Gli occhi azzurri di Yuliya non riescono a nascondere l'emozione quando parla del suo Paese. Dei suoi amici. Dei suoi parenti. Che sono ancora lì. Sotto le bombe. Yuliya Odynokaya da venti anni vive in Italia. È cittadina italiana. Da un po' di tempo è a Ceccano. Ma un pezzo della sua vita è ancora lì. Padre russo e madre ucraina, il cuore diviso in due. È nata nella penisola di Kola, a Murmansk, estremità nord-occidentale della Russia, in quella che all'epoca era Unione Sovietica, a pochi chilometri dalla Norvegia e dalla Finlandia. Una terra di confine, dove la vita scorre con ritmi diversi e l'Occidente è un concetto lontano. Poi il trasferimento nel Donbass, nella provincia di Lugansk. Quindi gli studi a Kiev, dove da adolescente ha vissuto il crollo della dittatura comunista e tutti gli stravolgimenti che hanno portato alla disgregazione dell'Urss. Parlare con lei della guerra in Ucraina non è affatto semplice. Quegli occhi azzurri cambiano espressione e il sorriso scompare.

Yuliya, appena la situazione è precipitata ti sei messa in moto e in poco tempo sei riuscita a organizzare una raccolta di aiuti umanitari…
«Io e mio marito Dennys ci siamo attivati subito, appena scoppiata l'emergenza. Tutto è partito dai miei profili social. Nel giro di pochissimi giorni siamo riusciti a raccogliere due tonnellate di materiale, soprattutto cibo e medicinali. Siamo stati letteralmente travolti da pacchi e scatoloni. Sono sempre in contatto con i miei parenti e quindi sapevo bene di cosa avessero bisogno. Tutto è stato consegnato alla chiesa di Santa Sofia a Roma dove un gruppo di ragazzi ucraini sta raccogliendo i beni di prima necessità che arrivano da ogni parte d'Italia e che poi vengono portati in Polonia, a Przemysl. Il problema è che da lì non sempre riescono ad arrivare a destinazione, per tanti motivi. Purtroppo c'è anche chi ne approfitta, un fenomeno orrendo come lo sciacallaggio che si è intensificato soprattutto nelle ultime settimane».

In provincia si è creato un grande movimento di solidarietà…
«Ho visto tanta gente in prima linea per aiutare la popolazione ucraina. Associazioni, semplici cittadini, la protezione civile che ha fatto un lavoro straordinario. La cosa più bella è stato constatare la grande partecipazione di moltissime persone. Ognuno, anche chi oggi è in difficoltà e fa fatica ad arrivare alla fine del mese, ha voluto fare la propria parte. È stata la cosa più emozionante».

Come prosegue il tuo impegno?
«Adesso sto cercando di aiutare quelli che arrivano in Italia. Anche solo facendo da interprete, magari indirizzandoli alle persone giuste. E questo sempre grazie al mio profilo Facebook. Dobbiamo prepararci, nei prossimi mesi, a un esodo di massa, a quella che sarà una vera e propria ondata di profughi».

In Ucraina, nella zona del Donbass e a Leopoli, ci sono i tuoi parenti e i tuoi amici. Com'è la situazione?
«Non è facile ma riusciamo a sentirci. Da mesi vivono nella paura, al telefono non parlano di guerra, di armi, di Russia, di politica. Temono di essere intercettati. E questo da molto prima che cominciasse l'invasione russa. Sono anni che nel Donbass si spara.Oggi la situazione è degenerata. Sanno che possono morire da un momento all'altro ma non lasceranno mai la loro terra. Leopoli è nella parte più occidentale del Paese, a una settantina di chilometri dalla Polonia. Lì, per ora, è tutto sotto controllo. Ma potrebbe essere questione di poco».

Forse la cosa assurda è proprio questa, aver scoperto la guerra soltanto adesso…
«Nel Donbass da sempre convivono ucraini e russi e la guerra che stiamo vedendo in questi giorni non nasce per caso. Già nel 2014 ci sono stati i primi problemi a Kiev, in Crimea e in quelle che si sono autoproclamate Repubbliche di Lugansk e Donetsk. Ieri, a differenza di oggi, non c'è stata l'attenzione mediatica di queste settimane. Ora, proprio come accadeva prima, si continua a morire sotto le bombe».