, certamente. Col tempo devo dire che lo scenario è un pochino cambiato. Se prima la Terza Categoria era un po’ il nostalgico canto del cigno di qualche giocatore in là con gli anni e con un fisico non più performante, pian piano è diventata una platea per giovani con ambizioni di crescere e di usare la prima esperienza come trampolino. Ed è proprio nei tornei giovanili che abbiamo investito tanto, inventando manifestazioni e promuovendo in ogni modo l’attività di base».
Quali sono i ricordi più vivi e significativi di questa lunga esperienza dirigenziale?
«Il primo ricordo riguarda il cambiamento della sede, da viale Napoli a viale Mazzini, con il presidente federale Elio Giulivi a farci visita in occasione della cerimonia di inaugurazione».
Quali le novità introdotte nel corso del tuo lungo mandato?
«Mi preme fare una premessa. Se delle cose buone sono state fatte, il merito è mio solo in parte, perché ho avuto accanto dei collaboratori bravissimi che con spirito encomiabile si sono prodigati perché tutto funzionasse e perché i club potessero avere il maggior supporto possibile. Non cito i loro nomi, perché temo di dimenticare qualcuno e sarebbe imperdonabile. Rivolgo comunque a loro un sentito grazie. Ciò premesso, direi che “Stradacalciando” è stata una manifestazione rivelatasi davvero vincente».
Quale storia ha questa rassegna?
«La prima edizione si svolse nel 2003 ad Alatri, l’ultima nel 2025 sempre ad Alatri. In mezzo, questa passerella del calcio giovanile in strada ha toccato Anagni, Sora, Cervaro, Cassino, Fontanaliri, Isolaliri, Fiuggi, Ceccano. Una manifestazione che ha interessato Primi Calci, Piccoli amici e Pulcini, che è stata replicata a Via dei Fori Imperiali e a Via della Conciliazione a Roma. Devo dirti che mi ha dato enorme soddisfazione vedere la gioia non solo dei piccoli protagonisti, ma dei loro genitori e della gente delle varie località ospitanti, contagiata da tanto entusiasmo e da tanta passione».
Durante il tuo mandato è stata anche ripristinata la finale tra le vincenti dei gironi?
«Sì, ritenevo bello che una squadra potesse fregiarsi oltre che della promozione in Seconda, anche del titolo di campione provinciale. Ricordo che la Rofit, squadra che poi scalò con grande frenesia le categorie regionali, fu sconfitta proprio in quella partita di spareggio di fine stagione, simbolica certamente ma anche molto sentita. Inoltre abbiamo istituito la Coppa Provincia, che ha dato stimoli a tutte le squadre nella parte finale della regular season. Prima della sua istituzione c’era un po’ la tendenza per qualche formazione di tirare i remi in barca e addirittura di non presentarsi. Con l’istituzione della Coppa Provincia, che assegnava posti per un eventuale ripescaggio, questa brutta abitudine è stata sconfitta».
Avete anche promosso convegni e incontri su temi molto importanti?
«Abbiamo cercato d’informare le società sui primi interventi in caso di malori, sul regime fiscale e su altri temi che non sempre erano stati posti sotto la giusta lente d’ingrandimento. Abbiamo anche organizzato un incontro con gli arbitri a Ceprano. Per crescere bisogna anzitutto conoscere».
Nel corso della tua lunga carriera hai ricevuto un gran numero di riconoscimenti e di benemerenze...
«Sarei ipocrita se dicessi che mi hanno lasciato indifferente. Mi è stata assegnata dal Coni prima la Stella di Bronzo e poi quella d’Argento. Ho avuto varie benemerenze della Lega Nazionale Dilettanti nazionale e regionale e per il settore giovanile scolastico nazionale. Inoltre l’amministrazione provinciale di Frosinone mi ha assegnato il premio “La Ciociaria”. Sono gratificazioni che mi hanno inorgoglito e commosso ma lasciatemi dire che il premio più grande è per me la stima e l’affetto che le società mi hanno sempre dimostrato».
Intanto il nostro calcio vive un momento di profonda riflessione e di palpabile amarezza per l’esclusione della nazionale dai mondiali...
«Per me è stata una grandissima amarezza. Ti confesso che quella notte non ho dormito. Una nazione come l’Italia non può mancare tre volte di fila dalla fase finale dei campionati del mondo. Tutto è girato storto, ma s’impongono riflessioni e soluzioni, non più rimandabili».
Sappiamo che la tua passione sportiva abbraccia anche altri sport. Confermi?
«Sì, sono stato dirigente del basket ad Alatri ai tempi della serie C e mi piace moltissimo il tennis. Quando gioca Sinner in America vedo i suoi match a qualsiasi ora ed analogo atteggiamento ho con i Giochi Olimpici e tutti i grandi eventi sportivi».
Lasciamo lo sport e veniamo a un’altra tua passione, il cinema. Nella sala di San Lorenzo eri tra gli artefici di una programmazione che non aveva nulla da invidiare al “Politeama”, il più famoso cinema alatrense...
«Il cinema era la mia grande passione e lo è tuttora. Ricordo che per i giovani della parrocchia proiettavamo film, quasi tutti leggeri, che erano un momento di ritrovo e di condivisione importante. Allora non c’erano tutte le possibilità di oggi e un film da vedere insieme era comunque un modo di socializzare e crescere».
E a proposito di cinema, ti trovasti comparsa subito dopo i titoli iniziali del film “Straziami, ma di baci saziami”, con Nino Manfredi e Ugo Togazzi. Ci racconti cosa accadde?
«Il gruppo folk “Aria di Casa nostra”, del quale facevo parte, con il compito peraltro di portare il cartello nelle sfilate, doveva esibirsi all’Olimpico. Nino Manfredi in quel film di fine anni 60 interpretava la parte di un barbiere alatrense che proprio in occasione di quella rassegna danzante conosceva una ragazza marchigiana che gli rapiva il cuore. A me in verità, in quella scena che ripetemmo per ore, rapì... le cioce, che scambiai coni i suoi sandali, per esigenze di scena. Fu un’esperienza indimenticabile e divertente, ormai decisamente datata, ma non per questo meno vivida nella memoria».
Anche se non ami esibirti davanti a un pubblico troppo nutrito, sei anche un buon tenore
«Ho fatto parte dei “Crociferi” e del “Coro ernico” e devo dire che la voce non mi fa difetto. Amo pertanto la musica, in tutte le sue espressioni. Nel tempo libero amo ascoltare la musica più che leggere, ma quello a cui non rinuncio è il quotidiano. Mi piace informarmi, credo sia un dovere civico di ogni cittadino».
Torniamo per un attimo al calcio, perché devi indicare il calciatore che più di ogni altro ha rapito la tua immaginazione. Chi è il tuo campione preferito?
«Devo dirti che per il modo elegante d’interpretare il ruolo, per la classe e la signorilità che sempre lo hanno contraddistinto, il mio gioatore preferito di ogni epoca è Michel Platini». Noblesse oblige, le roi Michel...
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