Una decisione che fa ancora discutere. E che presta il fianco a una nuova serie di ricorsi. Il Frosinone per superare i paletti imposti alla Corte sportiva d'appello dal collegio di garanzia del Coni e la ormai probabile (e forse anche sostanziosa) penalizzazione in classifica sta pensando di rivolgersi al tribunale amministrativo regionale.

Infatti, di fronte a decisioni della giustizia sportiva che hanno un impatto su diritti patrimoniali (e sarà il caso del Frosinone che, in caso di penalizzazione, vedrà di gran lunga ridursi le chance di permanenza in serie A) può chiedere alla federazione la deroga alla clausola compromissoria, che vieta a società e tesserati di rivolgersi alla giustizia ordinaria, per far valere i propri diritti. E chiedere un trattamento più equo.

Tra l'altro, avendo il collegio di garanzia tracciato il principio giuridico al quale dovrà attenersi la Corte d'appello nell'irrogare le nuove sanzioni, il Frosinone si trova in una condizione paradossale. Ovvero, dato che il collegio ha fatto esplicito riferimento all'articolo 17 del codice di giustizia sportiva e alla penalizzazione, il club giallazzurro si trova ad aver scontato due giornate di squalifica (e per giunta in campo neutro) che, a questo, non dovevano essere irrogate.

Ma il principio, in base al quale il Frosinone dovrà essere punito, presenta una contraddizione evidente. Il cuore della decisione del collegio di garanzia sta tutto nelle pagine 8 e 9 del provvedimento del Coni. Lì si cita la pronuncia della Corte sportiva d'appello. Sono solo alcuni estratti quando si citano le condotte censurate di tesserati e spettatori (peraltro non si dice quali, ma si tratta del lancio dei palloni in campo) che «hanno comunque interferito con la normale e fisiologica effettuazione della gara».

Quindi si introduce l'articolo 17 del codice di giustizia sportiva con riferimento alla perdita della gara a tavolino e alla penalizzazione dei punti in classifica. Per poi aggiungersi che, trattandosi di gara di play-off, e per di più la finale per la A, la cui posta in gioco dunque non sono i tre punti, «il rigore sanzionatorio doveva e deve essere ancor più stringente». Salvo poi aggiungere che «le sanzioni da applicare non possono essere inflitte su situazioni già cristallizate, ma debbono essere scontate ed inflitte nella stagione corrente».

Tuttavia, nelle due pagine di motivazione della Corte sportiva d'appello si dice che il Frosinone va condannato a «una punizione che possa incidere effettivamente sul risultato sportivo... per aver violato il precetto fondamentale secondo il quale i risultati sportivi si ottengono comportandosi in modo corretto e leale e non ponendo in essere azioni che, sebbene non abbiano determinato, in un rapporto di causa-effetto, l'alterazione dello svolgimento della gara e, dunque, il risultato della stessa, hanno, comunque, interferito con la normale e fisiologica effettuazione della gara».

Ma la Corte d'appello aggiungeva qualcosa in più. Ovvero che il lancio di palloni «non ha mai interrotto azioni della squadra del Palermo, connotate da un'evidente occasione di segnatura». Resta allora quella slealtà che, però, l'articolo 17 non gradua nella determinazione delle sanzioni. Graduazione che dovrebbe basarsi sui precedenti. Se non quelli per il lancio dei palloni, quelli sulle squalifiche del campo. E quando si è andati oltre i due turni ci sono stati sempre gravi atti di violenza, dall'uccisione del poliziotto Raciti, agli arbitri colpiti, alle invasioni di campo con sospensione del match. Infine, la stessa decisione presta il fianco anche alle rivendicazioni economiche del Palermo.