Ormai WhatsApp e la messaggistica istantanea sono parti integranti della nostra vita privata e lavorativa. Ma quanto e come le conversazioni o le registrazioni con WhatsApp possono essere utilizzate per fini probatori? Ne parliamo con l'avvocato Alessia Gargano.

Sempre più spesso messaggi e screenshot arrivano in aula. Quali i limiti?
«La diffusione di internet ha modificato in modo esponenziale i metodi di interazione tra gli individui, consentendo la comunicazione tra gli stessi, attraverso reti e applicazioni telefoniche. Queste nuove forme di comunicazione, in particolar modo l'uso di WhatsApp ovvero di un sistema di messaggistica istantanea che non hanno bisogno di presentazioni, hanno fatto sì che sempre più frequentemente screenshot o trascrizioni di messaggi transitino all'interno delle aule giudiziarie, per poter provare le circostanze più disparate. Tuttavia è vero che le prove digitali sono estremamente soggette ad alterazioni - ha spiegato l'avvocato Alessia Gargano - motivo per cui il rischio di manipolazione e di alterazione dei sistemi informatici impone una preventiva disamina dello stato del documento, così da poterne verificare la certa provenienza e veridicità».

Sono prove affidabili in un processo?
«La giurisprudenza è oramai unanime nel ritenere che le conversazioni avvenute tramite strumenti informatici costituiscano una forma di memorizzazione di un fatto storico comparabile a una prova documentale e, pertanto, utilizzabile ai fini probatori. Ma ci sono dei limiti. La Cassazione, sul punto, stabilisce che l'utilizzabilità delle conversazioni è condizionata all'acquisizione del supporto contenente la registrazione - ha continuato l'avvocato Gargano  - svolgendo la relativa trascrizione una funzione meramente riproduttiva del contenuto della principale prova documentale, in quanto occorre controllare l'affidabilità della prova medesima attraverso l'esame diretto del supporto per verificare, con certezza, sia la paternità delle registrazioni, sia l'attendibilità di quanto da esse documentato. Con la sentenza 1822/2018 la Cassazione ha inteso proprio ampliare il raggio di azione dell'articolo 234 del Codice di Procedura penale , secondo cui "è consentita l'acquisizione di scritti o altri documenti che rappresentano fatti , persone o cose mediante la fotografia , cinematografia , fonografia o qualsiasi altro mezzo", andando così ad asserire come prova, i famosi messaggi di WhatsApp».

Come è possibile, tecnicamente, far entrare nel giudizio messaggi o registrazioni WhatsApp?
«Per creare una copia conforme dei messaggi WhatsApp a uso legale, ad esempio, è  necessario avvalersi delle tecniche di acquisizione forense basate sui principi di inalterabilità della prova e conformità con l'originale, espressi dalla legge 48 del 2008. Per copia forense si intende l'esatta duplicazione dei dati digitali presenti in un dispositivo senza perdita di dati e senza alterazione degli stessi: in buona sostanza, si va a generare un "clone" destinato a diventare una prova in ambito giudiziario. Per conferire maggiore autorevolezza alla perizia di acquisizione delle chat, talvolta, può essere strategico produrre perizia informatica asseverata e giurata in tribunale dal perito, davanti al cancelliere, affinché lo stesso si assuma la responsabilità giuridica e legale della propria perizia,  garantendo di aver operato al solo scopo di far conoscere la verità. Consuetudine consolidata è anche rappresentata dall'invio di registrazioni audio sempre per WhatsApp: anche in questo caso, nell'ipotesi  in cui non si riuscisse a comprendere il contenuto preciso della registrazione, le  stesse possono essere oggetto di una perizia fonica attraverso cui si vanno a rimuovere eventuali disturbi, verificando così  l'integrità della registrazione medesima. La perizia può essere altresì elemento risolutivo in giudizi particolari: può, ad esempio, provare l'utilizzo del dispositivo WhatsApp nel caso di  un incidente stradale per accertare se l'utente stesse scrivendo o leggendo messaggi di testo mentre era alla guida. A tal proposito la  perizia tecnica asseverata e giurata può essere utile in caso di contenziosi in ambito di incidentistica stradale, in particolare se ci sono morti o feriti».

E quando su una chat di gruppo, anche di lavoro, vengono inserite offese per uno dei membri?
«Un'ulteriore casistica deriva dall'uso improprio di WhatsApp, come per le offese manifestate su chat di gruppo, con la consapevolezza di scrivere qualcosa che leda l'altrui reputazione e di comunicare tali frasi denigratorie a più persone andando così a delineare il reato di diffamazione. Per i Giudici della Suprema Corte ( sentenza n. 7904- V sezione penale), infatti,  non si può parlare di ingiuria, reato depenalizzato, perché i messaggi offensivi vengono letti da più persone, motivo per cui la lesione della reputazione assume una dimensione decisamente più ampia, ovvero il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori fa sì che la lesione della reputazione si collochi in un ambito più ampio rispetto a quello tra offensore ed offeso - ha chiarito l'avvocato Alessia Gargano - In conclusione, l'uso di WhatsApp dovrebbe essere circoscritto alle facilitazioni comunicative che l'applicazione medesima ci consente, cercando di conservare la ricchezza di espressività e di gestualità che rendono unico l'individuo.  Purtroppo, comunicare senza avere l'interlocutore materialmente davanti comporta dei rischi, rischi che possono avere ripercussioni giuridiche importanti».