Si staglia in modo vivido nel panorama degli artisti della nostra terra. Eclettica, solare, creativa: è Roberta Fanfarillo, alatrense, pittrice apprezzata da chi dell’arte conosce le dinamiche, le tecniche e le magie. La presentiamo anche a chi non è un critico ma un semplice curioso, perché alle doti artistiche Roberta abbina quelle umane, non sempre in connubio in altri casi. La prima domanda è fors’anche che banale, ma è la curiosità primigenia per ogni tipo di virtù.
Artisti si nasce o si diventa? «Si nasce, senza alcun dubbio. Deve esserci una predisposizione specifica, è un elemento imprescindibile. Poi in ciascun essere umano può esserci un lato artistico più o meno latente, ma direi che i grandi pittori della storia sono certamente nati con un talento naturale».
Ci sveli il primo disegno della tua vita e l'età in cui l'hai prodotto? «L’età è quella di tutti, perché il mio primo disegno risale alla prima elementare. Il soggetto invece è atipico perché disegnai la “piccola fiammiferaia”, una favola che mi aveva molto colpito ».
Benedetto De Santis è stato il tuo “Virgilio”, colui che ti ha condotto lungo le strade dell'arte. Un tuo pensiero su di lui? «È un pittore e scultore originario di Fumone, che ha vissuto prevalentemente a Roma. L'ho conosciuto casualmente, tramite Daniele Dell’Uomo, pittore ed amico comune. Daniele mi ha consigliato di rivolgermi a lui per acquisire una consapevolezza anche tecnica e Benedetto mi ha effettivamente trasmesso importanti conoscenze, a partire dalla storia dell’arte e mi ha consentito di tradurre la mia curiosità in un’interpretazione più ampia, che trascendesse la realtà e ne valicasse i confini. È stato molto importante per la mia crescita».
Quando inizi a comporre, il tuo umore del momento condiziona la creazione?
«La condiziona sempre, sistematicamente. Mi lascio guidare dallo stato d’animo, è la matrice di quel che poi viene fuori, inevitabilmente ».
Dipingere è un'infinita ricerca dell’armonia o un'esigenza dell’anima?
«Direi che è entrambe le cose. Azzarderei che è trovare un equilibrio tra cose che non vanno, è ricerca di un'armonia prima interiore e poi esteriore».
Quando completi un’opera, ti capita di non esserne contenta?
«Mi succede di frequente, anzi è difficile che sia completamente appagata dal risultato. Direi che un pizzico di insoddisfazione rispetto all'opera c’è sempre, è una sorta di regola non scritta».
Il Civico 61 è il tuo laboratorio, il tuo paradiso creativo, la tua esposizione permanente. Come lo chiameresti con un solo aggettivo o sostantivo? «La mia stanza, sì il Civico 61 è la mia stanza».
Sei un'artista versatile, che non si fa imprigionare da schemi ma ama spaziare. Possiamo dire che la tua arte è anche e soprattutto un viaggio, le cui tappe non sono mai scontate e prefissate?
«Hai centrato l’essenza della mia espressione artistica. Direi che è un viaggio dalle tappe sconosciute, una ricerca della quale non conosco confini, né oggetto ».
Prima di iniziare la tua carriera ti definivi sognante spettatrice. Ci puoi citare la scultura o un quadro che più degli altri ti ha fatto sognare?
«Ti cito un artista: Modigliani. I suoi ritratti sono stati i primi a generare in me uno stupore incredibile ».
Saliamo sulla famosa “torre”. Chi buttiamo giù tra Michelangelo e Donatello? E tra Van Gogh e Picasso? «Vuoi che commetta un crimine contro l'umanità? Scherzi a parte, e sottolineando che è una torre molto virtuale, lascerei su Michelangelo e Van Gogh. Non mi riesce di sacrificarli nemmeno per ipotesi».
Credi che in ogni uomo si nasconda un artista?
«Ogni uomo ha delle potenzialità, ma il talento resta un elemento che fa la differenza».
Il complimento più bello che hai ricevuto, da un critico o anche da un semplice curioso? «In tutta sincerità i complimenti tendono più ad imbarazzarmi che ad inorgoglirmi. Perciò non è il caso che ne citi alcuno, sebbene ne abbia avuti di significativi e di graditi».
Le arti in principio erano cinque, ora c’è un significativo allargamento che porta a considerarne 11. Ma c'è e se c'è qual è secondo te il connotato comune a tutte le arti? «Esiste senza dubbio un minimo comun denominatore, un filo rosso che collega. L'arte è un cerchio, c’è chi la crea e chi la riporta al punto d'origine ».
Se dovessi scrivere un libro sulla tua vita, quale sarebbe il titolo?
«Lo intitolerei “Vivendo, diventai quel che sono”, perché il mio è stato un processo di crescita, di progressiva consapevolezza. Dovevo superare una timidezza insita nel mio dna e diciamo che sono ancora in itinere, ma sono ottimista sul percorso residuo».
Quanto conta la fortuna nella vita? E fino a che punto ogni uomo è artefice della propria? «La fortuna è certamente un elemento importante, penso non ci siano dubbi. Possiamo esserne artefici in parte, ma non credo alla formula del “volere è potere”. Più che altro ritengo che un uomo possa forgiare in qualche modo gli accadimenti della propria esistenza esibendo capacità di reagire a situazioni che inevitabilmente si presentano e tendono a complicare il percorso».
Che consiglio daresti ora alla Roberta adolescente?
«Come ho detto ero introversa e perciò le direi di non avere paura, di ridere e di affrontare la quotidianità con brio, perché non c’è altro modo».
L'arte educa alla ricerca interiore, alla consapevolezza, ma anche e soprattutto alla gentilezza. Nel mondo però ce n’è sempre meno. Può l’arte contribuire a ritrovarla?
«Può certamente contribuire, sebbene si tratti di un discorso complesso. Prendo ad esempio la mia pittura: essa discende dall'emotività e dobbiamo imparare ad essere garbati anche verso uno stato d'animo che in un certo momento ci domina. Dobbiamo cercare reazioni meno impattanti e meno violente possibili».
Schopenhauer diceva che l'arte, trascendendo il mondo fenomenico, si fa messaggera di un altro mondo. L’artista per lui è vate, sacerdote, presta i suoi occhi per mostrarci ogni meraviglia. Ti senti sacerdotessa o messaggera di una dimensione parallela?
«Certamente la spiritualità è dominante e attraverso le mie creazioni mi pare possa diventare palpabile. Il mondo di sola materia è un mondo buio, per colorarlo c'è bisogno dello spirito, del sogno, di tutto ciò che va oltre la dimensione tattile e olfattiva».
Incamnminiamoci ora verso sentieri di arti in cui sei ancora spettatrice. Cosa leggi in prevalenza? «La mia curiosità è tale che anche nelle letture non ho paletti. Tutto ciò di cui sento parlare e che suscita una curiosità iniziale voglio leggerlo. Sono davvero onnivora, vado dai classici a testi scientifici, ma anche nella mia “stanza”devono esserci sempre dei libri a farmi compagnia. Il piacere della lettura è particolare e non surrogabile».
Veniamo alla settima arte, il cinema. Quali film vedi con piacere e quale attore o attrice carpisce la tua immaginazione?
«Sorrentino è il mio regista preferito. Quando esce un suo film, devo vederlo, è un'esigenza del mio spirito. Non ho mai avuto in verità attori appesi al muro della mia stanza, il divismo non mi appartiene. Ognuno poi a suo modo è un attore in questo palcoscenico della vita».
Molti pittori sono stati compresi nella loro grandezza solo dopo la loro scomparsa. È così difficile riconoscere un genio della pittura? «L’arte è molto soggettiva, non esiste una verità assoluta. Nei tempi moderni è ancora più complesso, è diventato talvolta un processo autoreferenziale. Già pagare per esporre è un'anomalia di fondo. Un genio secondo me è piuttosto riconoscibile, ma i parametri di una determinata epoca storica possono renderne meno agevole l’identificazione».
C'è una componente in un'opera d'arte che è riconoscibile solo dall'autore o il senso più profondo è quella di renderla riconoscibile a qualunque osservatore?
«Un dipinto deve tendere ad essere universale. Andiamo ai volti: ogni volto esprime una tipicità diversa ed è importante interpretarla, svelarla in modo capillare. Può esserci poi un lato emotivo legato a stati d’animo, situazioni e particolarità che naturalmente l'autore conosce e l'osservatore ignora. Ma il messaggio deve essere “erga omnes”, è il senso più profondo di ogni dipinto».
Non possiamo esimerci dal gioco dei colori. Che colore hanno la gioia, la paura, l'amore e la malinconia?
«La gioia è gialla, la paura è nera, l'amore è rosso e la malinconia bianca, ma la malinconia non è un sentimento deteriore, c'è un valore immenso nella malinconia».
Il tuo rapporto con la religione? «Non sono rigorosa verso i dogmi, ma ho grande rispetto di ogni credo religioso e un’e sigenza mistica che nella religione trova una situazione plausibile. Sono cattolica, con quel bagaglio di dubbi che ogni essere umano porta più o meno consapevolmente con sé».
L’immensità dell’Universo ti fa paura o ti affascina? «Mi fa sentire parte di un disegno più grande. Pertanto non mi spaventa, anzi in qualche modo mi conforta. L'Universo è grande come e più dei sogni e allora perché precludersi paradisi e altre dimensioni? La grandezza in questo caso è una carezza».
La chiacchierata finisce qui. Il mondo di Roberta è immaginifico, colorato e denso di sentimento. La ricerca del bello attraverso l'arte è anche e soprattutto un cammino di speranza, un rendere possibile ciò che è arduo, uno svelare ciò che appare nascosto. Al Civico 61 Roberta Fanfarillo colora la sua vita, ancor prima delle sue opere. Il suo percorso virtuoso è denso di emozioni, suggestioni, intuizioni che diventano linee, tinte, sfumature. É un’allegoria della vita, che al pari di un dipinto non è mai statica, ma è un divenire, un fluire di sentimenti, rumori, pensieri e malinconie. E “la stanza” è uno spicchio di universo, incantato come le favole che si raccontano ai bimbi.