Quattro amici al bar, cantava Gino Paoli nel 1991. Volevano cambiare il mondo e non si sa se ci siano riusciti. Tre amici, invece, di Frosinone, sono riusciti trent'anni dopo a cambiare un mondo particolare, quello dei videogiochi. Lorenzo Giannotta, insieme a Emanuele Minotti ed Enrico Ceci, ha fondato nel 2021 la Gamest, un'azienda che, grazie a un'innovativa applicazione digitale, permette ai giocatori di ricevere direttamente online lezioni dai più grandi campioni internazionali. Quindi, stando comodamente seduti sulla poltrona di casa. Lorenzo risponde ai lettori di Ciociaria Oggi su quello che è definito, sul sito ufficiale della Gamest, un "sogno".

Qual è la sua formazione?
«Sono diplomato al liceo scientifico e sono alla conclusione dei miei studi universitari. Mi manca un esame alla fine della laurea in Economia e management».

Che cosa sono i videogiochi per lei?
«I videogiochi sono stati e sono dei compagni di vita. Sono cresciuto insieme a loro e ho vissuto tutti i cambiamenti fino a quelli di ultima generazione. Sono stati anche un mezzo grazie al quale mi sono inventato un lavoro e ho conosciuto tanta gente sparsa per l'Italia e anche oltre».

Ci racconta un po' di storia dei videogiochi?
«I videogames hanno una storia che comincia oltre mezzo secolo fa. Infatti il primo risale al 1947. Il vero boom però c'è stato negli anni 80 con i primi "cabinati" (struttura esterna in legno di un videogioco, ndr), diffusissimi in Italia. Potevano essere upright (verticali o a cabina avvolgente), cocktail (a forma di tavolo) e cockpit (comprensivo di sedile). Solo più avanti, nei primi anni 2000, sono entrati anche nelle case delle persone con l'uscita della vecchia e storica PlayStation 1 e, poco dopo, con l'arrivo del GameBoy di Nintendo, che in realtà in Giappone aveva già avuto anni di successi. Queste due console sono state le uniche che si sono conservate fino ai nostri giorni, con il modello attuale PlayStation 5 e Nintendo Switch».

Esiste una regolamentazione compiuta del settore?
«Nel nostro Paese non del tutto. L'Italia sta arrancando rispetto ad altre nazioni. In America o in Asia i videogiocatori professionisti sono considerati alla pari dei calciatori o dei giocatori di basket».

Come è nata la vostra azienda?
«Gamest è nata da una mia idea. Facendo il content creator (creatore di contenuti, ndr) ho avuto la possibilità di conoscere tanti professionisti e semplicemente parlando con loro ho notato che c'era una domanda di mercato insoddisfatta. Le richieste di coaching (insegnamento, ndr erano tante ma l'offerta da parte dei professionisti era scarsa perché mancava un mezzo che semplificasse il processo di prenotazione di una lezione. Così ho condiviso il mio progetto con Emanuele ed Enrico, che da subito sono stati entusiasti di accompagnarmi nell'avventura».

Quali sono i giochi più di moda in questo momento?
«Sicuramente FIFA e Call of duty sono i più diffusi in Italia. Il primo è lo storico videogioco di calcio mentre l'altro è lo "sparatutto" per eccellenza».

Giochi "sparatutto" e istinto violento nei giocatori più piccoli: c'è una relazione?
«Assolutamente no. I primi giochi a cui ho giocato sono stati Tekken e SmackDown: il primo è tuttora il "picchiaduro" più famoso e il secondo era il gioco ufficiale di wrestling eppure non ho mai fatto a botte in vita mia!».

Le prestazioni sono inversamente proporzionali all'età del giocatore?
«Dipende. Di videogiochi ormai ne esistono milioni: dagli sparatutto a quelli sportivi, fino ad arrivare agli scacchi. Ognuna di queste discipline richiede competenze e requisiti diversi: se pensiamo agli sparatutto i riflessi sono fondamentali e più si va avanti con l'età e più questi vengono meno. In uno sport come gli scacchi o giochi simili di strategia, serve invece esperienza e tante ore di gioco. Quindi c'è speranza per tutti, dai più ai meno giovani».

Che cosa dovrebbe fare un ragazzo per lavorare nel settore?
«Il settore offre tante alternative di lavoro. I team sono ormai delle vere e proprie società che presentano tutte le figure classiche di un'azienda. I social media sono un mezzo molto potente per farsi conoscere, una vetrina a disposizione di tutti che, se ben sfruttata, può portare a grosse soddisfazioni».

Per le generazioni passate ci sono stati giochi mitici come, per esempio, il Monopoli: esiste oggi il videogioco perfetto?
«Il videogame perfetto non esiste perché la community si sta abituando a standard sempre più alti. Non appena si presentano bug (errori, ndr) si grida allo scandalo. Se dovessi pensare a un gioco storico mi verrebbe in mente Super Mario che, nonostante l'evoluzione delle console, è riuscito a stare al passo evolvendosi a sua volta».

Ha un sogno nel suo drawer?
«Il sogno principale è che il settore venga regolamentato a dovere e questo porterebbe tante aziende a investire di più, permettendoci di organizzare eventi su larga scala non solo online ma anche in presenza. Il sogno sarebbe vedere una finale di FIFA giocata dentro uno stadio di calcio vero…».