Un'altra sconfitta, la terza in quattro gare, ma che a differenza di quelle subite a Bergamo contro l'Atalanta e all'Olimpico conla Lazio, pesa molto di più. Come un macigno. E non soltanto perché è stata più netta e umiliante delle altre ed è arrivata sul campo amico, quanto perché ha messo in mostra dei limiti di squadra che il tempo, al contrario di quanto dichiarato dal presidente Stirpe, difficilmente potrà colmare. Il "miracolo" Frosinone ha sempre avuto una caratteristica fondamentale: la forza e la coesione di un gruppo che non hai mai mollato. Nemmeno davanti ad ostacoli insormontabili.
Basta pensare che anche nella stagione giocata in Serie A la squadra giallazzurra non ha comunque mai perso la faccia.
In una sola occasione aveva subìto cinque reti, al Comunale contro il Napoli di Higuain in quel momento primo della classe.
Ciò nonostante in campo i canarini avevano comunque messo il cuore.

Battuti soltanto da un avversario di grandissimo spessore e che, con il dovuto rispetto, molto più forte se non addirittura inavvicinabile da parte della Sampdoria vista sabato sera allo "Stirpe". Per questo riteniamo che il mea culpa, fatto a fine gara da Longo e rivolto ai tifosi, va sicuramente accettato e apprezzato, ma non basta. Perché le colpe di questo inizio stagione, tutto da dimenticare, non possono e non devono essere addossate al solo allenatore. Ce ne sono, probabilmente, anche di natura tecnica se non altro attinenti, senza voler entrare sul piano della qualità delle scelte, ai tempi con i quali è stata impostata la campagna acquisti. Troppi arrivi, tutti insieme, che hanno prodotto un problema di amalgama che ora si sta manifestando. Ad oggi l'unica riflessione sull'aspetto tecnico (dopo quattro giornate quelli che oggi sembrano giocatori di categoria inferiore potrebbero crescere e addirittura fare degli exploit) è che se si voleva fare pulizia e impostare una stagione, a livello di mercato, rinnovando la rosa non ci sarebbe stato nulla da obiettare, ma a patto che fossero arrivati giocatori, se non tutti di prima fascia, quantomeno di carattere e vogliosi di mettersi ancora in discussione. E sono proprio carattere, cuore e impegno i grandi assenti della prima notte di Serie A dello Stirpe.

In occasione della prima esperienza in A arrivarono dodici calciatori (questa volta sono sedici), otto nella sessione estiva e quattro in quella invernale con problemi di amalgama nettamente inferiori a quelli palesemente notati in queste prime uscite.
Tra l'altro, ma questa è solo una nostra teoria, siamo convinti che, se fosse esistito il Var già a quei tempi e Stellone fosse stato meno presuntuoso, quel Frosinone non sarebbe retrocesso. Per tutti i nuovi acquisti, nel primo campionato nella massima serie, ci fu il tempo di ambientarsi nel modo giusto. Questa volta sedici in una sola sezione: ora si aspetta che passi del tempo per far trovare loro il giusto amalgama. Ma la Serie A non ti dà tempo. E chi, almeno sulla carta, dovrebbe lottare con te, riesce a trovare risultati importanti da subito (vedi Cagliari che vince a Bergamo, Parma che espugna il Meazza o Chievo che rimonta due gol alla Roma). Non era più semplice prendere esempio dalla Spal, una delle poche neo promosse degli ultimi anni che non è riscesa subito in B? Nella passata stagione mise a segno qualche importante acquisto in estate puntellando la vecchia difesa (Felipe), il centrocampo (Mattiello, Grassi e Viviani) e l'attacco (Paloschi e Borriello), per poi completare l'opera a gennaio con ritocchi ad hoc in una rosa che intanto si era già amalgamata: Cionek, Kurtic, Simic, Everton, Luis e Dramè. Una politica che andava seguita anche dal Frosinone. Per questo il mea culpa di Longo non basta.