Obiettivo salute
27.03.2026 - 13:00
La dottoressa Lucilla Ricottini
Dall’agopuntura all’omeopatia, le medicine non convenzionali si configurano come pratiche che mettono al centro la persona e il suo benessere complessivo. Molte di queste terapie oggi vantano evidenze documentate e una regolamentazione specifica. In questa intervista, la dottoressa Lucilla Ricottini, omeopata, omotossicologa e fitoterapeuta, fornisce una panoramica su benefici, limiti e regole che ne garantiscono sicurezza e applicazione.
Dottoressa Ricottini, cosa si intende per medicine non convenzionali?
«Le medicine non convenzionali o tradizionali, stando alla dicitura completa dell’Oms, sono sistemi terapeutici, ma anche diagnostici, legati a pratiche e tradizioni culturali e che possono avere anche un’impronta di tipo filosofico. La dicitura “non convenzionale” è in relazione alla pratica ufficiale. Nel mondo occidentale, quindi, soprattutto da quando abbiamo avviato il discorso dell’Evidence Based Medicine, queste pratiche tradizionali non possono considerarsi ufficiali perché non seguono i criteri dell’Evidence Based Medicine, cioè della medicina basata sull’evidenza. Possono, però, produrre tutta una serie di prove documentali della loro efficacia. L’Oms sottolinea, inoltre, che ciò che è non convenzionale in alcuni Paesi può essere invece considerato medicina ufficiale in altri».
Può farci qualche esempio?
«Un esempio per tutti è l’agopuntura che da noi è considerata non convenzionale mentre in Cina è una medicina ufficiale, riconosciuta, normata ed erogata anche nelle strutture pubbliche. Così come la fitoterapia, che tra l’altro ha meritato un premio Nobel nel 2015. A seconda del contesto culturale, poi, oltre all’agopuntura, alla fitoterapia, all’omeopatia, potremmo far rientrare tra le medicine complementari anche pratiche come lo yoga, la meditazione, che in alcuni Paesi vengono riconosciute come pratiche ufficiali e terapeutiche. Un esempio è il tai chi in Cina».
Quali sono, invece, quelle riconosciute in Europa?
«In Europa le medicine riconosciute come non convenzionali o integrate sono l’omeopatia, l’agopuntura, l’omotossicologia, che è una branca dell’omeopatia, la fitoterapia e la medicina antroposofica. Quest’ultima nasce e si sviluppa nei Paesi di area germanica, in particolare in Austria e Germania, ed è oggi diffusa in molti Paesi europei, utilizzando anche prodotti in diluizione omeopatica. L’osteopatia in alcuni Paesi è riconosciuta addirittura come tecnica ufficiale e quindi è stata tolta dalle medicine non convenzionali o integrate».
Come si caratterizzano le medicine non convenzionali?
«Guardano all’unità corpo-mente della persona, quindi hanno una visione a 360 gradi. Non sono basate sullo studio dei singoli apparati, ma da una visione che è stata definita olistica. Danno, soprattutto, centralità al malato e, quindi, molta importanza anche alla relazione medico-paziente. Utilizzano sia prodotti che possono avere una componente farmacologica, come fa la fitoterapia, che, per quanto naturale, contiene comunque delle sostanze che hanno un effetto chimico. Altre sostanze, invece, possono essere state sottoposte a diluizioni tali per cui il prodotto viene chiamato comunque farmaco, ma non produce effetti sull’organismo secondo le modalità farmacologiche ritenute ufficiali, come accade in omeopatia, omotossicologia e medicina antroposofica. Le medicine non convenzionali comprendono anche tecniche che non prevedono la somministrazione di sostanze, né chimiche né farmacologicamente attive, ma che producono comunque effetti terapeutici, come l’agopuntura».
Quali sono i benefici di questo tipo di medicine?
«I principali benefici che si ottengono sono sia di natura organica che di natura psicologica, che comunque contribuisce sicuramente alla risposta biologica dell’organismo. L’aspetto psicologico è importante Perché noi sappiamo che una buona relazione medico-paziente attiva in maniera significativa la risposta biologica dell’organismo, perché favorisce una cascata positiva di sostanze endocrine e di neuromediatori, che vanno anche a stimolare la risposta dei linfociti e delle cellule del sistema immunitario, le quali sono sensibili alla cascata dello stress, quindi a ormoni come il cortisolo, e possono favorire la produzione di serotonina o di ossitocina. L’altro aspetto è proprio quello diretto sull’organismo del paziente. Esistono numerosi studi che ne convalidano l’efficacia. Personalmente ho coordinato un lavoro di ricerca, il primo in omeopatia, dal 2008 al 2015, e ho al mio attivo anche alcune pubblicazioni per la cura della psoriasi, per la dermatite atopica, con prodotti in diluizione omeopatica. Questi studi sono stati effettuati con comitato etico, quindi hanno seguito un iter ufficiale. In alcuni casi la statistica è stata effettuata addirittura dall’Istituto Superiore di Sanità. Altri studi, per esempio, sono stati fatti sull’artrite reumatoide, sempre con comitato etico, nelle fasi di quiescenza, e studi di base sono stati effettuati anche sulle cellule tumorali, per esempio con l’Università di Torino».
I limiti?
«La medicina naturale integrata è una medicina che segue molto i ritmi biologici, ha bisogno di tempo d'azione, quindi uno dei limiti è sicuramente la richiesta di una risposta pronta. Quando l’organismo corre un pericolo imminente e abbiamo pochissimo tempo, ipotizziamo uno shock anafilattico, nel 2026 sarebbe folle pensare di non intervenire con sostanze di tipo chimico, come la tropina, o nel caso di angioedema la somministrazione degli specifici antistaminici e cortisonici. Si può supportare l’organismo anche con prodotti omeopatici, che quindi permettono una risposta migliore, più completa, permettono di ridurre le somministrazioni nel tempo della sostanza chimica, però sicuramente laddove la sicurezza del paziente, la sua sopravvivenza sono legate a una velocità d’azione, non si può pensare a una medicina non convenzionale. Altri limiti riguardano la gravità della patologia e la capacità del paziente di seguire correttamente le terapie, sia per impegno personale sia per costi economici, visto che molte di queste pratiche non sono coperte dal servizio sanitario nazionale. Alcune regioni, come la Toscana, le hanno integrate nel sistema pubblico, mentre altrove il paziente deve sostenere direttamente le spese».
Come sono regolamentate in Italia?
«L’Italia ha normato le medicine non convenzionali nel 2013, con circa dieci anni di ritardo rispetto all’Oms, che già nel 2003 aveva codificato le medicine tradizionali e complementari. Aveva infatti riconosciuto che in molti Paesi, come la Cina, l’India o il Brasile, queste pratiche facevano parte del sistema terapeutico ufficiale. L’accordo Stato-Regioni del 2013 ha stabilito il riconoscimento ufficiale di queste pratiche in Italia, riservandone l’utilizzo esclusivamente ai medici e definendo le linee guida per la formazione. Il percorso formativo prevede 400 ore di teoria, 100 ore di tirocinio supervisionato e 100 ore di studio individuale con approfondimenti scientifici, con elaborazione di una tesi finale. Questo percorso può durare tre anni tramite scuole private accreditate dalle regioni o due anni tramite master universitari. Il medico può iscriversi a registri gestiti dagli ordini dei medici, che verificano la formazione del professionista. Questi registri garantiscono ai cittadini che il medico possieda le competenze teoriche e pratiche necessarie per erogare in sicurezza le cure complementari e che sappia valutare caso per caso se la pratica può essere utile per la patologia del paziente».
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