Intervista esclusiva
15.05.2020 - 12:00
L'ex Ministro dell'Economia, Giovanni Tria
Il messaggio è forte e chiaro: «Inutile pensare a quello che si doveva fare. Bisogna guardare avanti ed evitare di commettere altri errori. E soprattutto è essenziale concentrarsi sull'economia». Firmato Giovanni Tria: economista, accademico di livello assoluto e ministro dell'economia e delle finanze dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019. Lo abbiamo intervistato all'indomani del Decreto Rilancio adottato dal Governo per favorire la ripresa dell'Italia nella Fase 2. Il ragionamento di Giovanni Tria è il seguente: è necessario un Piano per salvare le imprese, che passi attraverso meccanismi di alimentazione del prodotto interno lordo.
Lo Stato dovrebbe impegnarsi a dare finanziamenti alle imprese che hanno perso gran parte dei loro ricavi a causa della pandemia. Con l'obiettivo di permettere alle aziende di continuare a pagare gli stipendi ai dipendenti, gli affitti, le bollette e le fatture. In parole semplici: convogliare decine di miliardi attraverso le imprese affinché il sistema produttivo rimanga in piedi in attesa di ripartire dopo la pandemia. Non misure assistenziali quindi, ma "investimenti" di lungo periodo.
Un Decreto troppo onnicomprensivo per essere mirato?
«Forse sì. L'obiettivo doveva essere quello di intervenire sull'emergenza creata dalla pandemia su una parte delle imprese e sulla popolazione, che stanno pagando per tutti. Ci si aspettava interventi forti a favore delle imprese per compensare i mancati ricavi. Perché poi le aziende devono continuare a pagare bollette, affitti, lavoratori. Invece si è scelta la strada dello spezzettamento della compensazione: un poco per gli affitti, un poco per le bollette, qualche rinvio, una parte limitata per i mancati ricavi. Tutti questo alla fine crea solo burocrazia e procedure. Ci sono provvedimenti che c'entrano poco con l'emergenza e con la fase della riapertura. Provvedimenti che avranno un peso sui bilanci dei prossimi anni. Inoltre, è vero: così tanti articoli produrranno tantissimi emendamenti e questo vuol dire che si arriverà a luglio per la conversione in legge. Mentre invece l'Italia ha bisogno di tempi rapidi.
Si dovevano compensare immediatamente i ricavi persi dalle imprese. Tutto il resto, mi riferisco alle alternative (dalla cassa integrazione agli affitti congelati) comporta solo norme, domande e un enorme apparato di burocrazia».
Troppo assistenzialismo e poco rilancio?
«Bisogna stare attenti a parlare di assistenzialismo.
Certo ci sono misure assistenziali, finalizzate però a sostenere le imprese e a tutelare il sistema produttivo.
Per il rilancio servono investimenti pubblici, ma il problema è anche un altro: la capacità di spesa. L'Italia cade spesso quando si deve confrontare con la capacità di spesa».
Nei giorni scorsi Moody's ha rimandato la classificazione del debito italiano.
Cosa che agli osservatori è apparsa come una specie di tregua. Lei cosa ne pensa?
«Penso che in una situazione come questa ha poco senso parlare di rating. Credo che in questo momento i Paesi siano chiamati a fare debito. Il punto vero è quello che si farà dopo per la gestione di tale debito. Voglio dire: non c'è una grande differenza se un Paese ha un rapporto deficit-Pil del 160% piuttosto che del 135%. Il nodo è la sostenibilità. La questione centrale è una sola: se e come far riprendere la crescita».
Uno dei modi per immettere liquidità nel mercato potrebbe essere quello, semplicissimo, del pagamento dei debiti dello Stato verso le aziende? Come mai non se ne parla?
«Il tema dei pagamenti dei debiti alle aziende è caratterizzato da molti fattori. A cominciare da quello che molti di questi debiti scontano i ritardi nei controlli del credito di una parte delle imprese. Non bisogna perdere di vista il punto centrale: bisogna intervenire sull'emergenza di un sistema produttivo bloccato dal contagio. Ed è fondamentale sostenere i settori più colpiti. Non siamo in presenza di una crisi economica classica e generale. Non dobbiamo immettere liquidità sul mercato in maniera generica. Servono interventi importanti per garantire una liquidità mirata alle imprese che sono state colpite da questa situazione. Le aziende hanno bisogno di soldi veri per ripartire».
Lei come lo avrebbe scritto il Decreto Rilancio?
«La premessa è che parlare da fuori è sempre più semplice. L'ho detto all'inizio: mi sarei concentrato prioritariamente sulla necessità di compensare le imprese dei mancati ricavi che hanno sopportato e dovranno continuare a sopportare per via di questa pandemia. E del blocco che ne è scaturito a causa dell'adozione delle misure per il contenimento del contagio. Anche per una questione di equità. Il concetto è che bisognerebbe utilizzare le imprese come canale di distribuzione dei redditi. Dicendo agli imprenditori: impegnatevi a non licenziare, a pagare salari, bollette e affitti e in cambio lo Stato vi compenserà dei mancati ricavi. Semplice, utile, necessario, equo. Invece il Governo ha scelto un'altra strada: correre al riparo su singoli punti. Un poco sugli affitti, un poco attraverso la cassa integrazione e pochissimo sul fatturato. Il corto circuito è questo perché determina più burocrazia. Non scordiamolo. Invece le imprese dovevano rappresentare un meccanismo di distribuzione dei redditi ai dipendenti, per non chiudere un circuito dell'economia difficilmente riattivabile dopo due mesi di lockdown e con un altro lungo periodo di incertezza davanti a noi».
Ma non si poteva pensare anche ad un "poderoso" piano di opere pubbliche? Magari sul modello del ponte Morandi?
«Questo è il punto centrale. Ampliato pure a come si andranno a spendere le risorse, anche quelle messe a disposizione dall'Europa. Perché quelle risorse non saranno dei regali. Prendiamo il Mes: è una linea di credito sulla sanità. Ma serviranno progetti e capacità di spesa. Proseguiamo con i fondi della Banca europea per gli investimenti: anche in questo caso serviranno progetti e capacità di spesa. Stesso discorso per i finanziamenti del Recovery Fund. Diciamoci la verità: il problema non è se saranno prestiti o risorse a fondo perduto. Il problema è che il nostro Paese non detiene certo il record per l'utilizzo dei fondi strutturali. Non riusciamo a spendere, questa è la realtà. Per quanto riguarda il modello ponte Morandi, è un caso a parte.
Il ragionamento è il seguente: se tutto quello che funziona, funziona perché è in deroga, allora bisogna cambiare le normative di base».
Si riferisce al codice degli appalti?
«Esattamente. Bisogna cambiare profondamente il codice degli appalti e tornare ad investire sulla Pubblica Amministrazione. Allora, per un investimento pubblico, per un'opera pubblica è necessario fare gli appalti. Ma per arrivare alla fase di gestione dell'appalto è fondamentale l'ele mento della progettazione. Bisogna avere il coraggio di dire che in questi anni è stato distrutto il patrimonio di competenze tecniche e di progettualità della Pubblica Amministrazione. E se non saremo in grado di ripristinare quel tipo di patrimonio, non andremo da nessuno parte. Senza la capacità tecnica e le competenze della Pubblica Amministrazionenon si riparte».
Da diverse parti si ritiene che questo Governo non abbia la forza e l'autorevolezza per presentarsi in Europa con un Piano convinto e convincente per la ripresa. Molti evocano un Governo di unità nazionale. Guidato dall'ex presidente della Bce Mario Draghi. Lei cosa ne pensa?
«Sinceramente non ho gli elementi per potermi sbilanciare su uno scenario del genere. Intanto però bisognerebbe intendersi sull'esigenza di un Governo di unità nazionale. Cosa significa? Che magari viene sostenuto da sette partiti che litigano come e più di quattro? Certamente nomie livelli istituzionali possono fare la differenza, ma per come la vedo io il discorso è un altro: cosa si farà quando questa emergenza sarà terminata? Quando cioè la "sospensione" sarà finitae bisognerà rassicurare i mercati. Perché noi tutti dobbiamo entrare nell'ordine di idee che l'Italia avrà bisogno di mantenere e aumentare la fiducia dei mercati finanziari. Per onorare il nostro debito. È questo il punto centrale che qualcuno fa finta di non considerare. Dalla fiducia dei mercati finanziari non si può prescindere».
In questo particolare momento storico si registrano malumori forti nei confronti dell'Unione Europea.
A suo giudizio l'Italia può fare a meno dell'Europa? Ancora: potrebbe essere più conveniente avere la possibilità di autodeterminarsi e perfino di "battere moneta"?
«L'Italia non può "battere moneta". Se il nostro Paese esce dall'euro e va fuori dall'Unione Europea la conseguenza immediata è una sola: default. Fallimento.
La reazione, immediata, dei mercati sarebbe soltanto questa. Non saremmo più in grado di sostenere il nostro debito. Anzi, nessuno sottoscriverebbe il rinnovo del nostro debito. E saremmo travolti da una crisi economica e finanziaria senza precedenti. Abbiamo assoluto bisogno dell'Unione Europea. E di stare in Europa. Non possono esserci alternative. Se poi, già prima della pandemia, l'Europa era arrivata ad una situazione di paralisi decisionale, questo è un altro discorso. Però in questa fase l'Unione Europa ha dato segnali chiari e concreti. Sospendendo il patto di stabilità tanto per cominciare. Senza considerare che la Banca Centrale Europea, dopo qualche indecisione iniziale, ha fatto capire chiaramente che avrebbe impedito con fondi quasi illimitati l'ampliarsi dello spread. I due veri aiuti dell'Europa sono stati la sospensione del patto di stabilità e l'acquisto di titoli della Banca Centrale Europea. In parole povere l'Europa ha dato il via libera ai Paesi membri per potersi indebitare. Anzi, devo dire che l'Italia è stata anche abbastanza timida. Secondo me bisognava andare immediatamente sul mercato. Poi naturalmente resta iltema della gestionedi questo debito in futuro.
Ma anche in questo caso la differenza la faranno le politiche economiche che verranno messe in campo.
Sarà importante capire a quanto debito faremo ricorso e quanto di questo debito arriverà attraverso l'Europa.
Ma bisognerà gestirlo, con progetti e idee chiare».
Professor Tria, non crede che un altro problema di questo Governo sia una politica estera abbastanza indefinita, nella quale i nostri tradizionali alleati, gli Stati Uniti, ci vedono e ci percepiscono troppo sbilanciati dal punto di vista delle prospettive commerciali e industriali nei confronti della Cina? Questo può rappresentare un muro invalicabile nel medio e lungo periodo?
«Sinceramente un rischio del genere non lo vedo. Il problema su come mantenere aperti i commerci internazionali e su come arrivare ad una nuova definizione di globalizzazione senza venire meno alla nostra tradizione e alla storica collocazione geopolitica può essere facilmente superato. Il punto è che, soprattutto in questa fase, abbiamo bisogno di più cooperazione internazionale. Ecco perché a mio giudizio il terreno di confronto dovrebbe essere quello su come arrivare alla definizione e alla condivisione di nuove e moderne regole comuni. Il problema non è da che parte stiamo: sappiamo bene che la nostra parte è quella dell'Alleanza atlantica e del rapporto con gli Stati Uniti. Il problema è cosa deve fare la nostra parte in questo momento».
In questi giorni si sta parlando molto di due temi in particolare. La liberazione della cooperante Silvia Romano (con una raffica di polemiche imbarazzanti) e la regolarizzazione degli immigrati. Argomenti sicuramente importanti. Ma in un momento come quello attuale, con una crisi sanitaria non ancora alle spalle e con uno scenario economico da brividi, non crede che sia perlomeno inopportuno? O che alla fine anche temi così delicati possono diventare potenti armi di distrazione di massa?
«La sua interpretazione è in parte corretta. Vicende come quella del rapimento della nostra cooperante sono di una delicatezza assoluta. Per quanto riguarda la fase del rilascio, le condizioni nonsi conoscono ed è un bene che non siano conosciute. Sono situazioni che richiedono rispetto e silenzio. Ci sono state alcune scelte inopportune, anche per responsabilità della politica. Vero è che la politica cerca sempre il palcoscenico. Ma a volte si sbaglia palcoscenico».
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