L'intervista
17.03.2026 - 23:33
In una società sempre più convulsa, con criticità d’impatto sociale marcate e variegate, il ruolo degli educatori è sempre più centrale. Nostra preziosa interlocutrice è la dottoressa Marcella Ciapetti, con la quale affrontiamo le tematiche specifiche, non senza uno sguardo curioso al di là dello steccato.
A beneficio di noi profani, può definire compiutamente i compiti di un pedagogista?
«Il pedagogista si occupa in modo precipuo di educazione e formazione ed individua in sostanza le risorse a disposizione di un essere umano per affrontare le diverse criticità. Non si occupa solo di bambini, ma di ogni fascia di età, perché l’intervento educativo e formativo può interessare ogni individuo».
Ci può rimarcare le differenze con altre figure professionali, come ad esempio lo psicologo?
«Lo psicologo e lo psicoterapeuta hanno un campo d’indagine che va ad espandersi verso tutti i meccanismi in qualche modo connessi alle problematiche di cui noi ci occupiamo. Sovente infatti si lavora in cooperazione, è un viaggiare mano nella mano per aumentare potenzialmente ed in modo sostanziale le possibilità di riuscita».
La famiglia tradizionale non c’è più: i modelli comportamentali devono adeguarsi alla nuova struttura della società. Come in concreto?
«Dobbiamo prendere atto delle mutazioni avvenute in seno alla famiglia. C’è bisogno di un approccio differente, ma ritengo che se anche avessimo utilizzato correttamente quello tradizionale non ci troveremmo nella situazione attuale. Tra i fattori che hanno mandato in crisi il tradizionale assetto familiare c’è senza dubbio la iper-digitalizzazione per cui si rende necessaria la stabilizzazione emotiva di figure di riferimento che non sono più solo quelle genitoriali. Deve esserci consapevolezza di quanto un approccio possa avere ripercussioni sul nostro cervello».
Nell’intervenire su un soggetto al fine di rimuovere le difficoltà relazionali, quanta attenzione si deve dedicare alla “delicatezza” del messaggio?
«La delicatezza del messaggio è fondamentale in un mondo che va di corsa. Molto dipende dalla singola situazione, ma bisogna rispettare i tempi dell’altro, avendo quali concetti base il rispetto e la delicatezza. Mai avere fretta, perché un cambiamento profondo è lento e silente».
È d’accordo con la teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, che adatta l’educazione allo stato di sviluppo del bimbo?
«Certamente l’approccio deve rispettare i tempi evolutivi, ma dobbiamo tenere presenti i cambiamenti, perché ora c’è uno sviluppo molto precoce di bambine e bambini».
Veniamo ai grandi della storia del settore educativo. Chi buttiamo giù dalla torre, Maria Montessori o Jean Jacques Rousseau?
«In senso totalmente figurato Rousseau. Lui è stato un grandissimo, ma per Maria Montessori ho una sorta di venerazione».
Quando le difficoltà di inserimento e di apprendimento sono figlie di disagi familiari la battaglia è particolarmente difficile?
«Tante volte si fa fatica a far comprendere quali siano gli approcci funzionali e utili. La cooperazione della famiglia è perciò molto importante».
Non trova che nel mondo sia quasi scomparsa la gentilezza?
«Sì, purtroppo la gentilezza è qualcosa di così desueto che quando vedo una persona che ancora la coltiva in modo adeguato mi emoziono».
È più facile aiutare un adolescente o un adulto a rimuovere difficoltà di connessione con il tessuto sociale?
«Non c’è una tendenza in un senso o nell’altro, pertanto non si può dire se sia più facile con un adulto o con uno più giovane. Dipende sempre dal soggetto, non c’è una scala di difficoltà».
La violenza sta diventando tragicamente ordinaria, quasi fosse uno dei tanti normali ingredienti della normalità. Di chi è la colpa?
«Proprio in questi giorni ho letto il libro di Elisa Caponetti “Nodi oscuri”. Parlando della violenza l’autrice sottolinea come non sia cosa opportuna attribuirle una sola radice. Sono tanti i fattori che determinano un approccio violento. Sui social ci sono talvolta contenuti controproducenti. Poichè il 50% dei ragazzi si rivolge all’IA per avere un supporto, non trovando riferimenti nel contesto reale, ecco che i pericoli sono di tutta evidenza».
È una società più alfabetizzata ma paradossalmente c’è meno dialogo. Colpa della digitalizzazione e di una realtà virtuale che tende a soppiantare quella “tradizionale”?
«In buona percentuale sì, perché anche le figure di riferimento sono cadute in questa trappola del telefonino. Il disorientamento di un genitore si percepisce e crea incertezze e smarrimento in chi da lui cerca protezione e risposte».
Nel ’68 si contestavano posizioni egemoniche, c’erano i figli dei fiori, i beat e una canzone che invitava a mettere fiori nei cannoni. Oggi, a distanza di quasi 60 anni, ancora si fanno guerre. È più facile far la guerra che diffondere la pace?
«Le manifestazioni impulsive si lasciano respirare di più. È più facile lasciare andare un’emozione piuttosto che regolarla e a generare gli eccessi è sovente la mancanza di un meccanismo mirato a regolare l’emozione».
Ha mai momenti di sconforto, paura di non farcela o il sospetto di non aver fatto la cosa più giusta nel tentativo di aiutare un suo paziente?
«Sì, lo sconforto più grande è legato al fatto di rendersi conto che i meccanismi che sono dietro al sistema sono così compromessi da darti la sensazione di arrampicarti sugli specchi. All’inizio pensavo di poter salvare il mondo, ma ci sono delle limitazioni oggettive. Allora bisogna accettare l’idea di poter salvare il salvabile, forse il mondo è un po’ troppo».
Il ruolo della scuola può essere suppletivo anche se non sostitutivo sul piano educativo. Se prima bastava istruire, oggi probabilmente non basta più…
«Direi che la scuola da sempre è una delle agenzie educative più importanti. Proprio per questo non può più essere quella di 50 anni fa: i ragazzi richiedono una connessione e sintonizzazione emotiva con loro, purtroppo a volte non se ne tiene conto».
Usciamo dal suo lavoro. Qual è per lei l’hobby che rappresenta il più potente antistress?
«Ballare. Da più di sei anni ballo, danze latino americane in particolare. Ritengo che il ballo sia staordinariamente utile e peraltro abbia il potere di farti scoprire lati di te che non pensavi di conoscere, è in qualche modo catartico».
La vita somiglia sempre più a un palcoscenico. Tante maschere e pochi volti, come diceva Pirandello profeticamente?
«Ci va di mostrare solo una parte, ognuno sceglie un canale, una parte da condividere con gli altri; ma nel momento in cui si sceglie di mostrare una parte, anche quello che c’è dietro sovente si può comprendere».
La Ciapetti scrittrice, ovvero Quinto diario d’amore, Quel che resta sulla mia pelle, Cara mamma caro papà. Ci può parlare delle sue opere?
«Oltre a questi tre libri ho cooperato in altri due lavori, “La strage delle innocenti”, di Gian Ettore Gassani, che è il presidente dell’AMI (Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani) e “Online!, guida ai rischi del Web” dell’avvocato Luca Volpe, che verrà presentato alle 18,30 del 20 marzo presso la libreria Ubik di Frosinone. “Quinto diario d’amore” è nato dal ritrovamento di un quaderno di poesie di mio nonno paterno. Alcune sono poesie d’amore, altre esaltavano la patria. Così ho tratto spunto da cose scritte 80 anni prima per raccontare storie di vita attuali e devo dire che ha avuto un grandissimo successo».
Anche le altre due opere parlano di vita vissuta?
«Sì. “Quel che resta sulla mia pelle” è incentrato sul rapporto genitori figli. Sono storie di separazioni, di famiglie sgretolate, di disabilità. Peraltro si evidenzia anche un aspetto positivo dei social network, ve ne sono e va detto. C’è poi anche la vicenda di una truffa sentimentale, insomma è una raccolta variegata di situazioni in cui l’individuo deve trovare la forza di riemergere. “Cara mamma caro papà” l’ho invece scritto insieme a un’altra pedagogista, a una psicologa e a una psicoterapeuta durante la pandemia e anche questo comprende storie di vita molto belle e significative».
Ai tempi dell’adolescenza quale professione immaginava che avrebbe svolto?
«Ho sempre avuto una precisa inclinazione verso questo percorso. Una volta il professor Ruggero mi ha mostrato un mio tema di prima media e già da quel compito era evidente la mia predisposizione all’aiuto degli altri».
C’erano manifesti di attori, cantanti o sportivi nella sua cameretta?
«Gli Spandau Ballet, Madonna e Tom Cruise credo abbiano “adornato” pro tempore qualche parete della mia stanza».
Se fosse in suo potere eliminare uno dei problemi del mondo, su cosa ricadrebbe la scelta?
«Non ho alcun dubbio. Eliminerei ogni forma di violenza sui minori».
Se la fantasia è un vascello e la conoscenza un aereo, quale cosa o virtù può essere un’astronave?
«L’astronave è la gentilezza».
Platone nel suo “Simposio” dice che l’amore è il motore del mondo, ma l’amore passione può essere anche paradossalmente un pericolo per il mondo?
«Non esiste l’amore malato. Ciò che genera violenza, guerre e sopraffazione non è amore, ma un sentimento deteriore».
Le motivazioni sono uno stimolo ad agire per il meglio? Sono un valore positivo?
«La motivazione è un’ottima spinta, guai se non ci fosse. Tutto però va sempre fatto nel rispetto di se stesso e degli altri, senza sovraccaricare».
Quale brano le piace ascoltare quando ha bisogno di trovare serenità?
«Mi piace ascoltare Chopin, ma anche la “Bachata” mi rilassa e ritempra».
Il suo rapporto con il territorio: è nata a Roma ma è ciociara d’adozione?
«Mi sento ciociara. Mia madre era di Roma, ma io sono ciociara, perché ho sempre vissuto qui».
Chi è stato il più grande personaggio della storia?
«Comprendendo anche la mitologia il personaggio che più mi affascina è Ulisse».
L’emoziona più lo spazio infinito o un tramonto?
«Non ho dubbi, mille volte il tramonto».
Di che colore sono la coscienza, il mistero e la ragione?
«La coscienza è gialla, il mistero è blu notte, la ragione direi che è verde».
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