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Processo Mollicone

«Mai litigato con Serena». Un altro colpo di scena

Marco Mottola rompe il silenzio e rilancia: «Sono e siamo innocenti»

«Mai litigato con Serena». Un altro colpo di scena

«Sono innocente e siamo innocenti, non ho mai fatto del male a Serena Mollicone e nemmeno i miei familiari. Non l’ho colpita o spinta né quella mattina né altri giorni. Non so e non sappiamo nulla di chi l’abbia colpita, legata col nastro e poi portata a Fontecupa. Ovviamente non l’ho vista quella mattina: quella mattina del primo giugno 2001 Serena Mollicone non è venuta da me in caserma». Si è aperta così, a sorpresa, la quarta udienza del processo d’appello bis per Serena Mollicone. Maglioncino, jeans e foglietto tra le mani, a prendere la parola (inaspettatamente) è stato Marco Mottola, imputato con il padre - l’ex maresciallo Franco - e la madre Anna Maria nell’appello bis: assolti sia in primo che in secondo grado, sono tornati in aula dopo la decisione della Cassazione, che aveva annullato la sentenza con rinvio. Nella terza udienza, prima di Natale, a sparigliare le carte era stato il padre Franco, che per primo aveva reso spontanee dichiarazioni dettagliando su orari, contestazioni e attività. Persino sul buco sulla porta che, per la Procura, resta l’arma del delitto. Ieri mattina Marco - presente in aula insieme al padre - che ha ribadito a conclusione delle dichiarazioni spontanee di volersi comunque sottoporre all’esame della Corte, è stato un fiume in piena. «Serena nella caserma nuova da me mai è venuta e mai l’ho vista. Non vedo perché dovesse venire da me, oltretutto era fidanzata da tempo con Michele Fioretti: con Serena mai ho avuto relazioni sentimentali o sessuali o flirt. E non ho mai litigato con lei» puntualizza.

Tuzi e gli avvistamenti

Sulla figura di Tuzi, il brigadiere che indicò la presenza di Serena in caserma, ha affermato: «Tuzi ha inventato una menzogna contro di me perché è stato preso alla sprovvista dal bluff del capitano Caprio, aveva sicuramente qualcosa da nascondere altrimenti non avrebbe mentito. Poi si è pentito e ha ritrattato, dichiarando di avere detto una menzogna. Poi ha ritrattato la ritrattazione e si è ucciso». Ricostruendo invece la mattina del primo giugno 2001, Marco ha affermato: «Quella mattina sono sceso tardi, sicuramente dopo le 11.40, mi ero sentito con Davide Bove. Quella mattina in caserma non è venuta a trovarmi nessuna persona e non esistono tracce telefoniche in tal senso» puntualizza. «Non sono uscito con la mia macchina o con quella di altri. Se fossi uscito, il piantone Tuzi mi avrebbe visto uscire e poi rientrare. Sicuramente - rilancia - non sono andato al bar Pioppetelle o Della Valle. E sicuramente non ho comprato Marlboro light, anche perché all’epoca fumavo le “rosse”. Non sono io il biondino mesciato descritto da Carmine Belli, del resto lo ha dichiarato anche lui». Quanto alle dichiarazioni fatte all’epoca all’ispettore Pizzo sulla sua presenza al bar con Laura Ricci, puntualizza: «Era solo un’ipotesi, ero confuso e volevo evitare problemi. Era il 2002, un anno dopo. A Laura telefonai solo per avvisarla di quello che avevo detto alla polizia, perché il padre sarebbe stato messo al corrente che stavamo insieme e secondo questo non gli avrebbe fatto piacere».

Movente e “arma”

Sui presunti depistaggi legati all’auto aggiunge: «Tutti i carabinieri sapevano che avevo una macchina bianca, mi vedevano entrare e uscire con quella. E poi, come facevo a sapere che cercavano uno con la macchina come la mia? Comunque mai me lo hanno chiesto ed erano a conoscenza che io l’avevo» continua. Per quanto riguarda il movente, che vedrebbe la lotta allo spaccio da parte di Serena come cuore della presunta lite tra i due, ha rilanciato: «Mai spacciato fumo, cocaina o eroina».
Sulla porta, ritenuta dalla Procura l’arma del delitto contro cui Serena viene scaraventata al culmine di una lite, dichiara: «Della porta della caserma rotta non ne sapevo nulla sino al 28 marzo 2008. Mio padre disse che l’aveva rotta lui con uno o due pugni dopo che aveva litigato con me per il fatto che gli avevo comunicato di non volere più andare a scuola - dettaglia ancora - Poi mi disse che, per non avere discussioni con mia madre, aveva scambiato la porta con quella di sotto. L’ipotesi che io abbia spinto o lanciato Serena contro la porta è sbagliata ed è ridicola sotto tutti gli aspetti, e questa ipotesi ci sta rovinando la vita dal 2015». «Prima, dal 2008, ce l’ha rovinata la menzogna di Santino Tuzi quando ha dichiarato di avere ricevuto una telefonata da una voce maschile per fare entrare Serena. Del resto se Serena doveva venire, bastava che mi citofonasse e io le avrei aperto, così sarebbe entrata dal cancello mio».

Gli altri testi

Ascoltati ieri anche i testi citati, tra cui Torriero, la donna - amica del brigadiere - che per ultima riuscì a parlare con Tuzi prima del suicidio. E Malnati, amico e compare di Tuzi. Poi ancora Gemma e lo zio di Serena, Dell’Oro.
Annarita Torriero ha confermato quanto detto in primo e secondo grado sull’assenza della ragazza nel giorno della scomparsa: «Il primo giugno non ho visto Serena in caserma» e «nemmeno Tuzi mi ha mai detto di aver visto Serena in caserma» ha affermato. «Qualche volta, una o due a settimana, andavo a trovare Tuzi in caserma, mi chiamava lui se gli serviva una ricarica telefonica, un panino o una bottiglia d’acqua - ha raccontato - Passando con la macchina quando andavo da Tuzi a volte incrociavo Serena sulla strada vicino al cancello con altri ragazzi», altre volte «la vedevo salire o scendere sulla strada. Non l’ho mai vista nell’edificio». Ascoltato anche Massimiliano Gemma, ex marito della donna: una deposizione costellata da tanti «non ricordo».
Poi a parlare è stato Marco Malnati, amico e compare di Tuzi. «Cinque o sei mesi prima di morire Santino mi disse di aver visto Serena entrare, ma non uscire dalla caserma dei carabinieri di Arce il primo giugno del 2001» ha detto Malnati, una circostanza che non aveva rivelato in primo grado ma solo nel primo processo d’appello, quando aveva spiegato il motivo della sua ritrosia, dicendo di avere avuto paura ma non parlando mai di minacce. «Avevo paura per la mia famiglia ma i figli ormai sono maggiorenni e poi non ci si può tenere tutto dentro» ha ribadito. In tarda serata a essere ascoltato è stato lo zio di Serena, Mario Dell’Oro, marito della sorella di papà Guglielmo, Armida, giunto ad Arce dopo il rinvenimento del cadavere. Lo zio, come già negli altri processi, ha parlato del telefono di Serena “riapparso” dopo la veglia nel comò. E del prelevamento di papà Guglielmo dai funerali. Un’udienza fiume terminata poco prima delle 21. Si torna in aula il prossimo 18 febbraio.

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