In queste ultime settimane si è molto discusso su come l'Italia possa uscire da una recessione e da una crisi economica strutturale la cui soluzione appare molto lontana. In tanti presentano ricette. Molti pensano di avere la terapia giusta, solo che non si va oltre le teorie, molte delle quali fallimentari o, nella migliore delle ipotesi, velleitarie. Eppure, se si analizzasse il passato meno prossimo, ci si accorgerebbe che proprio in questi momenti decisivi, grandi uomini hanno rivoluzionato il sistema, dando impulso decisivo alla nostra civiltà, alla ripresa in frangenti di particolare difficoltà. Tra questi c'è, ad esempio, Giustiniano la cui idea di impero ancora getta una luce fausta sul nostro presente.

La razionalizzazione che l'imperatore volle del sistema legislativo, solo per citare un argomento, dell'epoca, sublimata nel codice, è una riforma che ha cambiato la nostra storia. Oggi serve una rivoluzione ben diversa da quella che ci pongono i governanti. Sarebbe meglio un nuovo modello e spesso basta una sola piccola grande idea. Come ricorda Stuart Flynn, importare la seta rappresentò un grande investimento per l'Impero Romano d'Oriente di Giustiniano nel VI secolo dopo Cristo. Quell'imperatore incaricò due monaci di andare in Cina e di riportare a Costantinopoli il segreto della seta. Dopo mille peripezie i monaci tornarono con le uova dei bachi, con le conoscenze di come farle schiudere, scaldandole sotto un cumulo di letame, nonché con i semi delle piante di gelso di cui si nutrono i bachi. Da quella faticosa conoscenza Giustiniano ottenne in cambio per il suo impero l'indipendenza sull'importazione della seta. E i discendenti di quei primi bachi da seta romani ancora abitano e lavorano nell'attuale Turchia.

Lo sviluppo dell'industria e dell'economia richiede tuttora le stesse strategie che utilizzò Giustiniano: l'investimento di denaro e di uomini, la conoscenza e la tecnologia. Se si gode di queste a casa propria, tanto meglio; se, invece, vanno reperite da un'altra parte, diventa essenziale fornire opportuni incentivi e creare un ambiente fertile, in cui l'investimento e la conoscenza possano crescere e nutrirsi sentendosi a casa propria. Come i bachi da seta. Fino a poco tempo fa, Paesi occidentali come l'Italia potevano permettersi di giudicare i Paesi emergenti, soprattutto quelli dell'Asia e del Medio Oriente, valutandoli per assicurarsi che fossero luoghi giusti in cui investire: sono politicamente stabili? E' chiaro e prevedibile il loro sistema legale? Comprendiamo tutti i rischi fiscali ed economici? Domande simili, previe a qualsiasi investimento, oggi restano fondamentali. Però, sempre di più sono proprio quegli altri Paesi che le pongono a noi dell'Occidente.

La crisi in parte mondiale, oggi particolarmente italiana, ha rivelato che negli ultimi anni gestori di gigantesche somme di denaro hanno avuto scarsa comprensione dei rischi e un comportamento irrazionale. Enormi banche tipo Lehman Brothers sono crollate a causa di un rapporto tra debito e beni sottostanti che superava, in alcuni casi, la percentuale di 30 a 1: un profilo di rischio chiaramente insostenibile. Adesso gli investitori stanno cercando, e cercheranno sempre di più, Paesi sicuri a cui affidare il loro denaro. L'analisi finanziaria valuterà molto più strettamente la "razionalità" di ciascun Paese come luogo di eventuale investimento.
Da troppo tempo l'Italia, e forse oggi ancor di più, è vista dal mondo, e si è creata una fama in tal senso, come un Paese "irrazionale" e, quindi, non affidabile, e questo nonostante la sua grande storia e cultura e il suo altissimo livello di creatività e di ingegnosità. Uno degli indici concreti di questa visione si riscontra paragonando le obbligazioni sovrane della Germania con scadenza a 10 anni e le analoghe obbligazioni emesse dall'Italia. I rendimenti si sposano inversamente rispetto ai valori percepiti delle obbligazioni: più basso il rendimento, più alto il valore delle obbligazioni sul mercato. Così il rendimento delle obbligazioni sovrane descrive il rischio percepito, e la relativa forza, performance e liquidità economica, di un Paese.

Il futuro va creato con misure di natura sia legislativa, sia legale, ma soprattutto tramite un'adeguata "filosofia". L'Italia è in una fase di transizione. Nel nuovo sistema politico permangono costanti divergenze all'interno di ogni coalizione, soprattutto nella compagine governativa. In questi momento la creazione di un'efficace fazione di opposizione in parlamento, in grado di scrutinare le decisioni del governo e suggerire alternative costruttive, sarebbe una novità positiva per tutti, compreso il governo. Se l'opposizione non ci riesce è, peraltro, un fallimento suo, non del sistema in sé.

Ma la legge? Proprio all'imperatore Giustiniano si deve un'altra iniziativa di lunghissima durata, ovvero la riforma del diritto romano. Un gruppo di studiosi, non tutti avvocati per mestiere, provenienti da diverse regioni dell'impero mise mano alla vasta quantità di leggi e pareri legali accumulati nei secoli. I migliori risultati furono i famosi Codex e Digesta. Il team di commissari giustizianti ultimò questo lavoro gigantesco in un periodo di tempo meravigliosamente breve. Entro la fine del regno di Giustiniano, le Novellae Constitutiones avevano emesso leggi nuove e aggiornate. L'imperatore capì l'importanza di ridurre la massa di leggi antiche e confuse, ma il processo comprese anche l'introduzione di nuove leggi per un nuovo mondo. La partita decisiva si gioca sul piano di adottare procedure sempre più snelle e trasparenti per rendere quella italiana una realtà affidabile. Non si tratta solamente di creare o di adottare alcuni aspetti positivi da altri modelli, come quello anglosassone. A cominciare dalla cosiddetta common law. Il sistema anglosassone della common law ha i suoi difetti come qualsiasi altro, però ha formato la base del mondo finanziario per come si è sviluppato fino ad oggi.

La crisi attuale è dovuta in massima parte alla perdita della proporzionalità nell'analisi dei rischi da parte degli attori del mercato, piuttosto che al fallimento intrinseco del sistema stesso. Persone abituate al sistema legale continentale spesso trovano che la common law, in quanto si fonda in gran parte sui precedenti (decisioni prese in cause analoghe), sia limitativa. E preferiscono l'idea che ogni situazione sia valutata da un giudice che decide di sua iniziativa, senza farsi condizionare dalle giudicato già maturato. Approccio che ha i suoi meriti, tuttavia resta vero che in campo commerciale o finanziario il sistema della common law permette di prendere decisioni in maniera razionale, sapendo, per quanto possibile, quali sono i principii di diritto applicabili. Al contrario, un sistema come quello italiano, in cui un magistrato può intervenire sulla base della interpretazione della giustizia, benché possa sembrare più giusto, soffre di imprevedibilità, che lo rende meno razionale. Visto che il concetto di giustizia è diverso per ognuno, interventi del genere si rivelano più soggettivi che razionali. Una riforma del sistema giudiziario, di cui si parla da anni e che mai è giunta a compimento, voleva rimediare a questo "difetto". Che è anche un chiaro freno per l'economia: gli investitori, infatti, valutano il "rischio legale" secondo una soglia molto più alta, se il sistema legale applicabile non è prevedibile.

Dunque, soltanto tramite un cambiamento della "filosofia legale" l'Italia riuscirà a raggiungere la maturità economica. Il principio vale, a maggior ragione, rispetto a progetti grandiosi, tipo la realizzazione di autostrade o impianti energetici, con fasi di progettazione, costruzione e operazione in tempi molto lunghi: il sistema legale, economico e politico deve garantire di mostrarsi stabile per anni. Maturo e affidabile in estrema sintesi. Come siamo messi, dunque, riguardo all'elenco di domande cruciali che gl'investitori esteri si fanno su di noi? Possiamo imparare ancora una volta da Giustiniano, il quale fra l'altro si impegnò a realizzare uno dei più grandi progetti di pianificazione edilizia che ci sia mai stato. Il suo capolavoro, Haga Sofia a Istanbul, è ancora lì. E pure i bachi da seta.