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Parola all'esperto

Influenza stagionale e polmoniti: cosa c'è da sapere

Le cause, i rischi e le strategie di prevenzione. A tu per tu con il medico di base Giancarlo Michetti

Influenza stagionale e polmoniti: cosa c'è da sapere

In questo periodo si parla molto di un aumento dei casi di polmonite in concomitanza con l’influenza stagionale. Tra dati parziali, allarmi e confronti con il passato recente, la percezione è spesso confusa. Abbiamo chiesto al medico di medicina generale Giancarlo Michetti di aiutarci a fare chiarezza, partendo dall’esperienza sul campo e da ciò che si osserva quotidianamente negli ambulatori.

Dottor Michetti, c’è davvero un aumento dei casi di polmonite legati all’influenza?

«C’è molta confusione, in realtà. La polmonite c’è ogni anno. In ogni stagione influenzale osserviamo una recrudescenza, perché la polmonite è una complicanza frequente dell’influenza. È chiaro che questo è il periodo in cui la vediamo di più. In questo momento sembrerebbe esserci un aumento statisticamente significativo, ma i dati definitivi ancora non li abbiamo. Al momento possiamo dire che l’impressione è quella di un incremento, ma bisogna aspettare numeri consolidati».

Da cosa può dipendere questo aumento?

«È difficile dirlo con certezza. A mio parere ci possono essere più fattori. Il primo è senz’altro l’elevato numero di influenzati: più aumenta la frequenza dell’influenza, più è facile osservare complicanze. Un altro fattore è la presenza di virus particolarmente virulenti, cioè ceppi che aggrediscono maggiormente l’albero respiratorio e danno più facilmente complicanze importanti. C’è poi un’altra valutazione: ci troviamo in una fase post Covid-19, in cui moltissime persone hanno già avuto contatti con virus importanti e hanno riportato problemi respiratori. Chi ha avuto polmoniti, broncopolmoniti o comunque infezioni respiratorie significative ha una base più fragile e può essere più soggetto a nuove complicanze».

Che tipo di conseguenze respiratorie osservate oggi?

«Dopo il Covid abbiamo visto un’infinità di problematiche respiratorie. Spessissimo, quando facciamo spirometrie, radiografie o tac toraciche, troviamo esiti cicatriziali o disturbi dell’elasticità polmonare. Questo, nel momento in cui si viene a contatto con virus respiratori aggressivi, può fare la differenza rispetto al passato. Detto questo, i fattori principali restano la frequenza elevata dei contagi e la maggiore aggressività di alcuni virus influenzali».

In che fase siamo dell’influenza stagionale?

«Secondo me siamo al picco, o comunque molto vicini. Probabilmente questa settimana i numeri iniziano leggermente a scendere, ma è presto per dirlo con certezza. Se non siamo al picco, lo abbiamo superato da pochissimo».

Nella sua esperienza ci sono state più complicanze rispetto agli altri anni?

«Siamo più o meno in linea. Numericamente forse abbiamo qualche caso in più, ma la vaccinazione influenzale, che facciamo in modo abbastanza esteso nella popolazione anziana e fragile, ha tenuto. Tuttavia, è chiaro che dal punto di vista dell’impegno richiesto la situazione cambia poco: anche in assenza di quadri clinici particolarmente severi o di criticità sociali rilevanti, il carico di lavoro rimane comunque significativo. Questo perché il numero totale e complessivo dei casi è ancora molto elevato. Dunque, anche se non ritengo che ci troviamo su livelli eccezionali rispetto a quanto già visto in passato, resta comunque un periodo complesso».

Come si gestisce un carico così elevato di pazienti?

«In questo periodo la medicina di base, per questo tipo di patologie, si trova in prima linea ed è quindi evidente che siamo noi a sostenere il carico maggiore. Detto questo, è altrettanto chiaro che, confrontandosi con i colleghi ospedalieri e con i pronto soccorso, anche lì la situazione appare molto critica. Molte persone, infatti, si rivolgono a queste strutture in modo talvolta improprio, oppure vi arrivano e si intrecciano con altre patologie, creando ulteriori criticità. Rispetto alla mia disciplina, comunque, tra l’assistenza domiciliare ai pazienti più a rischio e la gestione dei pazienti ambulatoriali, siamo probabilmente noi a sostenere il peso maggiore dell’assistenza complessiva in questa fase».

Per evitare l’ospedalizzazione, quando bisogna rivolgersi al medico?

«Io non sono favorevole ad aspettare 5, 7 giorni. Le banalità come raffreddore, febbricola, dolori o cefalea si possono gestire nei primi due o tre giorni. Ma se la sintomatologia diventa importante bisogna avvisare subito il medico. Non bisogna sovraccaricare il pronto soccorso senza una valutazione di base. Se compaiono febbre alta, tosse insistente o difficoltà respiratorie, non bisogna indugiare perché il passaggio da una tracheite virale a una polmonite può essere rapido, per cui una visita è necessaria».

Cosa si può fare per prevenire l’influenza e le complicanze?

«La vaccinazione resta la prevenzione principale, soprattutto per la popolazione fragile. Poi ci sono le regole che dopo il Covid abbiamo un po’ dimenticato. Quando ci si soffia il naso è fondamentale pulire accuratamente le mani. Se si frequentano luoghi molto affollati e si sa di essere a rischio, non bisogna avere alcuna vergogna a indossare una semplice mascherina chirurgica: costa pochi centesimi ed è già sufficiente per ridurre il rischio di contrarre il virus influenzale. Questo non vale per il Covid-19, per la dimensione del virus, ma per l’influenza sì. Una mascherina chirurgica, quindi, può essere utile, così come avere sempre con sé un po’ di disinfettante per le mani. È importante evitare, per quanto possibile, i luoghi molto affollati e curare l’alimentazione, privilegiando cibi sani come frutta e verdura, ricchi di vitamine. Se necessario si possono assumere anche antiossidanti. Andrebbero invece evitati alcolici e superalcolici, che indeboliscono le mucose e possono facilitare l’ingresso delle infezioni virali. Direi che, nel complesso, queste semplici regole sono già sufficienti. Le norme anti-Covid applicate in modo rigido forse non sono più necessarie, ma ripensare almeno alle regole di igiene personale e di corretto contatto con gli altri, soprattutto in questo periodo, non è affatto sbagliato».

Il freddo incide davvero?

«Il virus circola di più con il freddo, ma il problema non è tanto stare al freddo quanto gli sbalzi di temperatura e l’inalazione di aria fredda. Ancora più importante è la condivisione di spazi chiusi e affollati senza ricambio d’aria. Non è la corrente d’aria a creare il problema, ma il ristagno delle forme virali all’interno di ambienti piccoli e chiusi. Faccio un esempio: se si sta in una classe scolastica con venticinque ragazzi, è chiaro che se dopo quattro ore ci sono stati dieci starnuti o quindici colpi di tosse e non c'è ricambio d’aria, ci sarà una concentrazione virale elevatissima. Il problema quindi non è il freddo dell’aria in sé, ma il fatto di rimanere a lungo in spazi ristretti senza aerazione e senza il rispetto delle corrette norme di contatto. Questo è l’aspetto più importante nella diffusione del contagio. Il freddo, invece, se si è coperti adeguatamente, non rappresenta un rischio».

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