Il green pass continua a far discutere. Da una parte chi ha accolto di buon grado l'iniziativa governativa, che ha dato un forte impulso alla vaccinazione tra quelle fasce d'età ancora restie, dall'altra quanti ancora si oppongono e temono pesanti ricadute economiche per quelle attività per le quali è richiesta la certificazione verde.

L'informazione in questi ultimi giorni non era stata chiarissima e l'intervento del ministro Luciana Lamorgese non aveva certo aiutato. Una circolare interpretativa dello stesso ministero dell'Interno, firmata dal capo di gabinetto del ministro Bruno Frattasi dissipa ogni dubbio. A far chiarezza, peraltro, era intervenuto anche il Garante della privacy.

Il ministero dell'Interno individua due fasi distinte. «La prima - si legge nella circolare - consiste nella verifica del possesso della certificazione verde da parte dei soggetti che intendano accedere alle attività per le quali essa è prescritta». Tale verifica è configurata «come un vero e proprio obbligo a carico dei soggetti ad essa deputati», indicati dal Dpcm del 17 giugno 2021 ovvero: i pubblici ufficiali; il personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, iscritto nell'elenco di cui alla legge 15 luglio 2009, n. 94; i titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l'accesso ai quali è prescritto il possesso della certificazione verde; il proprietario o il legittimo detentore di luoghi o locali presso i quali si svolgono eventi e attività per partecipare ai quali è prescritto il certificato verde; i vettori aerei, marittimi e terrestri; i gestori delle strutture che erogano prestazioni sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali per l'accesso alle quali, in qualità di visitatori, sia prescritto il possesso di certificazione verde.

La seconda fase, invece, «consiste nella dimostrazione» dell'intestatario del green pass «della propria identità personale, mediante l'esibizione di un documento d'identità». Secondo il ministero «si tratta di un'ulteriore verifica che ha lo scopo di contrastare casi di abuso o di elusione delle disposizioni». Il ministero ricorda che i «soggetti investiti di tale verifica in primo luogo» sono «i pubblici ufficiali» poi il personale addetto ai controlli nei luoghi di intrattenimento e di spettacoli aperti al pubblico «iscritto in apposito elenco tenuto dalle prefetture».

La circolare ribadisce che la verifica ha «natura discrezionale ed è rivolta a garantire il legittimo possesso della certificazione» per cui l'avventore è tenuto a esibire il «documento d'identità, ancorché il verificatore richiedente non rientri nella categoria dei pubblici ufficiali».
La sanzione in caso di mancata corrispondenza tra possessore del green pass e intestatario è a carico del solo avventore, «laddove non siano riscontrabili palesi responsabilità anche a carico dell'esercente». Va da sè che possono considerarsi abilitati alle verifiche anche gli steward usati in occasione delle gare sportive i quali - precisa il dicastero - potranno essere impiegati anche in contesti diversi dal calcio.

Frattasi, infine, evidenzia che il green pass è «uno strumento di salvaguardia e di tutela della salute pubblica» per scongiurare misure più restrittive. Da qui «la necessità che venga posta la massima attenzione nelle attività di verifica, facendone oggetto di apposita programmazione in sede di comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, nonché nelle discendenti pianificazioni di carattere operativo a cura dei questori».
Il Garante della privacy, peraltro, aveva affermato che dalla disciplina discendono «anche gli obblighi di verifica del titolare» della certificazione verde. Precisando poi che tra le garanzie previste dal decreto c'è «l'esclusione della raccolta, da parte dei soggetti verificatori, dei dati dell'intestatario della certificazione, in qualunque forma».

Solo entro questi termini è consentito il trattamento dei dati personali degli avventori consistente nella verifica dell'identità «mediante richiesta di esibizione di un documento di identità». E dunque spiega l'avvocato Matteo Maria Perlini, delegato provinciale di Federprivacy, che «i titolari degli esercizi commerciali, i gestori di bar e ristoranti, sono, allo stato, legittimati solamente a chiedere ai clienti l'esibizione di un documento d'identità senza fare una fotocopia dello stesso», tuttavia «la richiesta non è obbligatoria, ma può essere effettuata in caso di dubbio sull'identità dell'avventore». Per Perlini «è importante precisare che i dati personali non possono essere ovviamente nemmeno copiati manualmente su un qualunque supporto cartaceo, come un registro».