Una valanga di non ricordo. Contestazioni incalzanti da parte del pm Siravo, che in alcuni momenti sono state accompagnate anche da qualche tensione, con un pool difensivo più agguerrito che mai.

Simonetta Bianchi, dipendente all'epoca dei fatti del bar davanti al quale fu descritta la presenza di una ragazza che venne indicata come Serena Mollicone, è stata messa sotto torchio per quasi quattro ore.
Contestazioni e domande, altre contestazioni.

La ragazza era Serena? Erano due o una? Di mattina o di pomeriggio? «Ora non ricordo» continua. «Ricorda pure i dettagli del jeans con le perline della ragazza che acquistò le sigarette ma non altro?» ribatte il pubblico ministero. Nessun ricordo del confronto con il maresciallo Mottola.

«Ho una grossa confusione. Che ci fosse una ragazza simile a Serena l'ho saputo dopo. Forse al bar» continua. «Se all'epoca dissi che la ragazza era formosetta, dalle foto viste dopo, non poteva essere Serena. Come deduzione. Ho sempre detto la verità.
Non ho alcun motivo per dire bugie».

Ma il pm incalza. Il presidente della Corte d'assise, il dottor Massimo Capurso, interviene: «Possibile che per un fatto così importante abbia rimosso tutto?». «Ho solo una grande confusione. Mi hanno chiamata così tante volte. E poi per me non è stato un bel periodo» prosegue le teste, ricordando il trauma legato alla morte del padre. Anche sul riconoscimento della foto dei funerali di Serena, con i ragazzi accanto alla bara bianca, la risposta è la stessa come pure per il confronto con Marco Mottola in procura.

«La teste temeva forse che se avesse riconosciuto Marco, il padre (allora maresciallo) l'avrebbe denunciata per calunnia? Ricorda se e chi glielo disse? prosegue la pubblica accusa Possibile, come dissero allora delle voci, che sia stato il brigadiere Tuzi?».
«No, non ricordo prosegue l'ex barista e il figlio di Mottola non l'ho riconosciuto».

Le difese degli imputati i Mottola, Quatrale e Suprano vanno all'attacco. Gli avvocati Germani, Marsella e Di Giuseppe continuano a fare domande.
Anche l'avvocato di parte civile Salera, per Consuelo (sorella di Serena), chiede dei presunti condizionamenti legati al processo successivo alla morte del padre, deceduto in un incidente.

«No, risponde». «Quanto dichiarato all'epoca era la verità precisa Oggi non ricordo». Poi il pm annuncia: «Chiedo che vengano acquisiti i verbali in cui emerge che il test sia stato suggestionato o intimidito, anche implicitamente» prosegue la dottoressa Siravo, che fa riferimento all'acquisizione delle sommarie informazioni della Bianchi relative al periodo 2001-2002 ai sensi dell'articolo 500 C.p.p. comma 4.

Dopo quasi quattro ore, un break: è proprio il maresciallo Mottola a rispondere ai giornalisti.
«Non sapevo neppure del processo per la morte del padre. Lo sto apprendendo ora. Come avrei mai potuto condizionare qualcuno?».

Lo zio: il cellulare e i depistaggi
Il secondo testimone chiamato a deporre è un'amica e compagna di scuola di Serena che racconta del loro rapporto, della passione di Serena per la musica, dell'amore immenso per gli animali, delle domeniche passate insieme, delle comitive allargate e di qualche spinello che girava. Ma a catalizzare l'attenzione nella seconda parte del processo è stato lo zio di Serena, Dell'Oro, marito della sorella Armida di papà Guglielmo, giunto ad Arce dopo il rinvenimento del cadavere.
«Abbiamo guardato in tutti i cassetti del comò. Cercavamo orecchini, orologio e cellulare.
Non c'era nulla. Il mattino dopo Guglielmo mi mostra il telefono: lo aveva trovato nel cassetto. Il primo.
Non c'era prima, ne sono sicuro» afferma lo zio.

«L'ho messo in una busta di plastica e l'ho consegnato in caserma. I funerali ci sarebbero stati nel pomeriggio». Ma sul cellulare "riapparso" non sono state trovate impronte. È proprio lo zio che viene mandato in chiesa per prelevare Guglielmo durante i funerali: «Tre ore in caserma l'hanno tenuto, non capisco perché né il motivo per cui mi hanno fatto fare poi una perquisizione, davanti al maresciallo e ad altri carabinieri, a cercare nei cassetti» continua lo zio.
«Ho pensato a lungo anche a un'altra cosa: ho fatto una grande stupidata. Ho lasciato la porta aperta (c'era un problema con le chiavi) e i cani rinchiusi: se non l'avessi fatto forse chiunque fosse entrato dopo sarebbe stato azzannato. C'è sempre stato un depistaggio» sottolinea.

«L'ordine di prelevare Guglielmo chi glielo diede?» chiede il pm. «Il maresciallo Mottola» risponde lo zio.
E la difesa di Armida, l'avvocato Nardoni, chiede l'acquisizione delle relazione del capitano Trombetti e degli allora procuratori. Trombetti nella precedente deposizione ha detto di non ricordare chi gli avesse impartito l'ordine, ma di averlo ricevuto dagli inquirenti.
Izzo in più di un'intervista dichiarò di non aver mai impartito un ordine simile. Richiesta rigettata. Si torna in aula venerdì.