Per il Frosinone Calcio sarà un altro giorno di attesa snervante per la pronuncia che la Corte sportiva di Appello dovrà emettere sul caso della partita play off Frosinone-Palermo del 16 giugno scorso, vinta dai canarini con il risultato di 2 a 0.
E non sarà sicuramente nemmeno l'ultima se il sodalizio di Viale Olimpia dovesse decidere di impugnarla innanzi al Collegio di Garanzia del Coni (ipotesi poco probabile considerato come la pensano i giudici di terzo grado relativamente ai fatti oggetto del processo) o di rivolgersi al Tar per il riconoscimento delle sue ragioni.

Molto sinteticamente, l'iter giudiziario ha avuto inizio con la sentenza del giudice sportivo che, pur applicando l'art. 17 del codice di giustizia sportiva (che tra l'altro prevede anche la perdita a tavolino della partita), aveva ritenuto che i fatti oggetto di giudizio non avevano inciso sul regolare svolgimento della partita, come riportato dall'arbitro nel suo referto. E, in conseguenza, sostenendo che la norma non contenesse necessariamente la perdita della gara, aveva comminato la sanzione della disputa di due gare ufficiali da disputarsi al "Benito Stirpe", ma a porte chiuse.

Con la sentenza del 27 giugno, la Corte sportiva di Appello, a sezioni unite, chiamata a decidere dopo i ricorsi presentati dal Frosinone e dal Palermo, dopo una lunga disquisizione sulla lealtà sportiva, lesa dai fatti contestati (soprattutto quelli relativi al lancio di palloni sul terreno di gioco), era giunta nella determinazione di respingere i ricorsi e di emettere una sentenza più afflittiva nei confronti del Frosinone, che prevedeva la disputa dei due incontri a porte chiuse ma su altri campi che non fossero il "Benito Stirpe". Sostenendo anche che la gravità dei comportamenti non era stata adeguatamente sanzionata dal Giudice sportivo.

Nuove impugnazioni, questa volta, innanzi alla Collegio di Garanzia del Coni che decideva di rimettere il fascicolo alla CsA, di diversa composizione, ritenendo che la pronuncia di secondo grado presentasse il carattere «della particolare tenuità delle condotte» rispetto sempre ai fatti di giudizio.

Dopo aver censurato anche il mancato ricorso alle immagini televisive, che sarebbero state utili per dissipare l'incertezza dei fatti contestati, la decisione del rinvio alla CsA, in diversa composizione, «perchè si uniformi ai principi descritti dal collegio, nello specifico a quelli di Pierre De Coubertin».

Lo stesso Collegio di Garanzia del Coni li aveva anche esposti, tra l'altro, con una specie di linea guida da seguire nell'udienza in calendario oggi. Per il Collegio suddetto, i giudici di secondo grado sono chiamati a emettere «la sanzione corretta e coerente con le norme esistenti e nel rispetto del merito di valorizzazione del merito sportivo che si conquista sul campo».
A questo punto cosa può accadere? Con tutta probabilità che la Csa inasprisca la sanzione già comminata e che è da ritenersi molto pesante. Magari con un'ulteriore squalifica del campo ma anche con la possibilità di una penalizzazione in classifica. Ma ci troveremmo di fronte ad una sanzione che, per motivi opposti a quelli esposti dalla giustizia sportiva, sacrificherebbe sull'altare della lealtà sportiva comportamenti che in nessun modo hanno alterato il risultato della partita in contestazione. Lo ha scritto il direttore di gara nel referto preso in visione dal Giudice sportivo, lo hanno ribadito nel supplemento di referto lo stesso arbitro e gli altri ufficiali di gara. Un punto fermo che nessuno potrà mai invalidare. Perché il verdetto del campo è quello che alla fine conta più di tutti. Anche di due palloni lanciati in campo. De Coubertin facciamolo entrare in campo per fatti ben più gravi. E nel calcio ce sono tuttora.