L'11 ottobre la Corte Sportiva d'Appello Nazionale della Figc, dopo le censure del Collegio di Garanzia del Coni, sarà chiamata a riunirsi per emettere una nuova sentenza sul caso Frosinone - Palermo.

Il Collegio di Garanzia del Coni, con una decisione che ha fatto molto discutere, ha espresso un orientamento in senso maggiormente afflittivo, invitando il giudice di secondo grado, che dovrà essere in composizione differente rispetto al precedente, a uniformarsi a questo principio, ritenendo troppo lieve la sanzione di due gare a porte chiuse e in campo neutro e di un'ammenda di 25.000 euro inflitte al Frosinone.

In sostanza, il Collegio del Coni ha esortato il nuovo tribunale, nell'irrogare le sanzioni a carico del club frusinate, ad «affermare sempre e con forza i principi di lealtà, imparzialità e trasparenza, tipici del movimento sportivo, come pensato sin dalla sua fondazione da Pierre De Coubertin». Unico punto fermo, essendo i campionati iniziati, la sanzione dovrà essere scontata nella stagione in corso, senza intaccare il diritto acquisito sul campo del Frosinone a disputare la massima serie.

Nel rimandare il pallino alla Corte Sportiva d'Appello, l'organismo del Coni ha indicato le linee guida che dovrà seguire il nuovo procedimento affinché il giudice «irroghi la sanzione corretta e coerente con le norme esistenti e nel rispetto del principio di valorizzazione del merito sportivo che si conquista sul campo».
La decisione della Csa della Figc, resa a sezione unite e pubblicata il 27 giugno, ha rilevato il Collegio «è connotata da una stridente contraddizione, laddove, dopo aver chiaramente espresso che "i comportamenti tenuti da tesserati e sostenitori del Frosinone, meritano di essere fortemente stigmatizzati e sanzionati» ha aggiunto che «tali comportamenti sono, infatti, all'evidenza in palese contrasto con i fondamentali principi di lealtà, correttezza e probità che devono sempre e senza alcuna eccezione ispirare le condotte di tutti gli attori del mondo calcistico». Peraltro la gravità di tali condotte è maggiore tanto quanto alta era la posta in palio (la finale per la promozione in serie A).

Il Collegio ha fatto riferimento pure al modello che i calciatori rappresentano per cui tali comportamenti «rischiano di creare» tra i giovani «la distorta convinzione della liceità e magari dell'opportunità di simili comportamenti sleali e scorretti».
Tuttavia, il giudice sportivo, pur applicando l'articolo 17 del codice di giustizia sportiva (che prevede anche la perdita della partita a tavolino) ha ritenuto che i comportamenti oggetto di giudizio non avessero avuto causa-effetto sul corretto andamento della gara, affermando in più che la norma non contenesse un «automatismo di sanzione della perdita della gara», come si evince nel giudizio d'appello sul ricorso presentato dai siciliani. Mentre su quello proposto dai frusinati, il successivo 5 luglio, la Corte d'appello ha sostenuto in più che la gravità dei comportamenti «non è stata adeguatamente sanzionata dal giudice sportivo». Aggiungendo che pur non essendosi determinata «l'alterazione dello svolgimento della gara» e della gara «hanno comunque interferito con la normale e fisiologica effettuazione» della stessa. L'«evidente contraddizione» emersa dalle due pronunce ha spinto il Collegio a censurarle entrambe.

L'organismo ha affermato che «non deve assecondarsi una logica dell'impunità per una lacuna normativa o per un errore giustiziale» e ha chiesto di perseguire i valori dello sport «scavando nelle righe delle regole che, senza aprire brecce sistematiche o adottare procedimenti analogici vietati, possano rispondere alla domanda di giustizia garantendo la corretta applicazione delle regole». Ad avviso del Collegio, di fronte a comportamenti connotati da «notevole gravità» la Corte d'Appello, «dinanzi ad un quadro così evidente, riconosce la tenuità dei fatti, irrogando una sanzione non congruente». Quindi, per il Collegio, «la sanzione applicata non è coerente». Inoltre, trattandosi di un match di play-off «il rigore sanzionatorio doveva e deve essere ancor più stringente, dovendosi discostare dai parametri» dell'articolo 17 «(ad esempio, in materia di punti di penalizzazione) atteso che la posta in gioco non è una partita di campionato... quanto piuttosto di una partita che vale un intero campionato». Censurata anche l'applicazione della norma sulle circostanze attenuanti che, ad avviso del Collegio, «dovevano essere dimostrate dalle società interessate e tanto non è». Neppure «è condivisibile il richiamo all'articolo 18 del codice di giustizia sportiva in termini di sanzioni meno afflittive in quanto totalmente inesistente» è «la particolare tenuità delle condotte», tenuto conto che si giocava un incontro di play-off.

Censurato, infine, anche il mancato ricorso alle immagini televisive, ritenute «utili a dissipare lo stato di incertezza sui fatti». Da qui il rinvio alla Corte Sportiva d'Appello, in diversa composizione, perchè si uniformi ai principi descritti dal collegio e, nello specifico, a quelli di Pierre De Coubertin.
Ora cosa rischia il Frosinone? Il timore è che la squalifica del campo possa allungarsi come pure quella di incorrere in una penalizzazione in classifica. Penalità che andranno commisurate con l'importanza del match, una finale play-off per la promozione in A e dunque non una semplice gara con in palio i tre punti. La sentenza della Corte Sportiva d'Appello Nazionale, qualora non gradita, potrà essere ulteriormente impugnata e la questione potrebbe in ultima istanza finire anche davanti al Tar.

Il Frosinone, infatti, non ha ancora depositato il proprio ricorso e sta attendendo che la giustizia sportiva completi il suo percorso per poter eventualmente adire il giudice statale per dirimere, finalmente, una questione che dura da più di tre mesi e che ha avvelenato una vittoria limpida e cristallina come quella ottenuta dal Frosinone. Perché in tutto ciò l'unica cosa che è finita in secondo piano, pur essendo la più importante, è il risultato del campo che ha incoronato inequivocabilmente il Frosinone.