Un finale di campionato triste. Partite che appaiono accanimento terapeutico su di un Frosinone lungodegente, armato di sola fiducia nel destino. Un'agonia prolungata, durante il corso della quale il "paziente Frosinone" ha mosso ora un dito (a Genova con la Samp), ora un piede (con il Parma). Ma neanche dopo Firenze si è mai alzato dal letto, spalancando gli occhi e respirando a pieni polmoni.

Si è sempre sperato nel miracolo, nell'impresa, aspettando i passi falsi prima del Bologna, poi dell'Empoli, del Genova o dell'Udinese. Finendo con il contare i punti di distanza sulle dita di due mani. Non che non abbia combattuto. L'ha fatto. Cuore forte, temprato alle avversità, ma senza poter ricevere le necessarie cure corroboranti né avere al capezzale medici lungimiranti per scegliere le migliori me dicine. Resta la speranza. Da sempre l'ultima a morire.