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Un indelebile ricordo

27 gennaio: il peso della memoria

Oggi si commemora l’Olocausto. Per chi c’è stato, per chi non c’è più.

27 gennaio: il peso della memoria

Perché oggi il ricordo potrebbe non bastare e risultare superfluo. Eppure, a distanza di 81 anni, è l'unica cosa che ci resta. Quel 27 gennaio del 1945 si è posto fine all'orrore. O sarebbe meglio scriverlo con la O maiuscola, di quel terribile evento che sconvolse il mondo. L'Olocausto. Le truppe sovietiche fecero irruzione nel campo di Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Dando respiro. Ridando vita a centinaia, migliaia di uomini, donne e bambini rinchiusi nella paura. Non si è trattato di un atto rivoluzionario, ma di un atto di libertà. Per permettere a quelle Persone, quelle Persone, di tornare a vivere. 

Certo non fu facile. Gettare nel dimenticatoio giorni di lavoro nel fango e al freddo. Una pala, che per il freddo bruciava. Ustionava. Lasciava segni indelebili sulla pelle. E non solo. Dimenticare è impossibile, vivere nella memoria è doveroso. Nella memoria di chi, per l'orrore, non c'è più. Quella di Auschwitz è forse la più significativa. Ma non è certo l'unica tragedia che si è consumata per mano nazista. E non solo ebrei: rom, omosessuali, prigionieri di guerra e disabili. Un nome che diventava un colore. O una stella sul petto. Un numero, quasi una matricola, per schedare chi entrava nell'inferno. L'identità che si sgretolava lentamente. I corpi magri, per un tozzo di pane che sotto i denti sarebbe stato Oro.

Ora vivere nel ricordo non costa nulla. E la giornata di oggi è solo stringersi nel silenzio e nella consapevolezza. È una giornata che va oltre il passato. Perché la memoria continua a vivere nei cuori di chi resta ed è l'unica forma di libertà. Ricordare: perché l’orrore ha avuto un nome. 

"Se questo è un uomo" 

"Se questo è un uomo". Scriveva così Primo Levi a metà degli anni 60. Un gesto, un grido quasi silenzioso. Forse senza nemmeno la forza per buttarlo fuori. Un messaggio per chi c'è stato. Per chi ci sarà. Per chi, purtroppo, non c'è più. 

"Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi".

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