Ballava baldanzosa e spensierata, incurante dell'infausto destino che l'attendeva. Una popolana dalle guance rosse e prosperosa saltellava al ritmo di una tarantella accerchiata dalle torce di fuoco rette in mano dal popolo. Portava con sé spensieratezza e ricche abbuffate che nei mesi successivi sarebbero stati solo un freddo ricordo. La prosperosa popolana in pochi minuti sarebbe diventata cenere.

Non siamo in America nel periodo della caccia alle streghe dal 1330 al 1700 (quattro secoli di processi, torture e roghi), ma ci troviamo a Castrocielo, dove da decenni è stato rispolverato il rito della "Pantasema", un'antica maschera locale che fonda le sue origini in un remoto rito pagano.

Quindi, nessuna strega da bruciare. Ma un rito di passaggio dalla stagione dell'abbondanza a quello della ristrettezza (dall'estate all'inverno), utilizzato anche la sera del martedì grasso quando si decretava l'apoteosi e la fine del carnevale per far ritorno alla sobrietà. E a Castrocielo - grazie al recupero della Pro loco - viene rivissuto proprio a chiusura dell'estate durante la manifestazione "Per i Vicoli e la Notte Bianca".

La maschera
La "Pantasema", una vecchia e caratteristica maschera di Castrocielo che ricorda una giovane popolana prosperosa ed esuberante, è un fantoccio di grosse dimensioni tutto ricoperto di carta multicolore che lascia trasparire la luce artificiale dei bengala che lo illuminavano all'interno.

Guance rosse e forme in bella mostra, la faccia ampia, rotonda, perennemente sorridente, gli occhi ampi, mobili, ammiccanti, lo sguardo placido, sornione, gioviale, un corpo dalle forme generose, un petto abbondante, prominente e procace. Questi erano i tratti rivelatori di un carattere allegro, sereno, spensierato e giocondo, di un temperamento originale e vigoroso, propri di un volgo semplice e cortese, ancorché rozzo nei gesti, nei modi, negli atteggiamenti.

Il rito
Nel passato - come ancora oggi nella piazza principale di Castrocielo - la Pantasema, attesa e a gran voce invocata, appariva florida e comicamente maestosa. Il suo arrivo suscitava un prolungato "Ooh!" di meraviglia e di stupore tra la gente.

Danzando al ritmo di una famosa tarantella napoletana, la Pantasema avanzava fendendo la folla che si apriva al suo passaggio unendosi al saltarello e battendo ritmicamente le mani.

Mentre il fantoccio eseguiva le sue buffe piroette, dal suo corpo e soprattutto dalle sue braccia si incendiavano e scoppiettavano i bengala diffondendo tutt'intorno scintille variopinte. Delusione e malcelato rammarico accompagnavano la fine dell'esibizione che si concludeva con il rogo del fantoccio tra i fischi, gli applausi e le grida della gente che giammai ne avrebbe voluto la fine.

Significato e cenni storici
La distruzione del pupazzo voleva significare come la spensieratezza, l'allegria, la felicità sono, purtroppo, momenti limitati, a volte irripetibili, fuggevoli, effimeri, della vita. Anche il gioioso e compassato comportamento della Pantasema aveva la durata di pochi attimi e finiva inevitabilmente in cenere.

È forse per questo che si tentava di tenerla in vita il più a lungo possibile, rinviandone con ogni pretesto la fine peraltro segnata. "Difatti cosa sono e cosa rappresentano i rari momenti di contentezza, di euforia, di gioia se non fantasmi evanescenti che illudono l'uomo durante il duro, faticoso, tormentato corso della vita?" (dal libro "Il Caro Volo" di L. Martini).