Un delitto forse pianificato, forse solo figlio della disperazione, di un dolore cupo, di un intimo e celato turbamento. Di cui nessuno si era accorto.
Si continua a scavare, a cercare un motivo anche apparente che possa mettere insieme i pezzi di una strage del genere. A rendere l'orribile fatto di sangue di Esperia con la morte di Isabella a soli 19 anni e del fratello Mariano di 27 per mano del padre Giovanni (prima di suicidarsi) un delitto pieno di coni d'ombra si impongono due elementi fondamentali: l'insensatezza del gesto a cui nessuno, neppure gli inquirenti,potranno mai dare una spiegazione valida. E la pistola, l'unica clandestina in un "arsenale" regolare. Perché un uomo tanto gentile, distinto ed elegante, impegnato con la moglie Flora nella vita della comunità, sempre presente e innamorato dei figli abbia potuto tanto; perché abbia afferrato la calibro 38, modello 34 (un "9 corto") vecchissima e mai dichiarata per fare fuoco contro i suoi figli, resta davvero un mistero.
Con la morte dell'ex ferroviere che ha riservato per sé l'ultimo dei tre colpi il primo a Mariano, il secondo a Isabella nel loro letto a castello ogni ipotesi sembra superflua.
Forse una nuova chiave di lettura potrà esser fornita da mamma Flora, che neppure ieri è stata ascoltata: uno choc terribile, tanto da restare ricoverata in ospedale.

Gli interrogativi
In tanti continuano ancora a chiedersi perché un uomo tanto preciso, con una calibro 22, un'altra pistola e fucili da caccia dichiarati e con una licenza da caccia regolare nel cassetto abbia omesso di denunciare un'unica arma. L'unica forse ereditata, visto il modello fuori mercato, lo stesso che negli anni '70 risultava in dotazione a forze dell'ordine e non solo. E la scelta – sempre che anche l'autopsia confermi che si sia trattato di un omicidio-suicidio – potrebbe non essere stata casuale.
Quella calibro 22 con unico colpo non avrebbe potuto "assicurare" la strage; l'altra in suo possesso avrebbe rischiato di sfigurare i ragazzi. L'unica per poter farla finita in pochi minuti – poco dopo le 7 – senza errori, prima del rientro di Flora, era proprio quell'arma clandestina.
Da dove il "9 corto" provenga lo spiegheranno i carabinieri coordinati dal sostituto procuratore Bulgarini Nomi: la matricola della calibro 38 non è abrasa.
Potrebbe, dopo la legge 110 del '75 che impose il "censimento"di tutte le armi, essere stata nascosta per quarant'anni in qualche soffitta diventando clandestina: in molti, quarant'anni fa, non dichiarano tutte le armi e non sarebbe questo il primo caso di un lascito da parte di nonni o parenti, mai messo a posto.
Mentre i militari del Nucleo Investigativo di Frosinone, coordinati dal maggiore Lombardi, insieme ai colleghi di Pontecorvo guidati dal capitano Tamara Nicolai agli ordini del colonnello Cagnazzo e alla squadra di pg del dottor Bulgarini vanno avanti negli accertamenti, non possono essere esclusi (ma solo dopo l'autopsia che avrà luogo oggi) ulteriori sopralluoghi. Verifiche delicatissime, necessarie a chiudere il cerchio.

Un passaggio in cui mancano, appunto, ancora gli elementi cruciali: la provenienza dell'arma e,soprattutto,i motivi. Per quanto inaccettabili siano. Se l'autopsia che verrà eseguita dal medico legale Margiotta dovesse invece evidenziare altri elementi, in grado di far pensare alla presenza in casa di una quarta persona (oltre alle vittime), allora ci troveremmo davanti a un caso da manuale. Fino ad allora, resta il dolore e la rabbia per la scomparsa di due ragazzi con tutta la vita davanti. E di un padre amorevole e riservato.