L'analisi
05.04.2020 - 13:05
resi da ansie più "vicine" alle ormai claustrofobiche mura domestiche, è legittimamente sfuggito a molti, nel macabro conteggio delle vittime del covid-19, un momento dall'alto valore simbolico. Quello in cui, negli Stati Uniti, attualmente il primo cluster mondiale per concentrazione di malati di coronavirus, il numero dei decessi causati da questa polmonite virale che viene da Oriente ha superato (e di diverse centinaia) quota 2.974. Non è una cifra come le altre. Rappresenta quella delle vittime dell'11 settembre, l'evento più scioccante della storia recente, quello che ha scatenato una serie di guerre in Medio Oriente e fatto conoscere al mondo l'incubo del terrorismo islamico. Eppure, sebbene abbia stravolto l'esistenza di milioni di persone, e abbia contribuito a cambiare le abitudini di tutti (basti pensare ai liquidi che bisogna gettare nei controlli in aeroporto), in realtà quel dramma molti paesi non l'hanno vissuto direttamente.
La pandemia, invece, è un inesorabile livellatore sociale. Miliardi di persone in tutto il mondo, nello stesso momento, stanno vivendo, ognuno a modo suo, medesime sensazioni, medesime limitazioni, medesimi timori, medesimi distacchi. Può essere definito, a ragione, un cigno nero della storia. E ancor più a ragione il momento più drammatico che, come specie, stiamo vivendo dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Da seria e imprevedibile emergenza sanitaria, la diffusione del coronavirus si sta trasformando in una, consequenziale, catastrofe economica. E man mano che passano le ore diventerà, specie in Occidente e specie in Italia, anche un'emergenza sociale. In che senso? Negli stati liberali i singoli individui hanno sviluppato nel corso del tempo un feticismo esagerato per le "comfort zone", quelle realtà quotidiane fatte di abitudini, routine, svaghi e piccoli obiettivi che spesso rappresentano tutto il nostro mondo. Ognuno provvede a crearsene una. I problemi, i drammi, le tragedie epocali tendono a restarne fuori, e tutto ciò che ne rimane all'esterno viene vissuto con un certo distacco. L'italiano nello specifico, che per fortuna non è stato violato nella sua quotidianità nemmeno dai terroristi islamici, si trova così per la prima volta dopo decenni a vivere un qualcosa capace di minacciare la propria comfort zone.
Prima d'ora l'aveva visto solo nei film. Adesso invece il pericolo se lo ritrova dentro casa. E si sente impotente. Indifeso. Qualcosa di simile lo si è vissuto con i terremoti, che pure però colpiscono una zona per volta del paese. Zona che infatti, come insegna Amatrice, viene progressivamente dimenticata. Stavolta invece l'insicurezza è totale. La comfort zone, di punto in bianco, non esiste più per nessuno. Il trauma, così, si amplifica. Non solo diventa complicato gestirne gli effetti. Ma pure le conseguenze. Senza far torto alle centinaia di migliaia di persone che a vario titolo stanno combattendo in prima linea questa battaglia epocale ogni giorno, diventa legittimo pensare che la vera sfida che il coronavirus ci sta lanciando è quella che inizierà, paradossalmente, quando sarà scomparso. E in vista di quel "quando", bisogna fin da subito cominciare a chiedersi "come" ripartire.
Nel dibattito che si sta scatenando in queste ore si sentono scienziati, intellettuali e finanche ministri ripetere: «Ci sarà una riapertura graduale del paese, ma l'Italia non sarà più quella di prima». La congiunzione avversativa in questo senso sta a significare che il cambiamento che avremo di fronte non sarà granché positivo. Si tratta di un messaggio devastante, che rischia di fare più danni dell'epidemia in sé, e man mano che i giorni passano, nella strettoia della quarantena sarà sempre più facile accettare questa "sentenza" e sempre più difficile riuscire anche solo a desiderare di tornare alla vita "normale". Ma se la prudenza è d'obbligo lo dovrebbe essere anche la voglia di reagire ai traumi infondendo speranza. Un compito che, ovviamente, tocca alla politica.
In Italia ci sono milioni di giovani, studenti, professionisti, imprenditori, coppie, famiglie che hanno messo in stand-by la loro vita fatta di obiettivi, preoccupazioni e percorsi a ostacoli. A tutti loro si sta chiedendo di fare dei sacrifici imponenti che potrebbero costare carissimo. Per il bene della comunità nazionale, certamente. Ma in cambio, anziché paura e sconforto, dovrebbero ricevere speranza. Dovrebbero avere la sensazione che chi li governa, chi li rappresenta, chi decide per loro, nonostante le oggettive incognite, sappia cosa sta facendo e sappia come lavorare per creare un domani in cui potranno tornare a proseguire la vita che hanno messo in soffitta, non quella che dovranno ricominciare da zero con tanto di privazioni della libertà individuale, di distanziamento sociale e di diffidenza nei confronti del prossimo. Se qualcuno spera di poter celare delle inadeguatezze amministrative creando una sorta di "Stato-genitore" disposto a qualsiasi tipo di prudenza e coercizione sine die pur di "tutelare la salute dei cittadini" allora sembra evidente che questo qualcuno non possa adempiere al ruolo di politico.
Senza visione, programmazione e soprattutto capacità di rimuovere la paura, lo Stato non è Stato. La Politica non è Politica. Politica vuol dire coraggio, vuol dire trovare un modo per rilanciare una comunità in meglio nonostante le minacce, che da sempre e per sempre destabilizzeranno in qualche modo l'ordine costituito. Se dovesse vincere la paura, quand'anche il virus scomparisse nel nulla, come sarebbe possibile convincere le persone a tornare in tranquillità ad assistere a eventi sportivi, concerti, fiere, a visitare musei, ad affollare spiagge? Qui non c'è in ballo solo lo stile di vita dei singoli. Ma di pari passo con questo anche la tenuta di interi settori economici.
Ecco, una società civile ed evoluta non può accettare che l'emergenza diventi la normalità.
Non può accettare che i suoi cittadini passino mesi chiusi dentro a cercare di immaginare il proprio destino consultando i bollettini giornalieri, e soprattutto non può accettare che, una volta usciti di casa, questi abbiano voglia di rientrarci al primo raffreddore autunnale pur di avere la sensazione di stare al sicuro. In caso contrario, la politica avrà abdicato definitivamente al suo compito. Che non è amministrare il benessere e cedere alla comunità scientifica la gestione delle pandemie, ai manager di banche d'affari il controllo delle crisi economiche, ai militari la condotta delle operazioni belliche etc. È fare da ponte tra il mondo della tecnica e quello reale in ogni situazione. Nel caso specifico, è chiaro a tutti che un epidemiologo non potrà mai consigliare a un politico di rimuovere le restrizioni se il livello di contagio non diventa minimo o nullo. È il suo lavoro. Ma il politico, d'altro canto, ha il dovere di tenerne conto pur escogitando delle strategie di convivenza con il virus e consentire alla comunità di continuare ad esistere.
Il popolo italiano, nel modo più drammatico e traumatico possibile, ha ormai acquisito la consapevolezza di non essere intoccabile. I drammi esistono. Esistono le guerre. Esistono le crisi economiche. Esistono (anche se sono molto rare) le pandemie. Grazie a questo bagaglio dovrebbe aver compreso l'importanza di avere politici di spessore, formati, preparati e coraggiosi, dopo trent'anni di delegittimazione della politica post-Tangentopoli. Da domani potrà tornare a considerare suo diritto, ma anche suo dovere e suo interesse diretto, partecipare alla vita politica del paese e imparare, o almeno reimparare, a scegliere la classe dirigente del futuro ritenendola o non ritenendola all'altezza di sfide come questa. Dalla classe dirigente del presente, nel frattempo, può pretendere chiarezza, spiegazioni e spirito d'iniziativa. Qualcosa di ben diverso rispetto alla totale rassegnazione.
L'Italia è ferma ormai da un mese, e lo sarà ancora per diverse settimane.
E nessuno fino ad ora ha spiegato come immagina il futuro. Nessuno ha avanzato proposte concrete per gestire la probabile contrazione di almeno 10 punti percentuali di PIL (secondo le prime stime, sarebbe il dato più negativo dal 1945). Nessuno ha difeso l'importanza, presente e futura, dell'iniziativa privata, dell'agricoltura, delle Piccole e Medie Imprese, dei liberi professionisti che invece sono costretti ad accalcarsi sul sito dell'Inps per richiedere 600 euro di aiuti una tantum, quando le loro perdite saranno molto più ingenti e spalmate nel corso dei mesi. Nessuno ha spiegato in modo chiaro a che punto siano le sperimentazioni di farmaci per il contrasto al covid-19 o l'introduzione di test sierologici (negli Stati Uniti già 17 aziende sono pronte a metterli in commercio presso laboratori e ambulatori) per sapere se una persona è immunizzata al virus magari dopo aver superato un'infezione asintomatica.
La discussione su quale sarà il giorno esatto della riapertura, insomma, al momento è del tutto superflua, perché finché saremo costretti a rincorrere il virus la nostra vita sarà diversa, e la nostra sfida non la vinceremo mai.
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